Corriere della Sera, 13 novembre 2025
«Non dovete più usare il nome di Borgonovo». La diffida della famiglia e lo sconcerto dei tifosi
Il tono della diffida indirizzata l’altro giorno ai «Pesi Massimi», lo storico gruppo del tifo organizzato del Como, suona perentorio. Eccole qui, le parole: non dovete più usare il nome di Stefano Borgonovo – il fortissimo centravanti, morto di Sla nel 2013, che oltre alla casacca dei lariani indossò, tra le altre, quelle del Milan e della Fiorentina – «in ogni materiale pubblicitario, comunicativo o promozionale (inclusi i siti web, social media, comunicati stampa, locandine...) entro e non oltre 60 giorni dal ricevimento» della missiva. Non basta: è stato «revocato» pure il permesso di intestare al giocatore partitelle e tornei.
La firma, quella dell’avvocata Emanuela Frigerio, è in rappresentanza della vedova dell’attaccante, Chantal Guigard Borgonovo, e dei quattro figli avuti dalla coppia. Il testo della diffida – pubblicato ieri dalla Provincia di Como, il seguitissimo quotidiano cittadino – ha provocato un mezzo sconquasso, sulle placide sponde del lago. Da queste parti infatti il centravanti resta una leggenda, solida. Nato e cresciuto nel vivaio del Como, a suon di gol aveva contribuito a portare la squadra in Serie A, nel 1984. Poi un anno alla Sambenedettese «per farsi le ossa», e il ritorno in casacca azzurra per tre stagioni indimenticabili.
Il resto lo ricordano tutti i tifosi del pallone: prima in rossonero, poi in viola a far faville con il suo amico Roby Baggio, di nuovo in rossonero. Nel 2006 compaiono però i primi sintomi della Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica), la malattia neurodegenerativa che ha fatto tante vittime tra i calciatori, Gianluca Signorini e Pietro Anastasi compresi. Quella malattia, Chantal Borgonovo – in un commovente libro che racconta gli alti e i bassi della coppia, Una vita in gioco – l’ha chiamata seccamente così: «la stronza», quella che le ha portato via il marito.
Al telefono, ma con garbo, senza riattaccare, Chantal non vuole commentare il perché della diffida: «Lo farò domani – oggi per chi legge, ndr – con un comunicato». Dunque gli unici a parlare per ora sono quelli dei «Pesi Massimi», 150 tesserati, tutti sulla cinquantina e oltre. «Una volta eravamo giovani ultrà, ora siamo quelli che mantengono viva la memoria di un uomo grandissimo, il nostro Stefano – scandisce il presidente Alessandro Gummo, 53 anni – al quale siamo riusciti a intestare la piazza antistante il Sinigaglia», lo stadio davanti al lago nel quale gioca il sorprendente «undici» di Fàbregas, a un passo dalle prime in classifica.
Prendendola alla larga, Gummo prova a motivare lo stop alle attività dei «Pesi Massimi» giunto dalla moglie di Borgonovo: premette che «siamo tutti sconcertati, scossi, anzi indignati. Rilevo che c’è un’assoluta mancanza di spiegazioni plausibili». Il capo-tifoso si rifà alla lettera: «Scrivere di “una riorganizzazione volta a ricondurre ogni utilizzo del nome del calciatore sotto il diretto controllo della famiglia” significa pensare che i Pesi Massimi abbiano usurpato il nome stesso e francamente questa cosa ci offende. Noi non abbiamo mai lucrato sul nome di Borgonovo». Termina con questa parola: «Business... se loro vogliono guadagnare su sciarpe, gadget e tornei, liberissimi».
«Stefano è patrimonio di una città intera» sbotta Enrico Levrini, autore di una monumentale storia sui cento anni del Como Calcio zeppa di fatti inediti e pure lui «Peso Massimo» sempre sugli spalti, pioggia o sole. «Il suo nome sta a Como come quello di Maradona a Napoli, lo incontravi al bar – prosegue – ed era uno di noi. A lui abbiamo dedicato la Coppa Borgonovo, il trofeo dato al giocatore lariano più bravo in campionato. Rinunciarci oggi? Mai...».