La Stampa, 17 giugno 2017
L’Italia è stata fatta con capitale straniero
La quasi decennale crisi, che da economica e finanziaria è divenuta anche sociale e morale per l’Occidente, seppur in superamento, è stata perfino più pesante rispetto a quella degli Anni Trenta, come ha ben indicato il Governatore della Banca d’Italia.
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La crisi è stata particolarmente rilevante in Italia per motivi che hanno lunghe radici che traggono origine dalla strutturale gracilità del capitalismo italiano e dal peso del debito pubblico. Prima dell’Unità d’Italia, i vari Stati e staterelli erano già gravati da onerosissimi debiti pubblici e non erano certo all’avanguardia delle modernizzazioni in Europa. Le guerre di Indipendenza pesarono sui primi bilanci dell’Italia unita, mentre nella seconda metà dell’Ottocento le modernizzazioni e gli investimenti venivano realizzati soprattutto con capitali esteri.
Il discorso di Napoli
Nel 1915, poco prima dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, Francesco Saverio Nitti, illustre economista e statista, già ministro con i Governi di Giovanni Giolitti, pronunciò a Napoli un discorso (che venne subito pubblicato dall’Editore Laterza) sul «Capitale straniero in Italia».
Nitti rilevava che «in Italia l’azione del capitale straniero è stata per lungo tempo molto grande». Per quasi quarant’anni, «dopo aver conquistata la sua libertà», l’Italia ha visto che diverse delle maggiori industrie erano sorte non solo con capitale straniero, ma «con direzione tecnica e spesso con gruppi di operai scelti stranieri». Nitti indicava che le industrie in Italia erano «insufficientemente fornite di capitali per lavorare utilmente o più utilmente» e aggiungeva «che in Italia mancavano tutte le tradizioni della grande industria, quando la grande industria era già fuori d’Italia gigantesca; si spiega allora che l’intervento di capitali stranieri e sopra tutto di organizzazioni tecniche straniere fu considerato largamente come il miglior modo di sviluppare le risorse del Paese».
Nitti rilevava che «non solo a Napoli e nel Mezzogiorno ma in Piemonte e in Lombardia fra il 1860 e il 1880 molte intraprese tramviarie e di illuminazione non sarebbero state eseguite senza capitali belgi e francesi» e aggiungeva che «il progresso delle industrie della Valle del Po fu reso più facile dalla vicinanza dei grandi centri di produzione stranieri: la Francia, la Svizzera, sopra tutto la Germania».
Nitti individuava anche i limiti delle risorse naturali in Italia e rilevava che «avendo un’alta densità di popolazione, superficie coltivabile relativamente assai limitata, insufficienza di risorse minerarie, scarsità se non mancanza di materie prime necessarie all’industria, l’Italia è stata, è, sarà ancora largamente esportatrice di uomini». «Per molti anni il capitale straniero in Italia ha avuto una importanza prevalente: non solo per il grande numero di titoli di Stato collocati all’estero – sottolineava – ma perché tutte le grandi imprese di traffico, di comunicazione, di trasporto, erano straniere o prevalentemente straniere. Anche le maggiori società italiane preferivano vivere spesso all’ombra di società estere. La Borsa di Parigi ha regolato per molti anni tutte le Borse italiane».
Le guerre mondiali
La gracilità storica del capitalismo italiano iniziò ad evolvere negli ultimi vent’anni dell’Ottocento: «Solo dopo il 1881 è cominciato un più largo sviluppo del Paese, un aumento continuo del capitale italiano nelle maggiori imprese». Da allora fino alla Prima guerra mondiale «l’industria si consolidò, il risparmio fu maggiore», si sviluppò il primo miracolo economico e sociale del Novecento sotto la guida di Giolitti. Ma Nitti lucidamente individuava anche dei limiti, purtroppo non solo di allora, che imbrigliavano lo sviluppo in Italia: «Le Società per Azioni si sviluppano lentamente fra le difficoltà della legislazione inutilmente ruvida e il rigore fiscale spesso inutilmente aspro».
Dopo il 1915 il capitalismo italiano fu indebolito pesantemente dalla Prima guerra mondiale e dal difficilissimo dopoguerra, dalla crisi degli Anni Trenta, affrontata con fortissime nazionalizzazioni. La Seconda guerra mondiale colpì a morte il gracile capitalismo italiano, sia privato, sia pubblico. La ricostruzione post-bellica, le aperture dei mercati e le alleanze occidentali promosse da De Gasperi e da Einaudi avviarono l’Italia al «miracolo economico» che poggiava su un più dinamico capitalismo privato e sulla conservazione di quello pubblico.
La crisi di oggi
Negli Anni Novanta, con le liberalizzazioni innanzitutto europee, è iniziata una nuova fase di forti e rapide privatizzazioni, di nuovo con il cospicuo concorso di capitali internazionali. La crisi degli Anni Duemila ha nuovamente e profondamente indebolito la struttura del capitalismo del Paese, soprattutto dove era più gracile. Un capitalismo che ora va incoraggiato con misure lungimiranti che favoriscano la ripresa di un circuito produttivo innanzitutto di risparmi e di investimenti.
* Presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi)