18 gennaio 2012
Dal Gold Standard alle crisi degli anni Trenta
18 gennaio 2012
Gold standard
Lezione 13
Ciclo e grande crisi
La prima globalizzazione (1890-1914)
• Movimentodeifattoriproduttivi
• Riduzione dei costi di trasporto
• Gold standard
Il gold standard
La quantità di oro contenuta nelle singole valute determinava: a) la circolazione monetaria interna; b) i cambi esteri. Per es. 1 sterlina conteneva 113,0016 grani di oro e 1 dollaro 23,22. Nel mercato internazionale 1 sterlina si scambiava con 4.86,6 dollari: il tasso di cambio equivaleva cioè al rapporto tra le quantità di oro incorporate nelle singole valute (113,0016/23,22 = 4,86,6). Nel mercato interno circolavano sia monete-oro che monete-carta (banconote e depositi). La moneta cartacea era convertibile in oro ma eccedeva le riserve auree: le banche non sarebbero state in grado di cambiare in oro tutti i biglietti ed i titoli di deposito in circolazione. Per garantire la convertibilità furono escogitati due sistemi. L’Inghilterra, fin dal Bank Charter Act del 1844, pose un “limite massimo” all’emissione di biglietti non coperti da oro. Altri paesi dell’Europa continentale, tra cui Germania e Italia, oltre al “limite massimo”, imposero alle rispettive banche centrali di mantenere una “riserva minima” di oro a copertura dei biglietti emessi (40%)
Le regole del gioco: 1
• Un regime di cambi fissi.
Il cambio £/$ poteva oscillare tra un minimo di 4,84 ed un massimo di 4,90 dollari per sterlina. Un debitore americano non avrebbe mai accettato di pagare più di 4,90 dollari per sterlina: avrebbe infatti potuto acquistare oro a New York, trasportarlo a Londra per 3 centesimi di dollaro per ogni sterlina d’oro e venderlo al prezzo di 4,87 dollari per sterlina. Ugualmente, un creditore inglese non avrebbe mai accettato di ricevere meno di 4,84 dollari per sterlina potendo esigere di essere pagato in oro.
Le regole del gioco: 2
• Un’offerta di moneta proporzionale alla riserva aurea.
Per conservare un regime di cambi fissi, le banche centrali variano l’offerta di moneta in base ai flussi d’oro. Nel caso di deflusso, e cioè di un disavanzo commerciale, contraggono l’offerta di moneta con un rialzo del tasso di sconto
Le regole del gioco: 3
• Prezzi interni flessibili.
La manovra dello sconto può essere efficace per ristabilire l’equilibrio della bilancia dei pagamenti, bloccare i flussi oro e preservare un regime di cambi fissi soltanto se i prezzi interni sono flessibili.
La regola fondamentale
La prima è la regola fondamentale. Le altre sono quasi subordinate: è per avere un regime di cambi fissi che occorre regolare l’offerta di moneta in base ai flussi oro e mantenere flessibili i prezzi interni. Infatti, se i flussi oro fossero neutralizzati da compensatorie manovre monetarie o i prezzi interni fossero rigidi sarebbe favorito un duplice squilibrio, interno ed esterno, che finirebbe per minare la stabilità dei cambi. Ma perché i cambi fissi sono così importanti? Perché garantiscono una crescita equilibrata e sostenibile.
Cambi fissi e crescita economica
I cambi fissi favoriscono una divisione internazionale del lavoro conforme al principio dei vantaggi comparati e assicurano la stabilità monetaria indispensabile per formare il risparmio necessario a finanziare i nuovi investimenti (sono impedite le politiche inflazionistiche). Garantiscono cioè le due condizioni classiche della crescita economica: la divisione del lavoro e l’accumulazione di capitale.
Guerra e dopoguerra
• Sospensione del Gold standard durante la guerra e leadership americana
• Nel dopoguerra 2 problemi ostacolano il ritorno al desiderato ordine prebellico
1. Nel mondo circola troppa carta-moneta e poco oro (difficile tornare alla convertibilità)
2. Tutti sono indebitati con gli Usa (il problema delle riparazioni tedesche)
La soluzione del 1924-25
Gli Usa concedono prestiti ai paesi europei per ricostruire le loro economie e pagare i debiti I maggiori paesi aderiscono al gold exchange standard, un sistema aureo più elastico, senza oro in circolazione, con la possibilità di detenere come riserve anche £ e $, ma con le stesse regole del gioco del Gold Standard
Il potere (relativo) di Usa e Gb
• L’equiparazione all’oro di dollaro e sterlina conferisce a Stati Uniti e Inghilterra un enorme potere. In realtà, si tratta di un potere relativo. Le altre banche centrali avrebbero continuato a detenere dollari e sterline solo fino a quando fossero state certe della loro convertibilità aurea. E, per preservare la convertibilità, e cioè il mantenimento di un’adeguata riserva aurea a copertura dei biglietti emessi, Inghilterra e Stati Uniti avrebbero dovuto rispettare le tre grandi regole del gioco dei sistemi aurei.
Piano Dawes e GES
Nell’estate del 1924 viene varato il Piano Dawes. Il piano è quasi un simbolo della soluzione data ai problemi emersi nel dopoguerra: gli americani concedono alla Germania un prestito di 800 milioni di Reichsmark per graduare la corresponsione delle riparazioni e tornare all’oro. La Germania aderisce al gold exchange standard nell’agosto del 1924. Tra il 1925 e il 1927 tornano all’oro Inghilterra, Francia e Italia. L’Inghilterra rivaluta la sterlina ristabilendo l’antica parità aurea di £1 = $4.86,6. La Francia stabilizza il franco operando di fatto una svalutazione. L’Italia rivaluta la lira rispetto a dollaro e sterlina.
I paesi chiave: Inghilterra e Germania
In base alle regole del gioco, l’Inghilterra avrebbe dovuto attivare un processo deflazionistico interno per compensare, attraverso la riduzione di salari e prezzi, un tasso di cambio divenuto proibitivo per le imprese esportatrici mentre la Germania avrebbe dovuto utilizzare i prestiti esteri per ristrutturare l’economia interna e generare il surplus commerciale necessario a procurarsi la valuta da restituire. Ed invece: l’Inghilterra non riesce a deflazionare per la dura reazione del movimento sindacale che si oppone alle restrizioni salariali mentre la Germania utilizza i prestiti esteri anche per finanziare spese improduttive.
Il boom economico
Il risultato è che in Inghilterra e Germania vi sono più consumi (pubblici e privati) e meno esportazioni di quante vi sarebbero state se fossero state applicate le regole del gioco. L’economia europea, a partire dal 1924, entra in una fase di espansione economica alimentata da un eccesso di domanda sulla produzione interna e da un conseguente disavanzo commerciale finanziato con prestiti americani che dovevano essere restituiti.
La prima svolta del 1927
Nel 1927 si diffonde l’aspettativa di una crisi correttiva derivata dall’applicazione delle regole del gioco. L’Inghilterra, che perdeva oro, avrebbe dovuto contrarre l’offerta di moneta. La Francia, preoccupata per le condizioni dell’economia inglese, avrebbe potuto richiedere la conversione in oro delle sterline in suo possesso aggravando la situazione della Banca d’Inghilterra. La Germania avrebbe dovuto contrarre la spesa pubblica. Gli Stati Uniti, che registravano afflussi d’oro, avrebbero dovuto espandere l’offerta di moneta. Ma, difficilmente, l’espansione americana avrebbe potuto compensare la contrazione europea e, probabilmente, il boom sarebbe culminato, come altre volte nella storia del capitalismo, in una salutare crisi correttiva.
Il boom continua
Le banche centrali dei maggiori paesi concordano una politica espansiva. L’Inghilterra non contrae l’offerta di moneta (almeno nella misura in cui avrebbe dovuto), la Francia non converte in oro le sterline possedute, gli Stati Uniti espandono molto più di quanto avrebbero dovuto l’offerta di moneta. Il boom prosegue. Alla borsa di New York si gonfia la bolla speculativa: i risparmiatori americani, contagiati da un’euforia irrazionale, continuano ad acquistare azioni a prezzi crescenti in base alla semplicistica previsione che le quotazioni continueranno a crescere ancora. Nel giro di pochi mesi il valore delle azioni raddoppia senza che i bilanci delle imprese o le prospettive dei mercati giustificassero una tale performance.
La seconda svolta del 1929
A partire dal 1928 i capitali investiti in Europa cominciano a tornare in America. Per l’Europa, e innanzitutto per Inghilterra e Germania, si apre la penosa prospettiva di dover attuare manovre restrittive per ridurre drasticamente l’indebitamento estero. Nell’estate del 1929 si verifica la seconda svolta: la Fed inasprisce la politica monetaria. Ad ottobre scoppia fragorosamente la bolla di Wall Street. Si invertono le aspettative di speculatori e risparmiatori e cominciano copiose le vendite al ribasso dei titoli. Nell’autunno del 1929 termina il boom e inizia la grande depressione.
Le politiche anti-crisi
Quando scoppia la crisi i due principali attori della politica economica americana sono quasi all’ esordio. Il Presidente Hoover è in carica dal 4 marzo1929, la Fed, fondata nel 1913, si trova ad affrontare la prima crisi in regime aureo (la precedente crisi si era verificata nel 1921).
Cosa avrebbero dovuto fare
(in base alle regole del gioco)
Preservare cambi fissi, offerta di moneta proporzionale alla riserva aurea e prezzi flessibili. Durante la recessione si contraggono prezzi e produzione, aumenta la disoccupazione e si manifesta il pericolo di una fuga di capitali. Per mantenere i prezzi flessibili (verso il basso) i governi avrebbero dovuto tutelare la libertà delle imprese di licenziare e ridurre i salari. Per impedire la fuga dei capitali e la conseguente svalutazione del cambio le banche centrali avrebbero dovuto alzare il tasso di sconto: più esattamente avrebbero dovuto concedere credito a tassi di interesse crescenti (la cosiddetta regola di Bagehot). Dunque, abbassare i salari ed alzare il tasso di sconto: ecco la ricetta classica.
Cosa fecero: gli Usa
• La Fed abbassa il tasso di sconto e inietta liquidità nel sistema economico: i titoli in suo possesso raddoppiano tra ottobre e novembre e aumentano dello stesso ammontare tra novembre e dicembre 1929. Hoover, anziché favorire o consentire un ribasso di salari e prezzi, tenta di bloccare la deflazione: vara un programma di lavori pubblici, crea il Federal Farm Board per acquistare le eccedenze agricole e concedere loans alle imprese pericolanti, svolge un’azione di moral suasion per persuadere i grandi gruppi industriali a non ridurre i salari, non pone il veto alla legge Smooth- Hawley che introduce il protezionismo. L’esercizio finanziario 1929-30 si era chiuso con un avanzo di bilancio. Quello successivo registra un cospicuo deficit.
Gli Usa/2
• Gli Stati Uniti attuano una politica economica espansiva a sostegno della domanda interna finalizzata ad arrestare la caduta di prezzi e produzione. Violano la terza regola del gioco: anziché assecondare la deflazione tentano di fermare e invertire la tendenza al ribasso dei prezzi con una politica di reflazione. Una politica che tuttavia non ferma la crisi: alla fine del 1930 fallisce la Bank of the United States e si diffonde il panico.
Cosa fecero: l’Europa
• Nel 1928 il ritiro dei capitali americani aveva aperto la dolorosa prospettiva di una politica restrittiva. Adesso la prospettiva si invera. Germania e Inghilterra devono contrarre la domanda interna per ridurre il disavanzo commerciale e arrestare il deflusso d’oro. Contrarre la domanda significa, soprattutto, abbassare consumi e spesa pubblica e cioè tagliare i salari dei lavoratori, i sussidi dei disoccupati, i finanziamenti per i lavori pubblici.
La Germania
In Germania va in crisi il governo di coalizione presieduto dal socialdemocratico Muller, contrario a ridurre la spesa pubblica. Nel marzo del 1930 si forma un nuovo governo, senza i socialdemocratici e diretto dal leader del partito di centro Brüning. Il nuovo governo prepara una politica di austerità che sottopone al giudizio popolare nelle elezioni generali del settembre 1930. Le elezioni registrano invece il clamoroso e inatteso successo del partito di Hitler che passa dal 2,5 al 18,3% dei consensi. La Germania comincia a perdere riserve auree: all’incertezza generale si aggiunge la preoccupazione politica destata dalla vittoria nazista.
La crisi precipita
La crisi precipita nel maggio 1931. I francesi, contrari alla costituzione della progettata unione doganale austro- germanica, ritirano improvvisamente i depositi dal Credit- Anstalt. Il crollo della banca austriaca provoca un effetto domino e accelera la fuga dei capitali da Germania e Inghilterra. La Germania applica la ricetta classica. La Reichsbank aumenta il tasso di sconto ed esclude tassativamente l’ipotesi di una svalutazione del marco. Il 5 giugno il governo approva un pacchetto di misure volte a ridurre il disavanzo pubblico e cioè a comprimere la domanda interna e il disavanzo commerciale. La manovra contempla tagli alla spesa pubblica e maggiori entrate fiscali
La crisi precipita in Germania
La manovra restrittiva non riesce a bloccare la fuga dei capitali. Il 20 giugno 1931 il Presidente Hoover concede la moratoria di un anno per tutti i debiti di guerra e innanzitutto per quelli tedeschi. Ma la Germania ha bisogno di nuovi prestiti esteri. Che non esita a richiedere. Il 15 luglio 1931 le riserve tedesche scendono sotto la soglia di sicurezza del 40%. La Germania è virtualmente fuori dal gold exchange standard. Il nuovo governatore della Reichsbank, Luther, chiede un enorme prestito estero. I negoziati si protraggono senza esito. Ad agosto la Germania assume una decisione estrema: introduce il controllo dei cambi. I cambi restano fissi grazie ad un controllo governativo delle principali voci della bilancia dei pagamenti. La prima misura è il congelamento dei depositi esteri. Il provvedimento preclude di fatto alla Germania la possibilità di ottenere ulteriori prestiti esteri.
La crisi precipita in Inghilterra
Nell’estate del 1931 la crisi precipita anche in Inghilterra. L’Inghilterra attua la stessa politica restrittiva della Germania e incontra analoghe difficoltà. La banca centrale alza il tasso di sconto e il governo riduce il deficit pubblico. Il governo riesce in pochi giorni a ridurre drasticamente il deficit pubblico e ad ottenere, grazie a questo provvedimento, cospicui prestiti esteri. Ma l’Inghilterra è ormai investita da una crisi di sfiducia ed i capitali continuano ad uscire dal paese intaccando le residue riserve auree.
La via d’uscita inglese
Il governo inglese assume la storica decisione di sospendere la convertibilità aurea della sterlina a partire dal 21 settembre 1931. L’Inghilterra viola direttamente la prima e fondamentale regola, quella che impone di mantenere un regime di cambi fissi, e svaluta la sterlina. L’Economist titola: “La fine di un’epoca”.
La violazione delle regole
Nei primi due anni di crisi, dall’ottobre 1929 al settembre 1931, i grandi paesi sperimentano strategie diverse per uscire dalla crisi. Ma, prima o dopo e più o meno volontariamente, tutti violano le regole del gioco. L’America di Hoover infrange la terza regola per contrastare la deflazione. La Germania di Bruning disattende la seconda regola per mantenere stabile il cambio. Infine, l’Inghilterra di MacDonald viola la prima e fondamentale regola perché non riesce a deflazionare.
La terza svolta del 1931
Il 21 settembre 1931 segna il terzo e ultimo momento di svolta. La crisi rimbalza dall’Europa all’America. Il dollaro resta l’unica valuta convertibile in oro e su di esso si concentrano le attenzioni degli operatori di tutto il mondo: cosa sarebbe successo se, venuta meno la fiducia verso l’economia americana, banchieri e risparmiatori avessero iniziato a convertire in oro i dollari in loro possesso?
L’incertezza americana
Da un lato si contrae l’offerta di moneta: i risparmiatori convertono depositi e banconote in oro. La Fed compie operazioni di mercato aperto di segno espansivo. Hoover istituisce un’agenzia governativa per assistere e salvare le banche in difficoltà. Ma la manovra espansiva non compensa la contrazione spontanea e l’offerta di moneta si riduce. L’amministrazione Hoover continua ad aumentare la spesa pubblica ma nell’esercizio finanziario 1932-33 tenta di ridurre il disavanzo pubblico aumentando ancor di più la pressione fiscale. Dunque, politiche monetarie e fiscali solo parzialmente espansive.
Il new deal di Roosevelt
L’incertezza svanisce con Roosevelt, che entra in carica come Presidente degli Stati Uniti nel marzo 1933. Le politiche monetarie e fiscali diventano pienamente espansive. Nell’aprile del 1933 Roosevelt assume la storica decisione di sospendere la convertibilità aurea del dollaro. Contestualmente implementa la politica del new deal volta a stimolare la domanda interna e a frenare la caduta del livello generale dei prezzi con codici di disciplina produttiva, sussidi agli agricoltori, grandi opere pubbliche, indennità di disoccupazione. Ovvero: svalutazione e reflazione
La politica di Hitler
La Germania intanto, bloccato il cambio, rafforza la politica di deflazione. L’8 dicembre 1931 il governo Brüning approva l’ennesimo provvedimento che decreta la riduzione dei salari. Ma la disoccupazione dilaga e supera il livello di allarme di 6 milioni di unità. Nel maggio 1932 Brüning è costretto a dimettersi. Cade, come lui stesso dirà, a “pochi passi dalla meta”. La conferenza internazionale che si tiene a Losanna nel giugno-luglio successivo riduce infatti sensibilmente l’entità delle riparazioni e ne sospende i pagamenti per tre anni (trascorsi i quali non saranno più ripresi). Alla fine del 1932 il nuovo cancelliere von Papen sperimenta una politica di lavori pubblici finanziata col credito interno. Ma si tratta di un timido tentativo che non scalfisce la disoccupazione e non arresta la congiunta ascesa del movimento nazionalsocialista. Il 31 gennaio 1933 Hitler è nominato cancelliere del Reich: subito intraprende una politica economica pienamente espansiva basata su un programma di lavori pubblici finanziati col credito interno. Con Hitler la strategia anticrisi diventa: cambi fissi controllati e reflazione.
Il blocco oro
In Europa alcuni paesi, tra cui Francia e Italia, restano ancorati all’oro e ad un regime di cambi fissi (il cosiddetto blocco oro). Nel 1934 l’Italia fascista adotta il controllo dei cambi. L’Inghilterra segue invece un’altra strategia. Nella conferenza di Ottawa del luglio 1932 approva un sistema di tariffe preferenziali che favorisce l’interscambio con i paesi del Commonwealth. L’Inghilterra cerca cioè la ripresa nei propri domini.
Una comune politica espansiva
Nel corso del 1933 gli Stati Uniti, seguendo l’esempio dell’Inghilterra, svalutano il dollaro. Altri paesi, tra cui Germania, Italia e Francia, conservano un regime di cambi fissi. Nell’alternativa tra cambi fissi e flessibili tutti attuano politiche espansive
La (debole) ripresa
Nel 1934 inizia una debole ripresa avvolta ancora oggi da un alone di mistero. Fu vera ripresa? E fu dovuta alle politiche espansive intraprese nel biennio 1932-33? Nel 1937 l’economia mondiale cade infatti in una nuova recessione che termina soltanto con le prime avvisaglie di guerra. Nel 1936 si frantuma anche il blocco oro e tutti i paesi adottano una comune strategia anti-crisi: svalutazione e reflazione.
Il ciclo in breve
Il ciclo economico che si svolge tra il 1924 e il 1936 è caratterizzato da tre fasi principali: boom (1924-29), grande crisi (1929-33) e debole ripresa (1934-36). Solo negli Stati Uniti, tra il 1929 e il 1933, il GDP si riduce del 30%, il tasso di disoccupazione passa dal 3 al 25% e l’indice dei prezzi al consumo crolla del 25%. Il ciclo è però contrassegnato anche da tre cruciali scelte di policy. La prima è assunta nel 1927 quando le grandi banche centrali concertano una politica monetaria espansiva che prolunga il boom. La seconda avviene nell’estate del 1929 quando la Fed effettua una manovra restrittiva che prelude (causa?) il crollo di Wall Street. L’ultima è ancora una scelta della Fed che nell’autunno del 1931, dopo la svalutazione della sterlina, implementa una politica monetaria parzialmente espansiva che non compensa la contrazione spontanea dell’offerta di moneta. Tre fasi e tre scelte che Keynes e Hayek, dividendosi, tentano di spiegare.