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 2024  febbraio 12 Lunedì calendario

Intervista a Saverio Costanzo


Il filo che lega Wilma Montesi, vittima a 21 anni, nel 1953, di uno dei delitti più clamorosi del dopoguerra, alla protagonista del nuovo film di Saverio Costanzo Finalmente l’alba, scampata alla fine di una notte iniziatica a un destino che avrebbe potuto essere simile, è un filo che, purtroppo, non si è ancora spezzato. Un filo che riconduce alla violenza degli uomini sulle donne, alla giovinezza violata di due ragazze: «Certe dinamiche – dice il regista – sono rimaste tragicamente le stesse».
Perché ha scelto un femminicidio degli Anni 50 come punto di partenza del racconto?
«La suggestione è felliniana. Nel finale della Dolce vita Mastroianni, sulla spiaggia di Fregene, parla con una ragazza vestita di bianco, ma non riesce a sentire quello che lei dice. Per Fellini quella ragazza era Wilma Montesi, all’epoca già morta, quell’episodio a suo parere coincideva con la perdita dell’innocenza del nostro Paese. Il femminicidio di Montesi aveva chiaramente una motivazione sessuale, i tabloid cominciarono a speculare sul mistero di quella scomparsa che, come poi si seppe, riguardava personaggi importanti della politica e del cinema. Per la prima volta in Italia maturò un’ossessione che non coinvolgeva tanto la vittima, quanto i presunti, possibili carnefici. Ritornare a quel periodo mi è servito per mettere a fuoco i passi avanti che abbiamo fatto, ma anche quelli indietro».
Parlava di somiglianze con l’attualità. Quali, secondo lei?
«Per esempio il fatto che quando succede qualcosa a una ragazza, aleggi sempre quel commento, quell’idea del “eh però…se l’è andata a cercare”. Wilma era una comparsa, voleva fare il cinema, quando la ritrovarono sulla spiaggia furono in tanti a esprimersi in quel modo. È lo stesso tipo di considerazioni che sentiamo oggi, frutto di una mentalità profondamente misogina, e anche italiana. Si tende a giudicare la donna, ancora adesso è così, questo è un passo in avanti che non abbiamo fatto».
Perché il caso Montesi ebbe un impatto così forte sull’opinione pubblica?
«È rimasto un mistero irrisolto, l’ho studiato a fondo, coincideva con un fatto mai avvenuto prima. La società dello spettacolo, un gruppo sociale formato da privilegiati, veniva messa per la prima volta sul palcoscenico, con il ruolo di imputata».
Reduce dall’esperienza dell’Amica geniale, ha scelto di girare un film sulla vicenda di una ragazza. Come mai il femminile la attrae tanto?
«Sono cresciuto in un matriarcato. Per me l’autorità è femmina. Di conseguenza ho sempre pensato di essere, in quanto uomo, quello sbagliato. Questo mi ha spinto non solo a sviluppare il mio lato femminile, di cui vado molto fiero, ma anche a essere attratto dai personaggi femminili, che mi consentono, rispetto a quelli maschili, viaggi molto più fantasiosi e iperbolici».
Ha usato il termine “sbagliato”. In che senso?
«Nel senso che, in quanto maschio, ero quello che doveva adeguarsi e capire».
Il film è dedicato a suo padre Maurizio.
«Sono molto stupito del fatto che in tanti mi abbiano chiesto la ragione della scelta. A un figlio viene a mancare il padre, la cosa più naturale del mondo era dedicargli il film. Per me è stato un atto dovuto».
È vero, molti si sono sorpresi. Forse perché lei non ha mai sottolineato il legame con suo padre.
«Ci ho riflettuto. Per riservatezza, per timidezza, anche per rispetto verso il pubblico, preferivo non essere identificato con mio padre. Però, forse, in quel desiderio c’era proprio il bisogno di dire quanto fosse bello il rapporto che abbiamo vissuto».
Un rapporto su cui, in pubblico, non vi esprimevate mai.
«Si, dall’esterno poteva perfino sembrare che ci fosse un conflitto, avevo imposto a mio padre di non parlare di me, e io facevo la stessa cosa. La distanza che si vedeva da fuori rifletteva solo una forma di pudicizia che io ho nel mostrare gli affetti personali. Il film si chiama Finalmente l’alba e, in effetti, questa è un po’ la mia alba, un modo per ricominciare, rinascere».
Il personaggio di Josephine Esperanto (Lily James), l’inarrivabile diva che aggancia la ragazzina Mimosa (Rebecca Antonaci), trasuda infelicità. Quanto era difficile essere una star negli Anni ’50?
«Josephine simboleggia la lotta che, allora, un’attrice famosa doveva condurre per acquistare potere e, di conseguenza, libertà. Tutto questo, tristemente, passava attraverso la necessità di compiacere le aspettative che i maschi avevano su di lei, e quindi di essere sempre, a tutti i costi, seduttiva».
In questo senso oggi qualcosa è cambiato?
«Da dieci anni a questa parte molte cose sono mutate, ma ancora tante devono cambiare. Oggi c’è un interesse molto maggiore verso le registe, le storie femminili, le protagoniste donne. Prima non era così, nel campo dei compensi credo che ci sia ancora molto lavoro da fare. C’è un’intera cultura da rivoluzionare, ma è un processo che non si interromperà, di questo sono certo».
Il film celebra l’era dorata di Cinecittà. Adesso è tutto diverso oppure no?
«Non mi sembra che ci siano grandi differenze. Anzi, mentre giravo mi sembrava di rivedere tra le maestranze le stesse facce di allora che, finito il lavoro, salivano sulla Lambretta e tornavano a casa, verso periferie pasoliniane. In fondo Cinecittà siamo noi». —