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 2025  novembre 13 Giovedì calendario

Intervista a Barbara Alberti

Barbara Alberti, com’è la vecchiaia?
«Fa schifo».
Ma lei è agile, a 82 anni scrive forse più di prima, è una donna sempre molto tagliente.
«Il problema è che passi la vita a temere la vecchiaia, poi quando arriva è già tardi».
Milano, la hall di un albergo vicino alla stazione. Il telefonino Anni 90 di Barbara Alberti suona: è il marito, Amedeo Pagani, chiama da Roma.
Suo marito telefona spesso quando siete lontani?
«Abbastanza. Per essere separati da quarant’anni anche troppo spesso».
Ma vivete assieme!
«Sì, ma abbiamo messo le cose in chiaro: io dormo col gatto, lui col cane».

È la separazione più amorosa che io conosca.
«Tutta colpa mia, ci siamo separati perché io mi innamorai di un gay».

Lei ha appena scritto «Gelosia» per Piemme, un po’ saggio, un po’ memoir.

«Se sono gelosa? Ma certo, lo sono sempre stata».

Avete lavorato nel cinema, produttori e sceneggiatori, chissà quante belle attrici avete frequentato insieme.
«La mia generazione è stata l’ultima a invecchiare. Guardate Rita Rusic: settant’anni ma un pezzo di donna così. Abbiamo fatto assieme Il Grande Fratello e io l’ho vista in guêpière, fidatevi».
Siete amiche?
«Sì, una volta è venuta a trovarmi e nel mio quartiere se ne parla ancora. Leggenda».
La prima fitta di gelosia della sua vita.
«Per una donna».
Racconti.
«Ero una ragazzina, l’età in cui tra donne nasce un sentimento delicato, che non è erotico, ma è piuttosto amicizia forte, desiderio di stare insieme, grande affetto. Lei c’aveva pure il moccio, ma per me era perfetta. Poi un giorno cominciò a uscire con un’altra amica. Disperazione».

E lei che cosa fece?
«Incassai. Ma qualche tempo fa ci siamo riviste. Abbiamo riso per tutto il tempo».
L’unica «passione» della sua vita per una donna?
«Passione è una parola grossa. Quando si è ragazzi ci si affeziona, questa è l’espressione adatta. E io mi affezionavo a tante persone».

La scenata di gelosia più «cinematografica» alla quale le sia capitato di assistere.
«Venezia, Piazza San Marco. Elsa Morante allarga le braccia e comincia a urlare: “Sono una donna!”. Ma non mi ricordo di chi fosse gelosa. La vecchiaia, dicevamo».

Siamo più liberi oggi in amore?
«Macché, a noi ci ha rovinato Freud».

In che senso?
«Se oggi io guardo uno un po’ più giovane di me e mi piace, perché mi devono dire che soffro di qualche complesso? Ma potrò innamorarmi di chi mi pare?».
Si era gelosi negli Anni Sessanta e Settanta?
«Ah, una comica. Lo eri ma dovevi fare finta che non te ne fregava niente. Un teatro».

Si sbagliava da professionisti, come direbbe Paolo Conte...
«Quante cazzate. Non dimenticherò mai la lezione che una sera, a cena da noi, Stefania Sandrelli diede a una tavolata di intellettuali pensosi».
Racconti.
«Stefania era la donna più bella del mondo, ma era – ed è ancora – anche intelligente, umana. Stette a sentire le scemenze astratte che quegli uomini pronunciarono per tutta la sera e alla fine si alzò. Cominciò a parlare della vanità degli intellettuali in un modo così magico, così poco aggressivo e convincente che ci lasciò tutti a bocca aperta».
Monica Vitti.
«L’unica che poteva permettersi di vestire il marrone al cinema e sembrare in questo modo una regina».
Tinto Brass.
«Gli ho insegnato io l’eros».
Ma no.
«È così. Lavorammo assieme al film Monella. Mi accorsi che Tinto aveva il culto di una sensualità niente affatto morbosa: lui è un pagano, io sono cattolica. E secondo voi chi dei due vede il peccato nelle gambe nude di una ragazza? Lui ci vedeva la natura, in senso lucreziano, io ci vedevo il desiderio più conturbante».

Questione di sguardo?
«Ai miei tempi in Umbria si diceva: “A quarant’anni, buttale nel Tevere con tutti li panni”. Riferito alle donne, naturalmente. Oggi guardate Sharon Stone. O Heidi Klum».
Vittorio Sgarbi.
«Comprai la tv negli Anni 80 per vedere lui. Ci conoscemmo e cominciai a seguirlo in giro per l’Italia con tutta la sua corte. Tornavo a casa per cambiarmi le scarpe».
Avete litigato in tv.
«Non me lo ricordo».
Lo ha sentito di recente?
«Un paio di mesi fa. Vittorio è timidissimo, mi chiamò per ringraziarmi perché avevo parlato bene di lui. Una volta un lettore gli disse che il suo libro non gli era piaciuto. Vittorio trascorse un’ora a raccontarglielo e alla fine gli disse: “Se non l’ho convinta le restituisco i soldi”. Finì che gli restituì 28 mila lire».
Federico Fellini.
«Andai a casa sua, era come un bambino: mi chiamava Barbarina».
Le guarda le serie tv?
«Un giorno viene a casa mia Luca Guadagnino. Gli faccio pena: “Barbara”, mi dice, “hai un cellulare del Medioevo, ti regalo un tablet”. Mi porta quell’affare, mi insegna a guardare le serie. Ho capito che sarebbe stata la mia fine».
Perché?
«Ho visto La casa di carta e The Crown ma mi è bastato per capire che quella roba è una droga: mi svegliavo la mattina e cercavo il tablet, andavo in bagno e vedevo un episodio, non dormivo per vedere come andava a finire. Non lavoravo più, ma soprattutto non leggevo più. Mi sono spaventata. Da allora non ho più aperto il tablet».

«The Crown» le piace?
«Sì ma non capisco perché non abbiano invecchiato gli attori e li abbiano poi sostituiti nelle puntate successive».
Manca il coraggio di mostrarsi vecchi?
«Il problema è che i vecchi hanno cominciato a consumare e da allora ecco la santificazione della vecchiaia: si può viaggiare, si possono fare progetti, si può fare sesso. Ma per me due vecchi di cent’anni che fanno sesso anche no».
Rifarebbe il «Grande Fratello»?
«Subito. Non ho fatto niente per settimane, da vecchia avevo preteso un spazio privato per potermi cambiare, me ne stavo tranquilla a scrivere e chiacchieravo con i giovani. E tutto questo con un compenso. Un sogno».
Nel libro lei scrive: «A venticinque anni il nonno Alvaro era il più bello del paese».
«Ma c’era la moglie, l’Elvira, che pur di averlo solo per sé gli fece terra bruciata intorno. Gelosissima, possessiva, visse per tutta la vita con l’ossessione delle corna. Ingaggiò anche un investigatore quando lui le disse che sarebbe andato a fare i fanghi ad Abano Terme, ma non lo fece per fare chiarezza, bensì per avere la conferma del tradimento e quindi poter emettere la condanna: lei voleva beccarlo in fallo. Ovviamente aveva ragione. E fece una scenata».

Lei nella vita ha fatto tante scenate di gelosia?
«Alti e bassi ma la fortuna mia e di Pagani è stata il lavoro. Un mese avevamo milioni, il mese dopo ci manteneva il droghiere. Il cinema è così e quel brav’uomo lo sapeva. Un giorno, non vedendoci passare da qualche tempo, mandò il ragazzo di bottega a sincerarsi che stessimo bene. “Il signor droghiere”, riferì, “dice di passare pure da lui se avete bisogno, vi fa credito”».
Adesso però state bene, una bella casa ai Parioli circondata dal verde.

«Ma lo sa che l’altro giorno sono venuti i ladri? Hanno messo sottosopra tutto, hanno terrorizzato i cani e alla fine non hanno portato via niente. Mi sono pure incazzata, perché insomma qualcosina da portare via c’era, mica siamo così spiantati. Che so, un po’ di argenteria della mamma, non è malaccio».

Hanno drogato i cani?
«Macché, quei due sono storditi per natura, gli hanno lasciato sfondare il portone».