la Repubblica, 12 novembre 2025
Salario minimo, la Corte Ue salva la direttiva. Ma toglie i paletti per determinarlo
La direttiva europea sul salario minimo resta in piedi. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea questa mattina, con una decisione molto attesa che respinge quasi nella sua totalità il ricorso presentato dalla Danimarca. Il cuore della direttiva non viene toccato: l’Ue può definire un quadro comune per garantire salari “adeguati” e rafforzare la contrattazione collettiva. «La Corte conferma la validità della maggior parte della direttiva», si legge nel comunicato. Viene però tracciato un limite preciso: Bruxelles non può entrare direttamente nel calcolo della retribuzione, che rimane competenza nazionale.
Cosa cambia
Per questo i giudici annullano solo una parte dell’articolo che riguardava gli Stati con un salario minimo legale. La direttiva prevedeva che quei Paesi adottassero una serie di criteri obbligatori per fissare e aggiornare l’importo: il potere d’acquisto del salario minimo, il costo della vita, il livello generale dei salari, la loro distribuzione e la produttività nazionale. E, nella pratica applicativa, anche l’uso dei parametri di riferimento che ormai circolavano nel dibattito europeo, come il 60% del salario mediano o il 50% di quello medio, considerati indicatori di adeguatezza.
Proprio questo – l’idea che l’Ue potesse indicare criteri e soglie per misurare quanto debba essere “giusto” un salario minimo – viene giudicato dalla Corte come una ingerenza diretta nella formazione della retribuzione. Stesso discorso per la norma che impediva di abbassare il salario minimo nei Paesi in cui l’importo è indicizzato automaticamente: anche quella viene cancellata. Per tutto il resto, la direttiva resta pienamente valida.
Ciò che sopravvive, e che è in realtà il cuore politico dell’intervento europeo, è la parte sulla contrattazione collettiva. La direttiva non obbliga gli Stati a introdurre un salario minimo per legge, né a spingere più lavoratori ad aderire ai sindacati. Ma li impegna a rafforzare i negoziati collettivi, in particolare nei Paesi in cui la contrattazione non copre almeno l’80% dei lavoratori. È qui che, secondo Bruxelles, si combatte il lavoro povero: nei settori dove i salari sono bassi non perché non ci siano contratti, ma perché quei contratti non reggono.
La Danimarca temeva esattamente questo. Nel modello nordico, i salari non sono stabiliti per legge, ma unicamente dai contratti collettivi, in un sistema sorretto da un’alta sindacalizzazione. Copenaghen temeva che la direttiva aprisse la strada a un salario minimo europeo per via indiretta. La Corte dice che non è così: la direttiva non impone alcuna soglia nazionale e non interferisce nel diritto di associazione.
E l’Italia?
Il governo Meloni ha sempre difeso la sua contrarietà a un salario minimo legale, rivendicando la centralità dei contratti. La sentenza conferma questa impostazione, ma ne chiarisce anche le conseguenze: se i contratti non garantiscono salari che consentano di vivere dignitosamente, lo Stato deve intervenire. Il tema riguarda direttamente i settori – dal turismo alla logistica, dalla vigilanza privata ai servizi in appalto – dove i minimi tabellari restano sotto la soglia di povertà, pur essendo formalmente contrattati.
In sintesi: non c’è nessun “salario minimo imposto da Bruxelles”. Ma non c’è più neppure l’alibi di chiamare “contratto collettivo” ciò che non garantisce un reddito adeguato. L’Europa non tocca la paga. Ma chiede agli Stati di dimostrare che la paga tutela davvero chi lavora.