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 2025  novembre 12 Mercoledì calendario

Attacco a eolico e solare, chi paga davvero il conto

Lo sappiamo: l’elettricità in Italia è la più cara d’Europa. Lo scorso anno il prezzo medio all’ingrosso (Pun) è stato di 108,5 euro per Mwh a fronte dei 78 euro della Germania e dei 58 euro della Francia. Nell’area scandinava, con la Norvegia dove oltre il 95% dell’energia prodotta è green, invece il prezzo è crollato a 36 euro. E allora, cosa frena la corsa alle rinnovabili?
Nel 2024 in Italia abbiamo consumato 312.285 Gwh di elettricità, ne abbiamo importati 51mila, mentre il resto ce lo siamo prodotti da soli, per il 49% da fonti rinnovabili, compresi 1.992.117 impianti fotovoltaici e 6.148 eolici. Quel che resta, arriva da fonti fossili. Per arrivare alle emissioni-zero entro il 2050, il Pniec (Piano Nazionale per l’Energia e il Clima) stabilisce che entro il 2030 le rinnovabili dovranno coprire il 63,4% dei nostri consumi, ma in pochi credono riusciremo a centrare l’obiettivo. Se guardiamo all’ultimo decennio la nostra capacità Fer è aumentata del 44%, mentre in Francia è salita del 75%, in Spagna del 78%, e in Germania del 93% (Dati Agici-Osservatorio Rinnovabili).
Gli esperti del settore dicono che la spinta deve arrivare soprattutto dai grandi impianti, che «costano meno e producono di più», ma purtroppo i segnali non sono buoni: nei primi nove mesi del 2025 gli investimenti nelle strutture di larga scala sono scesi del 28% (dati Anie).
Non bastano l’Iva al 10% (sui componenti è al 22), la possibilità di vendere l’energia a una tariffa fissa garantita che mette al riparo dalle oscillazioni del mercato, e il contributo a fondo perduto del 40% per l’agrivoltaico.
A spaventare gli investitori è l’assenza di certezze: anche con tutte le carte in regola, non possono prevedere se riusciranno o meno a ottenere tutte le autorizzazioni necessarie. E se anche le ottengono, Dataroom ha già raccontato come il sistema di norme e pareri dilati i tempi all’infinito: tra la prima istanza per un grande parco fotovoltaico e la sua costruzione, possono trascorrere 70 mesi, e 78 per l’eolico (Osservatorio R.e.gions2030).
La frenata è dovuta a due fattori: il groviglio normativo e l’opposizione dei territori sui quali quegli impianti dovrebbero sorgere.
In Italia ci sono 120 tra comitati e associazioni che organizzano cortei, convegni e petizioni per dire no all’eolico e al fotovoltaico a terra. A volte hanno ragione, altre volte no. Chi di certo è dalla parte del torto, sono i violenti: negli ultimi sedici mesi si registrano sette tra incendi e sabotaggi. Più volte nel mirino è finito il cantiere di Agsm autorizzato alla costruzione di un parco eolico sulle montagne del Mugello: gli attivisti hanno asportato recinzioni e picchetti, piantato chiodi sugli alberi per renderne pericoloso il taglio, e a luglio hanno danneggiato i macchinari e aggredito ingegneri e boscaioli. In Sardegna, dove si sospetta l’infiltrazione criminale nel business dell’eolico, hanno svitato i dadi alla base delle pale, incendiato pannelli fotovoltaici, e lanciato molotov contro i teli di protezione di un deposito.
L’iter per l’approvazione degli impianti non prevede la consultazione della popolazione locale, ma le proteste influenzano i politici locali secondo la logica del Nimtoo («Not in my terms of office», non durante il mio mandato elettorale).
Un esempio: il 13 giugno la Ponente Green Power propone 4 pale eoliche nelle valli del Natisone, in una zona del Friuli che non ricade tra quelle definite «non idonee», e subito un comitato fa partire la raccolta firme. A fine luglio 15 sindaci si accodano perché «compromette paesaggio, fauna, popolazione», e ad agosto in Regione arrivano i pareri contrari di decine di associazioni. Il 2 ottobre l’assessore regionale all’energia Fabio Scoccimarro si schiera col fronte dei contrari: «La mia valutazione politica è che il grande eolico da noi non ha motivo di essere». Lo stesso giorno esce il decreto della commissione tecnica regionale: servono altri approfondimenti, l’autorizzazione per le quattro pale dovrà passare per la Valutazione d’impatto ambientale.
Le accuse alle rinnovabili
Da nord a sud, le motivazioni di chi protesta sono più o meno le stesse:
1) «Rovina il paesaggio, ruba spazio all’agricoltura». L’Italia ha spazio per estendere le rinnovabili senza invadere i suoi scorci più belli? Uno studio del Politenico di Milano dice di sì: anche considerando l’effettiva possibilità di allacciarsi alla rete, ci sono 210 km quadrati di aree dismesse (ex cave, ex discariche, ex industrie) adatte a ospitare fotovoltaico. E fino a 490 km quadrati per il fotovoltaico a terra (attualmente ne sono stati occupati 177), si ricaverebbero usando appena il 4% delle zone agricole che giacciono inutilizzate.
2) «Le rinnovabili inquinano». Ridurre gli inquinanti è l’unica soluzione per frenare il cambiamento climatico, e «ogni frazione di grado in più significa più fame, sfollamenti e perdite», ha spiegato il segretario dell’Onu Guterres in vista della Cop 30 che si è aperta a novembre in Brasile.
I dati dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena) e dell’Università di Oxford dimostrano che per fabbricare un impianto da un Mw di fotovoltaico a terra servono 200 tonnellate di materiali, poi si alimenterà gratis per 30 anni. Per produrre la stessa elettricità, a una centrale termoelettrica servono 14mila tonnellate di carbone e 5mila di gas. E quando hanno concluso il loro ciclo? Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr: «Gli impianti eolici sono riciclabili o riutilizzabili al 95%, praticamente ogni componente tranne le pale, invece oggi è ancora anti-economico separare le materie prime che compongono i pannelli fotovoltaici, ma si arriverà a fare anche questo. È una grande occasione: nel 2050 avremo 2,2 milioni di tonnellate di pannelli da smaltire, se non creiamo una nostra industria dovremo farli riciclare alla Cina».3) «Non conviene». Secondo il Politecnico di Torino l’attuale sistema di trasmissione dell’energia elettrica, basato su un’infrastruttura a corrente alternata, crea dei «colli di bottiglia» che impediscono agli impianti di produrre alla loro capacità massima, perché non sempre si riesce a trasferire grandi quantità di potenza sulle lunghe distanze. Le soluzioni ci sono, a cominciare da quella di realizzare una rete a corrente continua ad alta tensione e implementare i sistemi di accumulo. I costi sembrano elevati, ma sganciarci dal gas e raggiungere l’obiettivo 2050, per l’Italia significa guadagnare 900mila posti di lavoro (qui lo studio dell’Università di Roma) e, come ci insegna la Norvegia, ridurre le bollette. L’Agenzia Internazionale per l’Energia dice che produrre un Mwh di solare ed eolico costa 4 volte meno del gas e 3 volte meno del nucleare. Infatti Ferrovie dello Stato (la più grande azienda energivora del Paese) ha appena chiuso i bandi d’acquisto di energia green a lungo termine: invece dei 110 €/Mwh, che è il prezzo medio all’ingrosso nel 2025, pagherà 75 euro la fotovoltaica; e 90 euro l’eolica.
Battaglia ideologica
Per Trump le fonti di energie rinnovabili «sono la truffa del secolo» e l’eolico «causa il cancro». Frasi come queste non hanno alcuna base scientifica, ma offrono nuovi pretesti per frenare la transizione energetica. Conclude Armaroli (Cnr): «Prima con il Covid poi con l’impennata del prezzo del gas dovuto alla guerra, gli italiani si erano schierati a favore delle rinnovabili, ora la controffensiva delle lobby dei combustibili fossili sostenute dalla Casa Bianca è arrivata qui, e trascina su posizioni ideologiche che ignorano i dati scientifici e generano un oggettivo danno economico ad aziende e famiglie».