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 2025  novembre 13 Giovedì calendario

Se i populismi hanno paura delle statistiche

La storia delle democrazie nel mondo è strettamente intrecciata a quella della produzione e disseminazione di statistiche condivise. Permettono agli elettori di giudicare l’operato dei governi, obbligano chi al potere a rispondere dei propri atti di fronte all’opinione pubblica. I primi censimenti della popolazione hanno accompagnato la nascita delle democrazie in Europa (dalla Danimarca alla Norvegia alla Spagna) come negli Stati Uniti. Oggi i paesi in cui la libertà di voto ed espressione è maggiormente tutelata, secondo le classifiche dell’Economist Intelligence Unit, sono gli stessi che hanno un’infrastruttura di statistiche funzionante e indipendente. La qualità della democrazia si è deteriorata negli ultimi 15 anni a partire dai paesi che hanno visto indebolirsi le loro infrastrutture di statistica nel periodico monitoraggio di queste istituzioni operato dalla Banca Mondiale.
Non possiamo perciò volgere lo sguardo altrove di fronte a quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Molti gli episodi preoccupanti e purtroppo in gran parte passati inosservati. L’unico che ha avuto una certa eco è stato il licenziamento a opera di Donald Trump di Erika McEntarfer, commissario al Bureau of Labour Statistics (BLS), accusata di aver pubblicato dati sulla creazione di posti di lavoro “truccati per screditare il Partito Repubblicano”. I resoconti mensili dell’American Statistical Association sono da bollettino di guerra. Si narra di licenziamenti in massa al National Center for Health Statistics (che produce dati sullo stato di salute della popolazione) dell’interruzione dei programmi del Census Bureau volti a produrre statistiche sull’indigenza in grado di guidare le politiche sull’assistenza, di 8 agenzie di statistica su 13 che sono rimaste senza guida dopo le dimissioni dei loro vertici, della nomina di politici di professione alla posizione di Chief Statistician degli Stati Uniti e ai vertici dell’US Census Bureau. Si viene a sapere che Trump ha imposto che il prossimo censimento della popolazione non includa gli immigrati illegali (così potrà sparare numeri a caso sui clandestini), di cancellazioni o rinvii di pubblicazioni annuali rilevanti (come quella del Bls sulle spese dei consumatori o quella del Bureau of Economic Analysis sugli investimenti esteri delle imprese statunitensi o ancora quella del National Center for Education Statistics sugli indicatori di criminalità e sicurezza nelle scuole). E potremmo continuare con gli esempi di un paese che si avvicina pericolosamente su questo piano agli standard dell’America Latina.
L’offensiva di Trump ha, infatti, non poco in comune con gli attacchi perpetrati da governi dittatoriali in Sudamerica contro i vertici degli istituti di statistica. In Argentina il governo Kirchner ha per anni truccato i numeri sull’inflazione e sul commercio estero arrivando a minacciare chi trasmetteva i dati all’ufficio di statistica, registrando le riunioni interne dell’istituto e licenziando chiunque resistesse a queste pressioni. A tutt’oggi i dati sono poco attendibili e inquinano il giudizio sull’operato del governo Milei. Casi analoghi si sono registrati in Brasile negli anni di iperinflazione e, più di recente, in El Salvador.
Gli effetti di queste operazioni sono devastanti non solo perché possono alterare gli esiti di un voto. Il fatto è che mettono in moto circoli viziosi in cui gli uffici di statistica vengono privati di risorse in tempi in cui la raccolta di dati rappresentativi è particolarmente onerosa (il tasso di risposta a molte indagini telefoniche è attorno all’1-2%) e ci sono nuovi fronti impegnativi nel monitoraggio della salute e dell’ambiente. Ci condannano alla cecità o ci lasciano in balia di informazioni fornite (a pagamento e selettivamente) dalle grandi piattaforme private in un momento in cui avremmo tutti bisogno di strumenti per distinguere ciò che è vero da ciò che è falso.
Gli istituti di statistica europei sono più resilienti alle pressioni della politica in virtù della supervisione fra pari esercitata tra i paesi dell’Unione e al controllo sovranazionale di Eurostat. Ma il rischio di contagio dagli Stati Uniti è forte. In Germania la tradizionale revisione a settembre dei dati sul pil è stata bollata dall’AfD come un tentativo del governo di abbellire i conti. Nel nostro paese c’è poca cultura del dato statistico. Siamo perciò particolarmente vulnerabili al populismo che, in giro per il mondo, ha trovato negli uffici di statistica un facile bersaglio in quanto espressione dell’élite corrotta e manipolatrice. Nella retorica populista non c’è spazio per i tecnici, per i pareri indipendenti, tutto è schierato e politicizzato.
Quanto sta accadendo nella rendicontazione del Pnrr è perciò particolarmente preoccupante. A quattro anni e mezzo dal suo varo non esiste alcun sistema di monitoraggio della spesa effettivamente sostenuta. Dai tempi in cui il Pnrr veniva esaltato come il nuovo Piano Marshall siamo passati al silenzio dei media e all’omertà di chi ha paura di offrire rendiconti per tema di perdere nuove tranche di pagamento. Quelli del Pnrr non sono regali, ma una montagna soldi che dovremo in gran parte restituire e sul cui utilizzo non sappiamo più nulla. La Commissione non ha gli strumenti e spesso la volontà di monitorare questa spesa. Dovrebbe essere Eurostat a farlo così come avviene oggi coi dati sul deficit e debito pubblico nei paesi dell’Unione.