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 2023  settembre 26 Martedì calendario

Intervista a Emiliano Luccisano

«Senti, Barbie Idroscalo, il romano si vanta dei monumenti della sua città solo se va in vacanza all’estero, tipo in Svezia». Perché quando è a Roma, il romano, preserva un suo rapporto con l’antichità storicamente di segno opposto. «Il Colosseo? Una rotonda col traffico! La Basilica di San Pietro? Un parcheggio sprecato! Fontana di Trevi? Sulla Fontana di Trevi il romano coltiva solo un sogno: attaccare una calamita a un filo pe’ fregasse ‘e monetine!».
Per spiegare la romanità a una milanese, in questo caso a «Barbie idroscalo», servono saggisti troppo severi o attori troppo comici. Emiliano Luccisano, classe 1987, appartiene alla seconda categoria anche se un pochino, con la serie sui social dedicata alla «Piccola Lombarda», sfiora anche la prima. La popolarità la misura in milioni di visualizzazioni anche se ha una storia che inizia molto prima di TikTok o di Instagram. È una storia di accademia, di laboratori, di giornate intere passate a scrivere prima per gli altri e poi per se stesso, costretta («E alla fine è stata una fortuna») sui social network dall’inizio della pandemia, quando si è ritrovato solo a girare video sui sedili della sua Panda assegnando a se stesso i tre personaggi della tripartizione verdoniana, «il normale, il coatto e il fessacchiotto, che poi sarebbero la trasposizione del buono, del brutto e del cattivo dei western».

Quando gli dicono che è il nuovo Enrico Brignano, o il prossimo Enrico Brignano, fa l’esatto contrario di quello che farebbero molti altri: e cioè conferma, o quantomeno non smentisce. «Stesse scuole, stessi maestri, abitiamo anche a dieci metri di distanza, quindi respiriamo la stessa aria. Il paragone ci sta».
Dicevamo dell’indolenza del romano che descrive in molti suoi sketch. Neorealismo o satira?
«Più neorealismo. Se potesse, col centro di Roma, il romano farebbe come la Terra col Sole. Je girerebbe attorno».

Insomma, è il Tevere di Verdone in Gallo Cedrone. ‘Sto fiume ce serve o non ce serve? Perché se nun ce serve...
«Proprio così. Vale per il Tevere quello che vale per il Colosseo, Fontana di Trevi, San Pietro»
Lei da dove arriva?
«Dal quartiere Centocelle».
Quadrante più, quadrante meno, gli stessi «bordi di periferia» di Eros Ramazzotti.
«Esatto. Con la tipica vita di periferia che ne consegue».
Lontana dai grandi teatri, dalle grandi accademie.
«In realtà ho fatto teatro da sempre, a cominciare dai piccoli laboratori che si facevano alle scuole elementari. Consideri che il primo, vero, corso di recitazione l’ho fatto a undici anni».

Eredità familiare?
«Macché. Papà fruttarolo e mamma operatrice di call center, ancora in attività».

Fruttarolo, a Roma, è il fruttivendolo. Operatrice di call center lo capiscono ovunque già così.
«Mamma lavora ai call center della Motorizzazione Civile ma prima era operatrice meccanografica, un lavoro che non so neanche se esiste più».
L’amore per il teatro?
«La folgorazione vera e propria arriva alle medie. Erano gli anni di Zelig in tv».
Il suo mondo fuori dalla tv?
«Liceo scientifico di giorno. Poi, il pomeriggio, il lavoro da magazziniere in un supermercato di famiglia. Ci sarei rimasto fino ai venticinque anni, anche durante il periodo all’accademia che era stata di Gigi Proietti e poi rilanciata dai suoi allievi, a cominciare da Paola Tiziana Cruciani».
Esordi?
«La prima tournée a diciassette anni ma siamo un gruppo di kamikaze, praticamente non sappiamo nulla se non improvvisare. Qualcosina esce fuori: qualche spettacolo con Remo Girone, una mostra di quadri di Dario Fo...».
Smentisca la leggenda secondo cui un comico agli inizi fa fatica a mettere insieme un pranzo e una cena.
«Ho fatto teatro off per sette anni. Quello che mi rimaneva in tasca, escluse le spese, erano tipo 200 euro in due mesi. Avendo già una famiglia sulle spalle (sposato a vent’anni, moglie ballerina conosciuta in accademia, una figlia femmina, ndr) continuavo a fare il magazziniere al supermercato. Poi, per fortuna, arriva la tv».
Autore?
«Il mio lavoro è scrivere. A ventisei anni inizio a farlo per Dado, per Salvatore Marino, per quei comici romani che in quel periodo iniziano a fare il giro delle trasmissioni televisive, anche politiche. Dai programmi di Michele Santoro a La Gabbia di Gianluigi Paragone, passando per i Fatti vostri di Michele Guardì e Made in Sud. Lì comincio a guadagnare, un salto per me incredibile, infatti lascio il posto da magazziniere».
Quanto pesa a un comico stare dietro le quinte e scrivere per gli altri?
«Agli altri non so, a me rodeva tantissimo. L’ambizione è una bestia difficilissima da tenere a bada».
Oggi, sommando le diverse piattaforme, ha quasi mezzo milione di follower e video visti da milioni di persone. I tre personaggi interpretati da lei stesso, La Piccola Lombarda (con Sonia Merchiorri, ndr) a cui insegna la sopravvivenza anche dialettica in quella giungla chiamata Roma, sempre con centinaia di migliaia di visualizzazioni.
«Io sono per il varietà classico e tento una strada tutta mia tra il cabaret e la stand-up. Tutto sta nel darsi un limite. Puoi fare ridere con uno sketch sul porno amatoriale ma devi sapere a che punto del discorso fermarti e imboccare una strada che faccia ridere tutti tutti».
La svolta?
«Quando arriva la pandemia a casa si fermano le entrate. Io comico e mia moglie ballerina, alle prese con teatri chiusi, festival annullati, spettacoli cancellati. Non potevo fare nulla se non recitare con me stesso. Per questo esco di casa e raggiungo l’unico posto dove potevo arrivare: l’interno della mia Panda. Scrivo per tre personaggi e li interpreto tutti io».
Come il primo Verdone.
«Esatto, credo che siano le tre persone che si vedono in giro per Roma: il tontolone buono, il coatto trucido e la persona normale. Subito sono milioni di visualizzazioni, già dal primo video. E partendo da una base di poche migliaia di follower».
È vero che i comici vivono di giornate no?
«Non giornate, di vite no. Otto ore a scrivere e non sai se quella cosa funzionerà davvero. Se va bene, finisce benissimo. Se va male, malissimo».
Un rischio enorme.
«La vita a teatro è una lunga rincorsa a fuggire da quella spirale di stenti e miserie che ti risucchia per definizione. Giri su te stesso e non sai se alla fine è un sì o un no. A volte è l’uno, a volte l’altro».
E quando è no?
«Conosco colleghi che fanno a teatro 340 repliche l’anno e che portano a casa duemila euro ogni tre mesi. Se hai l’affitto, difficile reggere».
I social?
«Su Facebook c’è stato un tempo in cui settecentomila visualizzazioni valevano 700 euro, ora non è più così».
Quanti odiatori la inseguono sotto i video dei suo sketch?
«Quello che ti scrive “sei un cogl...” lo trovi sempre. Io certe volte rispondo, li prendo a parolacce. Non sono ancora entrato nella fase Vip. E prima di essere un comico, sono sempre un coatto de Centocelle».