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 2023  luglio 29 Sabato calendario

La rotta delle anfore

Un mondo sommerso che racconta secoli di storia. Fatto di navi mercantili che, sulla rotta del Mediterraneo, sono affondate cariche di anfore e vasellame e che ora giacciono sui nostri fondali. Anno dopo anno stanno tornando alla luce, come nel caso del relitto trovato ieri al largo di Civitavecchia, a 160 metri di profondità, risalente al I o II secolo a. C.
Un ritrovamento complesso, in cui si sono attivati i carabinieri subacquei di Genova e Civitavecchia, in sinergia con la Sovrintendenza. «L’elemento interessante di questo ritrovamento – spiega Barbara Davidde, a capo della Sovrintendenza per il patrimonio culturale subacqueo – è che in questo caso le anfore trovate nella stiva della nave sono ancora impilate e perfettamente conservate. Questo ci permetterà di ricostruire molto dei traffici commerciali del primo o secondo secolo dopo Cristo». Dopo la nascita, nel 2021, di una Sovrintendenza dedicata, il patrimonio archeologico sottomarino sta colmando la grande differenza con quello terrestre.Si contano, ad oggi, 1200 siti italiani archeologici subacquei già schedati, ma ci si aspetta che altrettanti siano ancora da scoprire. Solo negli ultimi due anni ci sono stati il ritrovamento di un’imbarcazione romana al largo di Grado, quello di un rostro in bronzo nelle Egadi e delle anfore di terracotta al largo di Cagliari.
Ma come si arriva a scoprire l’esistenza di un reperto a metri e metri di profondità? «La ricerca può partire per il ritrovamento fortuito da parte di un sub che lo segnala alla Capitaneria di Porto, oppure dopo uno studio preliminare fatto da istituti di ricerca. Spesso sono le fonti antiche, la letteratura, che ci spingono a cercare in un determinato luogo» continua Davidde. Sul posto, una volta ipotizzata la presenza di un relitto, si attivano i sommozzatori dei Carabinieri. «Con l’ausilio dei rov (piccoli robot subacquei, ndr) riusciamo ad arrivare in profondità e a mappare precisamente il sito archeologico, in sinergia con la Sovrintendenza» racconta Paolo Salvatori, Comandante della Sezione Archeologia del Reparto operativo dei carabinieri. «Al di là del ritrovamento, il nostro lavoro è anche quello di controllare che ogni reperto trovato sul fondale non sia preda dei cosiddetti “tombaroli” che potrebbero rubarli» conclude Salvatori. Molto spesso, i reperti vengono portati in superficie e restaurati. Nel 2018, a 780 metri di profondità del Canale di Otranto, durante i lavori per l’istallazione del gasdotto Tap, sono stati scoperti 220 reperti tra anfore, brocche e giare. Per Barbara Davidde si tratta del «ritrovamento più importante degli ultimi anni, testimonianze dei primi rapporti tra Corinto e gli insediamenti coloni lungo la costa pugliese, in particolare nel canale di Otranto». Dopo averli restaurati, un mese fa a Taranto è stata inaugurata una mostra che li racconta.
Diverso è il caso del Lazio meridionale con le sue peschiere o il Parco sommerso di Baia, a Bacoli, dove sono state scoperte intere ville romane sott’acqua della vecchia città, sprofondata a causa del bradisismo. In questo caso, ci si è dovuti ingegnare per mantenere tutto al suo posto. «Dal 2011, grazie alle nuove tecniche ideate da Roberto Petriaggi, siamo in grado di restaurare direttamente sul posto. La nuova creazione di malte, i sacchi in tela idrorepellente ci hanno permesso di lavorare in profondità» conclude Barbara Davidde. E queste città sommerse, insieme ai relitti di vecchie navi, sembrano essere la nuova frontiera di un turismo subacqueo, con visite guidate e sommergibili turistici.