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 2024  maggio 21 Martedì calendario

“Il 23 maggio diventi il 25 aprile della lotta alla mafia”

PALERMO – La Sicilia che ingoiava orrore e sangue senza mai reagireprova a diventare capitale della memoria. A 32 anni dalla strage del 23 maggio ’92, nella quale morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta, Palermo annuncia un Museo del presente curato dalla Fondazione Falcone, che esporrà oggetti appartenuti al magistrato antimafia, mentre a Capaci, il luogo di quella mattanza, domani apre il Must23, il Museo voluto da Addiopizzo travel e Capaci no mafia, in una stazione ferroviaria dismessa: cinque container colorati ospiteranno le foto Ansa di Falcone e Borsellino, la ricostruzione video della strage e la libreria tematica di Feltrinelli. A inaugurarla, tra gli altri, ci sarà Pif, attore e regista che della memoria degli anni di piombo palermitani ha fatto una battaglia, al cinema e non solo.
Pif, 32 anni fa avrebbe scommesso su un museo della memoria e sull’irrinunciabilità dell’appuntamento del 23 maggio?
«Forse sì: nel pieno della tragedia, era auspicabile, ma ingenuamente non mi sarei aspettato di trovarmi certi politici in certe situazioni. Pensavo non saremmo più tornati indietro: abbiamo fatto passi avanti, certo, ma moltissimi passi indietro».
Quali?
«Non voglio fare nomi ma certi politici in un mondo normale sarebbero scomparsi: in una città come Palermo e in generale in Sicilia, invece, fanno ancora il bello e il cattivo tempo, e sono ancora considerati punti di riferimento. Non ne faccio una questione penale ma una questione morale: se sono sindaco e vado a cena a casa del mafioso non è un reato, ma è disdicevole. Gli elettori continuano a votare gente che sembra impossibile sia ancora in auge. Io non voglio vederli in carcere ma vorrei vederli espulsi dalla società».
Questo è un Paese che perde la memoria sulla mafia?
«Ricordo un 23 maggio in cui mi sono trovato al bar con dei ragazzi. Ho chiesto loro cosa ricordassero della strage, mi hanno guardato e mihanno risposto che nel ’92 uno aveva un anno, l’altro due: mi sono sentito un reduce di guerra. È come quando da bambino ti raccontavano le storie della guerra e pensavi fosse una cosa passata. Il 23 maggio non è un capitolo chiuso, la mafia non è una storia finita e questo dobbiamo farlo capire ai bambini».
Allora quanto vale un museo della memoria a Capaci?
«È incredibile che non sia stato fatto prima. Ma è anche arrivato il momento di raccontare Palermo anche attraverso altro rispetto alla mafia. Mi spiego: è sbagliato parlare solo di mafia, è sbagliato far finta che la mafia non ci sia più. Ora possiamo parlare di mafia anche fieri, è giusto raccontare le vite delle vittime, mentre in genere ci concentriamo solo sulla loro fine. Raccontare fa bene, perché tiriamo fuori anche gli errori commessi, l’importante è farlo nella maniera giusta. So che non è tutto perfetto ma partiamo da un dato positivo: io faccio il regista, e prima girare un film a Palermo senza passare dalla famiglia collusa era impensabile. Oggi posso girare un film nella mia città senza chiedere nulla a un mafioso».
Il 23 maggio è un anniversario apolitico che non corre il rischio delle divisioni del 25 aprile?
«Il nesso un po’ c’è, sono due giornate in cui il Paese si dovrebbe unire e invece non succede. Si dovrebbe festeggiare la libertà conquistata grazie a chi ha combattuto. Sono due giornate in cui spesso il Paese si divide e sono fonti di discussione, e questo già fa capire che c’è un problema. Sono gli anniversari di due lotte che hanno in comune la libertà, ma ognuno ha un’idea diversa di lotta alla mafia e di lotta per la libertà».
Il video che ricostruisce la strage fa male, basta guardare le auto: c’è il rischio di preferire l’oblio?
«Quando la gente mi chiede cos’è la mafia ricordo sempre la macchia di sangue che gli inquirenti trovarono a Erice, al primo piano di un palazzo, schizzata da uno dei fratellini Asta uccisi nella strage di Pizzolungo. Dobbiamo far capire la brutalità della mafia, bisogna sapere con chi abbiamo a che fare».