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 2023  luglio 29 Sabato calendario

Intervista a Gustavo Zagrebelsky

«Fuma?». No. «Peggio per lei». Gustavo Zagrebelsky è un uomo ruvido con dolcezza. Nel suo appartamento al centro di Torino – pianoforte, chitarra classica, una miriade di volumi schierati sulle librerie di legno – versa nelle tazzine il caffè bollente appena uscito dalla Moka. Dice: «Il mondo è seduto su un vulcano» e abbozza un sorriso lungo e misterioso, come se volesse vedere l’effetto che fa. Ha gli occhi sfavillanti, pieni di sfida, eppure in qualche modo insondabili.
L’idea dell’incontro sarebbe quella di parlare dello spirito dei tempi. Meloni, la Carta, Vox, la giustizia. Farlo con un uomo che a 26 anni insegnava all’Università di Sassari e nel 2004 era presidente della Corte Costituzionale darebbe ovviamente preziosi spunti di riflessione. Zagrebelsky però ha in testa altro. Ha in testa di più. E solo un matto proverebbe a dissuaderlo dai suoi propositi.
Il giorno del suo ottantesimo compleanno (il primo giugno), il Professore ha inaugurato un’altra fase della vita. Una fase in cui, rileggendo il passato, è pronto a immaginare e a proporre un mondo nuovo. Da costruire appena l’esperienza dolorosa di questa lunga stagione di crisi finirà in macerie. Testualmente: «Cerco di immaginare le cose che potremo fare di fronte alla catastrofe».
Sembra la pietra tombale sulla speranza collettiva, è piuttosto l’annuncio ambizioso di una Rinascita da parte di un intellettuale che trova comunque proficua anche l’ombra del caos e per questo continua a seminare.
Professore, a 80 anni è diventato definitivamente saggio?
«Non so se saggio. Spero non definitivamente! So che dal primo giugno cerco di cambiare prospettiva».
Vale a dire?
«È una data convenzionale. Da due mesi considero ogni giorno in più come un dono. Della provvidenza. Del caso. Della fortuna. Quello che vuole. Il punto è che quando ricevi un dono sei felice».
Lei è felice?
«Di certo respingo l’atteggiamento diffuso tra le persone anziane che cominciano a intristirsi perché va tutto male».
Non tutto va male?
«Magari non tutto. Ma molto sì».
Mi sfugge: più ottimista o pessimista?
«Guardi, se non si è ignavi è inevitabile legare i pensieri a una possibilità di futuro».
Dunque ottimista.
«Non corra. Norberto Bobbio diceva che tutti gli sciocchi sono ottimisti, ma non tutti gli ottimisti sono sciocchi. Conviene dunque una certa prudenza per non essere automaticamente annoverati tra gli sciocchi. Quello che appartiene al futuro ci è ignoto, però ci sono circostanze che inclinano, se non al pessimismo, almeno a molta preoccupazione. Ha notato come si sta diffondendo una sensazione apocalittica, intesa come disvelamento di ciò che fino a ora non si vedeva o si cercava di non vedere?».
Ora che lo dice, in effetti lo noto.
«Siamo in un mondo dove c’è il “muro di pietra” di cui Dostoevskij scrive: ci si para davanti e ti sputa in faccia. E rompere il muro sarebbe necessario per affrontare temi terrificanti come l’abitabilità del pianeta, le guerre, le centinaia di migliaia di bambini che nascono e muoiono nella prima settimana di vita, mentre noi, osservando le foto di Aylan Kurdi o di Marie, che a sei anni perde la vita nel deserto tunisino accanto alla madre, allarghiamo le braccia. Non solo per assuefazione a queste immagini, ma soprattutto per impotenza di fronte all’orrore».
Sbagliavo, pessimista.
«Corre di nuovo. Le grandi questioni e le grandi idee assumono un significato diverso se chi le valuta vive una condizione di privilegio e di benessere oppure non ha nulla, a parte la sofferenza e la paura. Se passi le tue vacanze a Cortina è un conto, se sei una profuga a Sfax, o fuggi dalla Siria, è un altro. Non le pare?».
Domanda retorica.
«Il punto teorico al quale tengo molto è questo: da Aristotele a oggi siamo dominati concettualmente dal principio di non contraddizione e da almeno due secoli e mezzo la vita sul pianeta si svolge cercando di eliminare tutto ciò che non è coerente, sterminando le culture particolari e spingendo tutti verso uno stesso modello di vita. Egualizzazione, omologazione. La non contraddizione è un principio dispotico».
I costi dell’Illuminismo e della globalizzazione. Se non conoscessi la sua storia direi che parla come un reazionario.
«Ma io sono un reazionario! La questione è: reazione a che cosa?».
Mi spiazza.
«L’Illuminismo ha creato società basate sulla linearità (anche dal punto di vista architettonico, urbanistico). Ciò che non sta dentro, che sta ai lati, va estirpato o reso nullo. Il Papa parla con sofferenza di “scarti umani”, un ministro, con cinismo, di “carichi residuali”. Queste affermazioni, a parte la crudeltà del linguaggio, tradiscono un pensiero generale che non funziona più. E allora chiedo io a lei: non pensa che il nostro modo di concepire l’esistenza su questo pianeta abbia mostrato tutti i suoi limiti?».
Teorie care anche alle destre.
«Le sembro uno di Vox?».
In effetti no.
«Appunto. Sono, o cerco di essere semplicemente realista. E mi pare che il mondo sia ammalato, gravemente».
Siamo senza speranza?
«No. Non sono dalla parte di chi, come i “negazionisti” d’ogni genere, sostiene alternativamente che tutto va bene o che tanto non c’è niente da fare. Per dare un significato al tempo residuo a mia disposizione, io mi appoggio a due pilastri. Il primo: lo spirito di chi si sente libero di dire quello che crede senza pensare a chi giova o a chi nuoce. Il secondo è Albert Camus».
Cosa c’entra Camus?
«C’è un suo motto a me caro: a una certa età non si ha più tempo ed energia per le nuove imprese – non mi rimetterei a scrivere un trattato di diritto costituzionale – però si hanno il tempo e l’energia per guardare le cose vecchie con occhi nuovi».
Frase magnifica. Ma che cosa significa?
«Che posso ripercorrere e riconsiderare le cose che ho conosciuto e che ho studiato in passato, cercando di vederne lati nuovi, immaginando alternative».
Non mi è chiaro.
«Veda, io spero di aver fatto del mio meglio per la democrazia».
Innegabile.
«La ringrazio. Però, c’è stato un tempo, dopo la seconda guerra mondiale, in cui sembrava che la democrazia fosse l’approdo finale e universale dell’umanità. Ma la democrazia è libertà e differenziazione, difesa delle minoranze, cioè delle differenze. Stili di vita e culture. Se no, c’è asfissia. Ora pare che non ci possa che essere un solo modo uniforme di vivere e se vai ad Hong Kong ti trovi in un luogo che sembra Manhattan. La nostra, sottolineo nostra, democrazia ha prodotto questo risultato?».
Magari succede perché Manhattan è un modello attraente.
«Per noi, forse. Ma davvero lo è per tutti? E, comunque, adesso bisogna domandarsi se è un modello sostenibile».
Meglio guardare a Oriente, o magari a Est?
«Mai detto questo. E non mi faccia passare per putiniano. La globalizzazione ha definito le nuove regole dell’economia: accumulazione illimitata che chiamiamo sviluppo, dissipazione delle risorse e rottura degli equilibri naturali, impoverimento e sfruttamento di categorie sociali e di popoli interi. E come si cerca di tenere insieme tutto questo? Con la forza e con la sublimazione della forza, cioè le guerre che si fanno fare».
Fanno fare?
«Certo, questa è la definizione esatta. Putin o Biden non fanno la guerra, ma la fanno fare a centinaia di migliaia di altri esseri umani che vanno incontro alla morte. Di sicuro non per libera scelta. Perfino la guerra si è disumanizzata (seppure si potesse pensare a una guerra “umana"), trasformandosi al punto da distruggere vite, città e paesi senza che si sentano esplosioni, puzzo di cadaveri o si vedano macerie o nemici negli occhi. I missili e i droni si comandano con precisione millimetrica a migliaia di chilometri di distanza e gli strateghi maneggiano non uomini e vite, ma tecnologie».
Eppure il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina sembra avere caratteristiche antiche: un’invasione di campo, il controllo del terreno metro dopo metro.
«Missili e droni fanno il vuoto, ma poi il terreno si deve occupare. E lì la tecnologia non basta più. Occorrono gli uomini, come sempre. E gli uomini, quando si incontrano sul terreno, si guardano negli occhi. Come si vedono, prima di tutto? Come esseri umani o come animali feroci?».
Guardandosi negli occhi o no, gli uomini fanno la guerra da sempre.
«Sì: homo homini lupus. Anzi, la guerra – dicono in molti – è una cosa bella perché prepara una pace migliore. Ma a quale prezzo! Montesquieu, con tanti altri, sosteneva il contrario: che la violenza, l’aggressività e il sopruso non fanno parete della natura umana».
Che cosa se ne deduce?
«Questa differente visione dimostra che siamo nel campo delle ideologie. Anzi, la supposta naturale aggressività degli esseri umani in quanto tali, è l’ideologia massima, cioè il più importante intervento di manipolazione delle coscienze. E, se è una ideologia, non la si potrebbe sostituire con quella opposta? Siamo noi, non la “natura”, che ci facciamo amici o nemici l’un l’altro. Dove sta scritto che siamo obbligati a fabbricare, vendere e inviare continuamente armi?».
Istinto difensivo di sopravvivenza?
«Lei pensa subito all’Ucraina».
In effetti.
«Lo capisco. È automatico. Ma io sto cercando di alzare un poco lo sguardo e insisto a dirle che l’idea secondo la quale gli esseri umani sono per natura nemici e mossi da istinti aggressivi ed espansionistici di sé è un’idea di cui noi stessi siamo autori».
Scusi se tengo ancora lo sguardo basso, ma se vedesse qualcuno aggredire i suoi cari che cosa farebbe?
«Gli salterei addosso. Sa, io sono piuttosto iracondo e pronto a litigare anche se qualcuno mi ruba il parcheggio. Ma queste sono reazioni a un sopruso. Qui stiamo ragionando della propensione degli esseri umani a un sopruso specifico che si chiama guerra. Io credo che iniziare la guerra sia una decisione imposta da pochi potenti. Nelle capitali degli Stati non dovrebbe esserci il monumento al milite ignoto, ma alla vittima ignota».
Non ho capito se lei è un visionario o un utopista.
«Guardi, la grande sfida del tempo attuale, da cui dipende il futuro, è quella di uscire dai meccanismi immensamente pervasivi dell’ideologia guerresca. Dobbiamo abbassare il livello della violenza – che è grande – nei rapporti individuali, in quelli collettivi e con tutti gli esseri viventi sulla terra. Che è anch’essa un grande essere vivente, “un animale”, dicevano gli antichi».
Sarebbe più facile se non esistesse il male. Ma il male esiste.
«Come no. Se c’è il male, non dovremmo reagire con tutti i mezzi, opponendo violenza a violenza? Grande questione filosofica: si può essere tolleranti con gli intolleranti? Io, ancora una volta con Bobbio, dico di no, perché l’intollerante impedisce agli altri di essere tolleranti».
Così non c’è via d’uscita.
«C’è. Anche se qui entriamo nel campo delle virtù reciproche, le più difficili da realizzare. Si potrebbe fare ricorso al principio della morale kantiana: trattare gli esseri umani sempre come fini e mai solo come mezzi. Dove la parola “solo”, spesso trascurata, è importantissima».
Come si fa a non trascurarla?
«Ricominciamo dai singoli rapporti, andiamo a vedere dove prendono piede la violenza e il sopruso, guardiamo le cause e cerchiamo di disinnescarle, ragioniamo per i nostri figli e i nostri nipoti. Non facciamoci ingannare. Vediamo che la violenza è il prodotto delle prepotenze e dunque combattiamole, a incominciare da quelle piccole e quotidiane, fino a quelle grandi ed epocali. Guardiamo le cose vecchie con occhi nuovi – appunto – e si accorgerà che ripartire non è impossibile. E comunque è necessario». —