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 2025  novembre 13 Giovedì calendario

“Una via per Lucio”, l’idea divide Molteno. Ma chi ha conosciuto Battisti: “Per lui questo e altro”

Il meccanico Corti ha ancora le mani sporche d’olio, seppure nel ricordo. «La macchina era una Beta Hpe Executive, cilindrata 1600. Carrozzeria color caffelatte, interni blu. Motore ingolfato. Io ho preso una chiave da 10 e ho semplicemente stretto la vite del carburatore», e in quel momento preciso è diventato “quel gran genio del mio amico” che “con un cacciavite in mano fa miracoli”, anche se era una chiave inglese, ma che importa. Importa che qui a Molteno a Lucio Battisti farebbero anche una statua, altro che intitolargli un pezzo di strada. C’è però chi è contrario, e ha firmato una petizione per opporsi all’iniziativa del Comune.
La strada è la via Aldo Moro, che dal paese porta alla statale 36. Ville, grandi e piccole, giardini e anzi parchi, e sul Dosso del Coroldo il compound nascosto nella brughiera dove Battisti è vissuto dal 1973 alla morte, nel settembre 1998. «È la collina dei ciliegi, così la conosciamo tutti ormai», spiega Elio Corti, che ha 86 anni e lassù ci è andato tante volte «per una macchina che non partiva, o una da vendere, e anche una volta che lui si è ribaltato con la motofalciatrice BCS. Ha telefonato dicendomi “mi sono capottato, vieni ad aiutarmi”, e io sono andato, perché in fondo eravamo amici. Però, mi chiedeva sempre lo sconto». Era un uomo “semplice, che non amava la ressa e i fan”, e aveva scelto di vivere a Molteno, un posto tranquillo nella Brianza operosa, allora meno trafficata di adesso, con le montagne sullo sfondo, le vacche al pascolo, non sappiamo se anche con fiori rosa/fiori di pesco, ma tanto non è stagione.
«Qui ha composto gran parte del suo patrimonio artistico», dice il sindaco Giuseppe Chiarella, convinto della bontà dell’operazione «che serve anche a chiudere un periodo tormentato con gli eredi Battisti. A far pace, finalmente». Dopo la morte, si organizzava a Molteno un festival dove «venivano grossi nomi, per ricordarlo. L’Equipe 84, Franco Battiato…», ricorda Carluccio Molteni, all’epoca vicesindaco. La vedova Grazia Letizia Veronese si era opposta, ma aveva perso la causa avviata contro il Comune e infine aveva fatto traslare la salma del marito a Rimini, dove risiede.
«La proposta di intitolare un pezzo della via Aldo Moro a Battisti l’ho condivisa con lei, che è d’accordo e contenta. Chi si oppone sostiene che il cambio sarà costoso e complicato, ma non è così. Sarà gratuito e semplice». Incontrerà queste persone, «ma 44 su 117 non sono neanche residenti a Molteno, voglio dirlo. Spiegherò loro che a noi interessa onorare la memoria di un nostro concittadino molto illustre». Forse più del grande Manzoni, forse più di Carlo Emilio Gadda, che aveva una “fottuta villa di campagna” non lontano da qui e odiava la Brianza “tetro inferno”, perché “dovunque è arrivato il cosiddetto miracolo”, il boom dei Sessanta che gli faceva un gran schifo.
Il sindaco invece ricorda Lucio Battisti come una visione, «a bordo di una Mercedes verde, attraversare il paese e magari andare al bar Sport. Io ero un ragazzo, e per noi era un mito». Il mito però al bar non lo ricordano, «non c’eravamo ancora, però sappiamo che andava all’oratorio a giocare a pallone». No, «andava al campo della A. C. Molteno, ricordo una partita celibi-ammogliati, vennero lui e Mogol, i due abitavano vicini come si sa, e Battisti si era divertito molto, quella volta». Carluccio Molteni, 80 anni, economo della parrocchia di San Giorgio, dice che «non era un musone, però parlava pochissimo. Ma quella volta, ah, come rideva». E su per questa salita, nella chiesa barocca si tenne il funerale: 20 persone ammesse in chiesa, fuori un migliaio di fan disperati.
Poi, bisogna andare al Ristorante Riva (dal 1940). «Mio zio Franco diceva che su questo muretto lui e Mogol avevano creato “Il giardino dei ciliegi”», racconta la titolare Paola Consonni, e lei lo correggeva: «“La collina dei ciliegi”, zio!», ma insomma su questo muretto dice la leggenda che erano proprio qui, o dentro a pranzo, «a Battisti piaceva la faraona al forno, e anche gli gnocchi di zucca. Allora a comandare in cucina c’era mia nonna Angelina, io cominciavo appena a servire ai tavoli». Ma se dovesse dire che questo era il posto di Lucio Battisti, non può dirlo, «però ci veniva, e stava nella saletta» che è un po’ riparata, lontana dal grande camino, dalla affettatrice monumentale.
«In officina veniva volentieri», racconta Paolo Corti, nipote del “genio” Elio, «e allora io ero un ragazzo. Lui arrivava certe sere d’inverno, col buio, a paese deserto. Mangiavamo pane e salame, mi passava gli attrezzi mentre io riparavo le macchine. Parlavamo. Era un uomo semplice». In riparazione, una Land Rover come quella che aveva, o forse ce l’aveva Mogol, ma insomma qui dentro è nata la storia di quello che fa i miracoli con un cacciavite in mano, e a riascoltarla oggi sembra il Texas, ma era Molteno, Brianza.