Corriere della Sera, 12 novembre 2025
Leone, il ragazzo di Chicago: «Baseball, bici e ascoltava tutti»
Le partite a baseball in strada con i fratelli, i giri in bicicletta. Come quella volta che il fratello maggiore, Louis, gli propose di andare a Beaubien Woods, colline, boschi, sentieri, burroni, una faccenda pericolosa, «non dovremmo», dice il piccolo, «non lo saprà nessuno», ribatte il grande, che potrà mai succedere? E invece succede che i due incontrano una gang di ragazzini, vogliamo le vostre bici, le butteremo nel fiume, butteremo anche voi, le cose si mettono male ma il piccolo Rob dice tranquillo al fratello: lascia che ci parli io con loro. Louis Prevost lo racconta ancora incredulo: «È sceso dalla bicicletta, ha cominciato a parlare con quei ragazzi e siamo diventati amici. “Ma che gli hai detto?”, gli ho chiesto. E lui: ho solo parlato con loro».
Sempre stato così, «Rob» Francis Prevost. Il documentario Leo from Chicago, prodotto dal Dicastero della comunicazione guidato da Paolo Ruffini e diffuso dai media vaticani per i sei mesi dall’elezione di Leone XIV – lo hanno realizzato i giornalisti Deborah Castellano-Lubov, Salvatore Cernuzio e Felipe Herrera-Espaliat, con il montaggio di Jaime Vizcaíno Haro – si apre con la skyline della metropoli, il traffico delle highway, luci al neon, la prima pagina del «Chicago Sun Times» che titola «Da Pope!», l’articolo «the» scritto nello slang cittadino per significare l’incredibile, un Papa concittadino. L’immagine di un treno merci che raggiunge il sobborgo di Dolton, nel South Side, risale all’inizio, attraverso i racconti dei fratelli Louis e John. Vivevano in una casetta di mattoni in tutto simile alle altre. Stanza da letto, bagno, cucina, salone e sala da pranzo, un seminterrato e il piano superiore non completato. Quando Rob è nato, la culla stava in sala da pranzo. Dopo cena, messi a posto i piatti, i genitori recitavano il rosario in salotto. La mamma andava a messa tutte le mattine alle 6. L’educazione cattolica, le scuole cattoliche.
«La prima cosa che abbia mai capito è che voleva diventare prete», racconta John. Ogni giorno scendeva in cantina con i fratelli e Rob preparava asse da stiro e tovaglia, «celebravamo la messa e non lo considerava un gioco, conosceva tutte le preghiere in latino e inglese». Una delle suore a scuola gli disse: «Robert Francis, un giorno potresti diventare Papa», e tutti a ridere.
Il fratello Louis
Incontrammo una gang, volevano buttarci nel fiume. Bob li fermò, parlando con loro
La gente oggi va a pregare, davanti alla casa natale. Ma la sua storia è quella di un ragazzo normale, seppure dotato. La passione per le auto, per dire: gli piace guidare, conosceva marche, modelli, linee di produzione, adorava le Ford, sostituiva da sé olio e candele. E poi il baseball e il tifo per i White Sox. O l’amore per il cinema: non vedeva l’ora di vedere The Blues Brothers di John Landis, ambientato a Chicago, c’è una foto che lo mostra con gli stessi occhiali scuri di John Belushi e Dan Aykroyd. E il cibo americano, hamburger, panini con carne di manzo e un’incredibile pizza ai peperoni con salsicce e funghi che ora è stata ribattezzata «Poperoni». Una foto ai tempi del St. Augustine Seminary lo ritrae con gli amici mentre canta Neil Diamond ed Elton John.
Ottimo studente, editore dell’annuario al liceo e tutor, alla vigilia degli esami «sapeva essere così calmo, sotto pressione». La marcia pro-life del 22 gennaio 1974 a Washington, la tesi sulla Dottrina sociale della Chiesa alla Villanova University, l’ideale agostiniano dell’amicizia e della vita in comunità, la capacità di ascoltare. Può sembrare ovvio dirlo di un Papa, ma dal documentario si ricava l’impressione di un uomo che ci crede, crede profondamente e in vita sua non ha mai fatto nulla per distinguersi né per fare carriera. Anni di studi, la laurea in matematica, in filosofia, in teologia, il dottorato in diritto canonico.
Poteva insegnare all’università, ricordano gli amici, ottenere incarichi prestigiosi in un’arcidiocesi. Ma lui voleva diventare missionario. Ha scelto di andare in Perù, decenni tra la povera gente. Il resto gli è capitato, ecco tutto. Certo, «aveva il dono della leadership» ed era stato per dodici anni generale dell’ordine agostiniano, aveva girato il mondo. Ma ancora all’inizio del 2023 era solo il vescovo di una piccola diocesi remota affacciata sul Pacifico, a Chiclayo. Finché Francesco lo ha chiamato a Roma per guidare il Dicastero dei vescovi ed è divenuto cardinale neanche venti mesi prima di essere eletto nella Sistina.