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 2023  luglio 29 Sabato calendario

I lavoratori poveri di Hollywood


«Mi chiamo Jo Bustamante, dallo scorso settembre sono impiegata in cinque produzioni su sei diversi set a Los Angeles. Lavoro molto ma vengo dal Colorado e quando sono in città dormo nella mia auto. La mattina mi faccio la doccia in una palestra per essere pronta per le otto, dodici ore al giorno sul set». Bustamante è una signora sulla cinquantina, i tratti tipici dei nativi americani. Non si può permettere una stanza in un motel. «Amo il mio lavoro, mi permette di rappresentare le mie radici, la mia cultura. Ho iniziato a vent’anni, ora è diventato impossibile farlo dignitosamente».
La Hollywood che non ti aspetti, povera al limite dell’indigenza. Entrate di dieci, quindicimila euro l’anno. Niente copertura sanitaria, niente prospettive di pensione. Artisti, attori e sceneggiatori non disoccupati e anzi impegnati in produzioni di successo, eppure costretti a sbarcare il lunario, a sopravvivere, a riciclarsi come babysitter nei momenti di pausa, a dormire in auto. Sono loro che hanno detto basta, che hanno detto sì allo sciopero che ha fermato la fabbrica dei sogni.
E che ha fermato anche gli Emmy. La notizia infatti era attesa, ma ora è ufficiale: nessuna cerimonia di premiazione è prevista il 18 settembre, proprio a causa delle agitazioni dei lavoratori dello spettacolo. È la prima volta dal 2001 che gli Emmy subiscono un rinvio: quell’anno la cerimonia fu posticipata una prima volta dopo le stragi dell’11 settembre e poi in novembre sullo sfondo delle prime azioni militari in Afghanistan.
Il sindacato degli scrittori e quello degli attori protestano in strada, davanti ai cancelli di Paramount, Netflix, Disney e delle altre major. Marciano sotto la canicola, con i loro cartelli, con i fischietti, i tamburi. Sono allegri, non arrabbiati, determinati. Gli automobilisti suonano il clacson per solidarietà.
Los Angeles è una città in declino, non vive di solo cinema ma il settore è fondamentale per l’economia locale. L’era dello streaming ha cambiato tutto. Ma non in meglio. Le produzioni sono aumentate, raddoppiate, anche triplicate, ma tutto questo non ha avuto la minima ripercussione su buona parte degli artisti che le creano. Adam Conover, protagonista della serie Adam il rompiscatole, è membro di entrambi i sindacati in sciopero e fa parte del comitato per le negoziazioni con la controparte, ma negoziazioni al momento non ce ne sono. «Prima eravamo la classe media, siamo scivolati nella povertà. Ottieni un lavoro con una paga che in passato era considerata più che buona, ora non arrivi a fine mese. Gli studios poi fanno questi giochetti, aggiustano la scaletta così da farti lavorare meno ore possibile. Stanno trasformando le nostre carriere in lavoretti saltuari a chiamata. Lo fanno piangendo miseria, eppure le entrate per loro non sono mai state così alte».
Fine mese
«Prima eravamo la classe media, ora con la nostra paga non si arriva mai a fine mese»
Netflix nel 2022 ha fatto utili per nove miliardi di dollari, Disney per dodici. Ragiona Brian Cranston, indimenticato protagonista della serie tv Breaking Bad: «Capisco che l’ad della Disney Bob Iger possa non vedere le cose come le vediamo noi, ma gli chiedo di starci a sentire, di provare ad ascoltare. Non ci possono togliere il diritto di lavorare e guadagnare uno stipendio decoroso».
L’insicurezza per un attore è un rischio del mestiere ma nel 1960 – l’ultima volta che attori e sceneggiatori avevano scioperato insieme, fra loro c’era Ronald Reagan – i sindacati erano riusciti ad ottenere i cosiddetti residuals, ovvero i diritti connessi al copyright: una percentuale dei guadagni ottenuti ogni volta che un titolo torna fruibile. «Con i residuals – continua Conover – un attore viveva dignitosamente nei periodi di magra, fra un lavoro e l’altro, era possibile pagare il mutuo, mantenere la famiglia. Ora arrivano assegni di 50 centesimi». La mancanza di un’entrata certa per molti comporta la perdita dell’assicurazione sulla salute in un Paese in cui non esiste il servizio sanitario pubblico. «Ventiseimila dollari è il tetto minimo per avere l’assicurazione sanitaria – ha detto Matt Damon —. Spesso sono proprio i diritti di sfruttamento a portare molti attori sopra quella soglia. Perdere questi assegni è perdere il diritto alla salute, ed è inaccettabile».
Sui social è nata una sorta di gara a chi posta l’assegno più basso. William Stanford Davis, attore di Abbott Elementary ne mostra uno da tre centesimi. «Non posso dire chi sono i tirchi che me l’hanno mandato, ma perché lo fanno? La carta, il francobollo e la busta costano di più». Le compagnie di streaming sfruttano i contenuti ma non forniscono i dati sulle visualizzazioni, sottraendosi di fatto alle verifiche e quindi alla remunerazione degli artisti. Chris Browning, attore che ha lavorato insieme a Will Smith in Bright, film che Netflix proclama fra i più visti, ha ricevuto un assegno da 271 dollari. «Solo qualche anno fa sarebbe stato di 25 mila». «Quello che era stato deciso ai tempi della tv generalista ora non ha più senso – conclude Conover – abbiamo bisogno di un accordo che rifletta i cambiamenti dell’era dello streaming. Quanto durerà lo sciopero? Non lo so, è irrilevante. L’unica cosa importante è il diritto alla dignità».