corriere.it, 13 novembre 2025
Padova, 40 anni fa il primo trapianto di cuore a un uomo in Italia: «In sala operatoria tre giorni e tre notti»
Quella notte fra il 13 e 14 novembre 1985 cambiò la storia della Medicina, ma i protagonisti ne erano ancora inconsapevoli. Sono le 23, all’ospedale di Padova regnano una calma e un silenzio che un infermiere del Pronto Soccorso definirà «irreali», quando in Cardiochirurgia, diretta dal professor Vincenzo Gallucci, squilla il telefono: «C’è un cuore disponibile al Ca’ Foncello di Treviso». È di Francesco Busnello, diciottenne trevigiano morto in seguito a un incidente stradale avvenuto l’8 novembre a Vascon di Carbonera, mentre era in sella al suo motorino «Ciao».
La preparazione
Un ematoma preme sul cervello del ragazzo, nemmeno un disperato intervento chirurgico è riuscito a salvarlo. Era appena stato convocato nella Nazionale di pallamano, giocava in serie B nella «Bassetto Treviso», ed è diventato il primo donatore di cuore in Italia. Il padre Giovanni, dirigente nazionale della Cisl enti locali, e la moglie Marina Durante, genitori anche di Enrico di 16 anni e di Eleonora, 10, concedono l’autorizzazione alla donazione pure dei reni, trapiantati a Brescia e Verona. «L’elettroencefalogramma di Francesco era piatto da 12 ore, non c’era più niente da fare – dirà Busnello – Siamo distrutti, ma abbiamo voluto onorarne la generosità, era sempre pronto ad aiutare gli altri, con gli scout e la parrocchia».
«A qualcuno sembrava un azzardo»
«Mia moglie era la sua insegnante di Diritto all’Istituto tecnico industriale San Pelaio – racconterà Claudio Dario, allora cardiologo a Treviso e in seguito direttore generale prima nella sua città e poi a Padova – abbiamo seguito tutto con trepidazione». Vincenzo Gallucci invece rimane calmo: è pronto da anni, nel 1978 è stato il primo a chiedere al ministero della Sanità l’autorizzazione al trapianto di cuore in Italia. Ma il 30 ottobre, quando c’erano sia il paziente sia il donatore, un giovane morto in un incidente stradale a Mestre, non era ancora arrivata. Stavolta il ministro veneziano Costante Degan ha firmato il nullaosta l’11 novembre, però è incompleto. «Mancava una firma, arriverà 24 ore dopo – ricorda il professor Giovanni Stellin, nell’équipe di Cardiochirurgia —. Il direttore sanitario del Ca’ Foncello, Domenico Stellini, era perplesso, l’operazione gli sembrava un azzardo ma si convinse quando Gallucci, forte del permesso ottenuto al telefono da Degan, gli consegnò una liberatoria che il dirigente portò in Procura». A quel punto il primario padovano, l’altro aiuto Giuseppe Faggian e Stellin salgono sulla sua Mercedes e, scortati dalla Polstrada, partono per Treviso. Intanto a Padova i colleghi Alessandro Mazzucco e Uberto Bortolotti sono in sala operatoria a preparare il ricevente, Ilario Lazzari, 38 anni, falegname di Vigonovo in Rianimazione da un mese. Soffre di una grave miocardiopatia dilatativa, solo il trapianto può salvargli la vita e dopo la falsa partenza del 30 ottobre non può più aspettare. Dichiarerà di non aver mai perso la speranza. Il cognato Paolo Prendin, che era andato a trovarlo qualche giorno prima, riferì: «Il morale è alto, speriamo vada tutto bene».
L’operazione
Alle 23.45 Gallucci, Faggian e Stellin sono al Ca’ Foncello, l’autorizzazione al prelievo la concede Adriano Cestrone, vicedirettore sanitario che anni dopo diventerà dg prima dell’Usl e poi dell’Azienda ospedaliera di Padova. Ma c’è un altro problema: il cuore di Busnello è più piccolo di quello di Lazzari. Rapida telefonata tra Gallucci e Mazzucco, che chiama i colleghi esperti della Stanford University e riceve la risposta sperata: c’è una tolleranza del 10%. Finalmente inizia il prelievo, che dura sei minuti, quindi il cuore viene riposto in un contenitore di plastica giallo. «Non c’era tempo da perdere, alle 3 siamo ripartiti da Treviso scortati da due pattuglie della Polstrada – racconta Stellin, alla guida della Mercedes, Gallucci al suo fianco con il cuore imballato sulle ginocchia, Faggian dietro —. Alla partenza c’erano già i giornalisti, ci hanno augurato in bocca al lupo. In 25 minuti l’arrivo a Padova, alle 3.35 siamo entrati in reparto da una porta secondaria per evitare altra stampa, che affollava l’atrio dalle 20. In sala operatoria ci aspettavano 15 professionisti, mi sembrava di essere in piazza San Marco».
L’aiuto statunitense
«Si respiravano tensione e una certa emozione, ci stavamo cimentando in qualcosa di nuovo, ma sapevamo bene come procedere, la tecnica era definita – ricorda il professor Giampietro Giron, allora primario di Anestesia e Rianimazione —. E comunque alla testa del letto operatorio era appesa una nota con la sequenza dei passaggi da eseguire, che Faggian scandiva». «Gallucci era di poche parole ma dava l’impressone di sentirsi sicuro e trasmise serenità a tutti – spiega Mazzucco, che a Verona diventerà primario e rettore dell’Università —. Andò tutto liscio, l’esperienza da noi acquisita in America fu un punto di partenza importante. Il primo trapianto di cuore al mondo eseguito nel 1967 a Città del Capo da Christiaan Barnard, che conobbi, fu una sperimentazione. Tecnicamente venne eseguito alla perfezione, ma l’ospedale non aveva i farmaci immunosoppressori per evitare il rigetto dell’organo e il paziente morì dopo 18 giorni. Il nostro intervento invece si rivelò perfetto sotto ogni aspetto, così come il decorso post operatorio. Fu una grande soddisfazione, ma anche un grande impegno e una grande stanchezza. Tra la preparazione del paziente e il trapianto sono rimasto in sala operatoria tre giorni e tre notti».
L’applauso liberatorio
In quelle prime ore del mattino di quarant’anni fa i gesti precisi e sicuri di Gallucci, affiancato da Mazzucco e Bortolotti, furono accompagnati dalle note di Beethoven, le sue preferite. Alle 7 era tutto finito. «Mi sembra di risentire l’applauso liberatorio partito dalla perfusionista Luigina Stievano quando il nuovo cuore iniziò a battere nel petto di Lazzari», rivela Giron. Ma poi arriva la parte difficile: i giornalisti reclamano Gallucci, non si accontentano dell’annuncio ufficiale letto davanti a telecamere e flash dal professor Luigi Diana, sovrintendente sanitario del policlinico: «È con grande soddisfazione che tutto l’ospedale di Padova dà in questo momento la notizia che nelle prime ore del 14 novembre 1985 è stato qui eseguito il primo trapianto di cuore in Italia. L’intervento premia un lavoro di lunghi anni, intenso e faticoso».
La trasfusione
Gallucci, schivo, non vuole andare sotto i riflettori, prima telefona alla famiglia: «È andato tutto bene». «Poi fu costretto – sorride Stellin – io gli dissi: professore, decine di giornalisti aspettano da tutta la notte. Si presentò». E disse: «Non sono uno che si emoziona facilmente, ma in effetti quando il cuore donato ha ripreso a battere nel petto di Lazzari è stato piacevole. Significa che si è fatto qualcosa di buono». Il decorso post-operatorio del paziente proseguì senza problemi, appena aprì gli occhi ringraziò i medici, disse di sentirsi un leone e di aver voglia di lasagne e fagiano. Due giorni dopo già mangiava, faceva cyclette e desiderava «una donna bellissima e forte come l’acciaio». Nel luglio 1987 sposò l’infermiera Adelina Limongi, testimoni di nozze furono Gallucci e Faggian. Lazzari morirà nel 1992, di Aids, per una trasfusione infetta. Un anno prima un incidente stradale a Verona si era portato via Gallucci, a 56 anni. Ma la sua leggenda vive.