la Repubblica, 12 novembre 2025
Scontro sulla commissione Covid: “L’accusatore finanziava FdI”
Una società di import ed export di materiale elettrico. Un’offerta presentata, su «sollecitazione di un dirigente», alla portineria della Protezione civile, scritta su un foglio A4. Una fornitura improvvisa da ventidue milioni, per una società che fino a quel momento aveva un fatturato cinque volte inferiore. Poi una causa da duecento milioni vinta in primo grado. E oggi, il ruolo di grande accusatore nel corso della commissione Covid, accanto agli amici di Fratelli d’Italia. Lo stesso partito che, negli anni scorsi, finanziava e di cui ora è ospite d’eccezione alle feste di Atreju.
In Italia c’è chi sta provando a riscrivere la storia della più grande emergenza sanitaria mondiale – e lo fa da dentro le istituzioni. Si chiama Dario Bianchi, è un imprenditore di Colleferro che da una parte chiede un conto salatissimo allo Stato e dall’altra è diventato una sorta di pubblico ministero, l’accusatore principale della gestione dell’emergenza davanti alla commissione parlamentare Covid. Dove, da mesi, va in scena – quasi nel disinteresse dell’opinione pubblica – uno scontro durissimo tra maggioranza e opposizione. E in realtà anche tra maggioranza e maggioranza visto che anche Forza Italia ha storto il naso davanti ai modi di fare di FdI, tanto da disertare i lavori. «Siamo davanti a una commissione – risponde il capogruppo al Senato del Pd, Francesco Boccia, insieme con gli altri componenti – nata per fare luce sulla gestione della pandemia. Ma che si è trasformata in uno strumento di propaganda della destra. Non lo permetteremo». «Hanno paura perché sta venendo fuori che furono comprate mascherine non a norma», replica Alice Buonguerrieri.
Uno scontro durissimo. Ma che accade davvero? Tutto ruota attorno alle dichiarazioni di Bianchi, capo della JC Electronics, società con sede a Colleferro. La società, si legge nello statuto, era attiva nel commercio «di materiale elettrico per impianti industriali, di apparecchiature elettroniche per telecomunicazioni, di articoli antincendio e antinfortunistici». Lavorano soprattutto nel territorio romano. E seguono da vicino le vicende di Fratelli d’Italia – Alleanza nazionale, tanto che nel maggio del 2019 effettuano anche un finanziamento al partito, regolarmente registrato.
A marzo del 2020 la storia della JC, come quella di tutto il mondo, cambia. Il pianeta chiude per la pandemia. Le mascherine diventano l’oggetto principale del desiderio. E la JC diventa improvvisamente una fornitrice dello Stato. «Il 18 marzo del 2020 fui contattato dal dottor Colicchio, funzionario della Protezione civile», ha raccontato Bianchi alla commissione. «Ci chiesero un’offerta e firmammo l’unico contratto a misura dell’intera vicenda Covid. Potevamo consegnare da un minimo di dieci milioni di mascherine fino a un numero indefinito». Prezzo: 2 euro e 20 centesimi a pezzo. Domenico Arcuri, allora commissario all’emergenza, oggi prosciolto da ogni accusa ma tra i principali bersagli politici della commissione racconterà che è l’ultimo contratto firmato dal Dipartimento. Una volta passato alla struttura commissariale, viene bloccato. Arcuri sostiene che fu la società a fermare la fornitura. L’azienda il contrario. Presenta causa. E vince: il giudice monocratico di Roma, in primo grado, stabilisce che quel contratto spettava a loro e riconosce la «mancata chance». Risultato: duecento milioni di risarcimento a carico dello Stato, che ha impugnato la sentenza rinunciando a ogni ipotesi di transazione.
Una piccola azienda di provincia, con un fatturato cinque volte inferiore al valore della commessa, che oggi vanta un risarcimento da 202 milioni. Bianchi, con quella sentenza in tasca, non è un avversario dello Stato: è colui che sostiene l’accusa. Con al fianco il suo avvocato, Nicola Massafra, noto nella Capitale per aver difeso in più occasioni pazienti no vax. Un cortocircuito. O, forse, invece no.