Corriere della Sera, 13 novembre 2025
Clima, i 5 mila indigeni sulle barche. «Salvate l’Amazzonia. Per tutti»
Sono arrabbiati e dolci allo stesso tempo, preoccupati e sorridenti come solo i popoli felici sanno essere, nonostante tutto. Corpo e viso tatuati con i simboli ancestrali degli abitanti originari dell’Amazzonia. E cellulari sempre in mano, come tutti noi abitanti dell’XI secolo. Ieri, a Belém, i protagonisti della Conferenza sul clima sono stati loro: gli indigeni. Fuori dai tendoni iper-refrigerati della COP30, dove martedì sera si sono registrati alcuni tafferugli fra manifestanti e polizia, oltre trecento barche, con cinquemila persone a bordo, si sono riunite nella Baía do Guajará per percorrere i fiumi che circondano la capitale del Pará. La «Barqueata dos Povos» ha sostituito le solite marce degli ambientalisti – peraltro assenti alle ultime COP, ospitate da Paesi autoritari – in un colorato e rumoroso «pow wow» amazzonico.
Alcune imbarcazioni hanno percorso dall’Ecuador oltre 3000 chilometri lungo il Rio delle Amazzoni, altre sono partite da Manaus, da Santarém e dalle tante comunità che ancora vivono nella più grande foresta tropicale del pianeta. C’erano i Kayapó, i Munduruku, i Tupinambá... Un mosaico di gruppi che ha unito le forze per rivendicare il ruolo di «custodi dell’ossigeno della Terra». Tutti si azzittiscono quando compare il Grande Cacique Raoni, 92 anni trascorsi a lottare contro gli «invasori». «Da quando ero giovane, e avevo più forza, parlo dei fiumi che si prosciugano, delle piogge forti, del caldo estremo. È la deforestazione. Il governo del Brasile ora in Amazzonia vuole estrarre petrolio e costruire una ferrovia per trasportare i prodotti delle nostre terre mentre continuano a disboscare», dice in lingua kayapó, puntando il dito verso gli ospiti occidentali della nave, quasi fosse un anatema. «Se continua così avremo problemi noi, poveri indigeni, ma anche tutti voi, perché qui ci sono le foreste che permettono al mondo intero di respirare e sopravvivere». C’è chi, a bocca aperta, fa il video all’aereo che atterra a Belém – «mai visto niente di così grande volare» – e chi racconta le paure dei villaggi. «Il nostro territorio è minacciato dall’avanzata dell’agroindustria, dall’estrazione mineraria illegale, dalla contaminazione da mercurio, dal disboscamento e dalla speculazione immobiliare», assicura il cacique Gilson, coordinatore dei 28 villaggi del popolo Tupinambá del Basso Tapajós e dell’Amazzonia. «Per noi, essere ricchi non significa avere case e auto di lusso, ma vivere come ci hanno insegnato i nostri padri». Neppure la sinistra che governa il Brasile, però, li rispetta: «Pensavamo che Lula sarebbe stato meno dannoso di Bolsonaro, ma il suo governo ha privatizzato quattro fiumi, incluso il nostro», incalza Gilson. «Dovremo pagare per bagnarci o per pescare nel nostro fiume».
Il progetto dell’idrovia amazzonica è per loro un incubo. «Lula ha privatizzato con decreto alcuni dei maggiori affluenti del Rio delle Amazzoni, come il Tapajós e il Tocantins, per consentire lo scavo di giganteschi progetti infrastrutturali che faciliteranno l’esportazione di zucchero, soia, ferro», spiega Christian Poirier della Ong Amazon Watch. Il 10% della soia brasiliana va in Europa, l’80% in Cina.