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 2024  maggio 21 Martedì calendario

Federalismo e potere centrale in Italia combattono da secoli L’autonomismo è stato ritenuto divisivo perché antinazionale


La raccolta dei discorsi parlamentari di Gianfranco Miglio sarà presentata oggi alle 10 in Sala della Lupa di Montecitorio, nel corso del convegno Il federalismo in Italia e la lezione di Gianfranco Miglio. Roberto Chiarini ci anticipa i contenuti del suo intervento.
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Roberto Chiarini
Il federalismo è stato il grande assente della politica nazionale. Lo è stato a partire dal momento cruciale dello State building, della formazione dello Stato, in cui si strutturano sistema politico e sistema dei partiti. La frattura centro/periferia, che pure era ben lacerante nell’Italia riunificata, non ha avuto alcuna incidenza. Dominanti sono state due altre fratture: la confessionale e quella di classe. Per un intero secolo di federalismo (quasi) non si parla. Resta una questione latente, agitata saltuariamente da intellettuali e da qualche, isolato politico. Sono stati, solo per fare qualche nome illustre, Romagnosi all’inizio del XIX secolo, Minghetti al compimento dell’unità d’Italia, Sturzo e qualche padre costituente a sollevare il tema del superamento del centralismo statale. A parte l’interesse intellettuale incontrato, il federalismo non ha mai trovato un imprenditore politico che ne facesse la propria issue privilegiata e quindi senza mai entrare nell’agenda politica nazionale. Diviene una questione politica inserita nell’agenda politica del Paese solo a partire da un quarantennio fa.
La mancanza di incidenza politica del tema federalismo va ricondotta si diceva – al predominio delle altre due fratture risultate strutturanti del sistema partitico italiano, la confessionale e quella di classe. Sono queste che si sono poste all’origine dei nostri partiti ideologici di massa, gli unici insediatisi nella lunga storia della democrazia italiana: e cioè il partito socialista e il partito comunista da un lato, il partito popolare e la democrazia cristiana dall’altro: due tradizioni di pensiero che iscrivono nel loro orizzonte l’universalismo e l’internazionalismo. Essi hanno opposto una barriera ad ogni proposta che apparisse loro a qualche titolo una minaccia all’unità nazionale.
Quando il tema del federalismo (ri)emerge, non si impone però per forza propria, ma sostenuto da quello più dirompente che chiameremmo la «questione settentrionale». È una storia lunga quella che ha portato il Nord a costruirsi un’identità polemica e alternativa al Sud, in termini di cultura politica prima ancora che di destino economico. Si può risalire addirittura alla plurisecolare esperienza di dominazioni straniere e signorili subite dall’Italia. Tutto ciò ha prodotto una condizione di sudditanza e di irrimediabile passività politica degli italiani. L’unica possibilità di influire sulla politica era di mettersi sotto la protezione del potente di turno. «Francia o Spagna purché se magna» è il motto con cui si suole volgarmente etichettare il tradizionale pregiudizio sfavorevole adottato dagli italiani nei confronti della politica. La «cura dei pubblici affari» – quelli politici per eccellenza, riguardanti cioè le relazioni tra gli Stati, la difesa nazionale, l’uso della forza – è stata vissuta dagli italiani come una risorsa stabilmente sequestrata da poteri «altri».
Bandita la possibilità di coltivare «i pubblici affari», non rimaneva che applicarsi ai «negozi privati». In alcune plaghe (il Mezzogiorno) tale ripiegamento nel privato ha procurato alle genti locali solo una penosa sopravvivenza. In altre (il Settentrione) ha promosso invece una pratica di operosità e di intraprendenza che ha generato lo sviluppo economico e il progresso sociale. Caso emblematico è Milano. Il capoluogo lombardo s’è costruito un’identità di «capitale morale», di città «bastante a se stessa» (Giorgio Rumi). Si tratta di un’idea di superiorità che si riversa in desiderio di distacco e di disinteresse per l’impegno politico diretto: una sorta di «vocazione alla riserva», quella che Gianfranco Miglio ha definito «propria di un cosmopolitismo congenito dell’operare economico, il filo rosso conduttore della storia dei Lombardi». È l’orgoglio ostentato in epoca medievale per la civitas Ambrosiana che si aggiorna nell’età dei lumi in rivendicazione di Milano come «città del fare». Il «genio di Milano» si laicizza allora, ma resta pur sempre «il cristianesimo civile». L’opposto della Roma dei papi, «dove dominano – scrive un corrispondente di Cesare Beccaria – la povertà del popolo, l’ottusità del clero e l’insulsaggine dei letterari».
L’antitesi Roma/Milano avrà sempre maggiore fortuna fino a imporsi all’indomani dell’unità nell’immaginario collettivo come la coppia oppositiva di politica e economia, di inefficiente stato centralistico e di sana amministrazione municipale, dell’Italia del progresso e dell’Italia della resa. È un sentimento che corre come un fiume carsico sotto la superficie di una storia dominata da forze che espungono o, quanto meno, tacitano la frattura territoriale, economica e politica, che divide il Paese.
I governanti liberali relegano in soffitta l’originario progetto autonomista per l’incombere di soverchianti minacce: prima il brigantaggio meridionale, poi il temporalismo antinazionale e oscurantista, infine le plebi rosse sovversive. Figurarsi poi il fascismo: nazionalista, autoritario, soffocatore di ogni istanza autonoma esercitata dal basso. Anche al sorgere della Repubblica, la questione settentrionale resta viva. È sempre Milano a confermarsi come il luogo privilegiato in cui si continua a tener vivo l’orgoglio del Nord. Non tramonta il mito della città «capitale morale» d’Italia. Anzi, esso viene rinverdito e per così dire rinvigorito dal primato che il capoluogo lombardo si assicura nella generale corsa del Paese alla crescita economica degli anni Cinquanta ed insieme dalla distinzione che Milano vanta in quanto città per eccellenza della «buona amministrazione», tutta protesa al fare piuttosto che al parlare.
La questione settentrionale si inabissa di nuovo per fare saltuariamente delle riemersioni, sempre polemiche e talvolta dirompenti. Non ha ancora mosso i primi passi la Repubblica e si sentono echeggiare in Lombardia slogan che avranno poi fortuna con la Lega: il Nord «monumentale mucca da mungere», il contribuente settentrionale asino che sopporta «il 75 per cento del totale carico tributario d’Italia»; Roma «babilonia dell’arrivismo e della corruzione», «mangiatoia d’Italia», sede di «un’opprimente burocrazia fiscalista e poliziesca».
L’istanza autonomista/federalista sopravvive nella «Repubblica dei partiti» accompagnata dalla denuncia del loro prepotere. I partiti sono additati al pubblico ludibrio come i veri portatori sani dell’infezione centralistica. Ci vuole il loro inabissamento sotto il ciclone di Tangentopoli perché il tema del federalismo riemerga di prepotenza. Ma resta ancorato ad una cultura di protesta e d’opposizione. Diceva Giambattista Vico che «la natura delle cose sta nel loro nascimento». La questione settentrionale è nata divisiva. Il federalismo, sua ultima configurazione storica, non poteva che sorgere con lo stesso imprinting. Un federalismo non per il Paese, ma per il Nord, non per rendere la vita democratica della nazione più articolata e partecipativa, ma per liberare l’Italia fattiva e laboriosa dai ceppi del centralismo romano, parassitario e improduttivo. Per imporsi come progetto nazionale ha bisogno di liberarsi del suo carattere divisivo.