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 2024  maggio 21 Martedì calendario

Ue, i due volti di Giorgia Meloni


Ha suscitato numerosi commenti, in genere negativi, il nuovo intervento di Giorgia Meloni alla kermesse spagnola di Vox.
Dai toni aspri ai contenuti euroscettici – come si diceva un tempo –, il volto della presidente del Consiglio sorridente e amichevole con tutti, a cominciare da Ursula von der Leyen, è svanito e al suo posto è tornata la combattente di strada che ha vinto le elezioni del 2022. Si dirà: siamo a tre settimane dalle elezioni e ognuno gioca le sue carte. La spiegazione convince fino a un certo punto.
L’esibizione di Madrid è senza dubbio utile all’estrema destra spagnola che negli ultimi tempi ha dimostrato di non essere proprio in buona salute. Serve anche all’ungherese Orbán, un altro in perdita di consensi. Fa comodo al portoghese di Chega che invece sta avendo successo nel suo Paese, ma ha necessità di farsi conoscere in Europa. E ovviamente manda in visibilio il presidente argentino, l’istrione Milei, che adora i palcoscenici.
Ma Giorgia Meloni? Cosa ha da guadagnare e cosa da perdere la premier italiana?
Guadagnare, niente. Perdere, parecchio: almeno rispetto all’immagine della leader conservatrice che ha le sue idee e le difende, ma senza nulla da spartire con il guazzabuglio estremista di Madrid. Anche perché le contraddizioni emerse sono un po’ troppo numerose persino per chi è esperto nel gioco delle tre carte.
La maggiore riguarda il rapporto con gli Stati Uniti a pochi mesi dal voto presidenziale.
Giorgia Meloni si è schierata in maniera convinta dalla parte della Casa Bianca nel dramma dell’Ucraina e in Medio Oriente. Non ha mai civettato con Trump, a differenza di Salvini. Vuol dire che ha scelto un certo modo di stare nell’Alleanza Atlantica e di condividere un’idea dell’Occidente. Ma oggi si trova ad arringare una folla che in buona misura la pensa in tutt’altro modo. L’amico Orbán è molto più filo-russo che filo-americano. Non solo: teorizza il declino irreversibile della civiltà liberale euro-atlantica in favore della post-democrazia di cui il sostenitore è Putin.
Va dato atto alla premier di non aver mai condiviso queste ambiguità che peraltro hanno un valore strategico: dipingono un’Europa distaccata dal mondo anglosassone in termini politici e militari, quindi pronta a trovare un compromesso con il partner russo alle condizioni di quest’ultimo. Una volta si sarebbe detto: desiderosa d’essere “finlandizzata”, ma oggi Helsinki è nella Nato.
Il fatto è che nella riunione della destra in Spagna l’America, e di conseguenza la causa dell’Ucraina, non erano molto popolari.
Almeno l’America che pesa ancora in Europa e nell’Alleanza. Mentre le simpatie andavano tutte a Trump, che di recente ha ricevuto il capo di Vox, Abascal. E se il candidato repubblicano non si è rivolto online al vertice della destra, è stato solo per un calcolo di opportunità. Viceversa ha parlato Milei, ma la sua ricetta super-liberista, sprezzante verso lo stato sociale, non è di sicuro quello che propone il destra-centro in Italia e nemmeno altri destrorsi nel resto d’Europa: tutti appaiono “statalisti” al cospetto dell’argentino. E allora il risultato di Madrid è soprattutto quello di mostrare a tutti le profonde divisioni di una destra variegata che ambisce a diventare la terza forza del Parlamento europeo.
Eppure l’obiettivo di Meloni è chiaro.
Rafforzare la galassia della destra (con l’eccezione, per fortuna, degli impresentabili tedeschi di Alternative…) e tentare di proporsi come interlocutore dei Popolari in chiave anti-socialisti. Prospettiva quanto meno problematica, ma l’operazione potrebbe comunque aiutare l’Italia dopo l’estate.
Quando la neonata Commissione dovrà fissare i nuovi parametri economici, di certo faticosi per qualsiasi governo a Roma.