Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2007
Biografia di Alfred Herrhausen
• Herrhausen, un filosofo a Francoforte. Il Sole 24 Ore 18 agosto 2007. L’esplosivo, 20 chili di Tnt, era nascosto in uno zaino nel porta-oggetti di una bicicletta, lasciata sul ciglio di una strada nella periferia residenziale di Francoforte. Il detonatore, con una sofisticata cellula fotoelettrica, scattò puntuale al momento del passaggio dell’auto. Lo scoppio fu udito a chilometri di distanza. La Mercedes-Benz blindata di Alfred Herrhausen fu squarciata dall’esplosione: l’uomo morì dissanguato in pochi minuti, le due gambe tranciate dal resto del corpo.
Era il 30 novembre 1989, alle 8 e 30 del mattino. Il Muro di Berlino era caduto da appena tre settimane e la Germania si stava avviando a un’unificazione che pochi mesi prima nessuno o quasi riteneva possibile. L’attentato, uno degli ultimi atti terroristici dell’autunno rosso tedesco peraltro mai chiarito ma a lungo attribuito alla Rote Armee Fraktion, aveva colpito il massimo rappresentante del capitalismo renano, il presidente di una Deutsche Bank potentissima, al cuore della Deutschland AG, il reticolo di partecipazioni incrociate che oggi è passato ma che per un secolo ha retto le sorti del Paese.
Herrhausen appartiene a quella schiera di imprenditori che hanno fatto il successo della Germania nell’ultimo mezzo secolo, sulla scia di Alfred Krupp o di Werner von Siemens, di Emil e Walter Rathenau, di Hugo Stinnes o Hermann-Josef Abs. Banchiere illuminato e filosofo a tempo perso, consapevole della crescente concorrenza internazionale ma attento ai valori sociali del mercato, aveva capito molto prima di altri che la globalizzazione dell’economia era dietro l’angolo e che per un istituto di credito che si voleva ambizioso e rispettato banking around the globe, around the clock, per usare una sua espressione, era necessario, anzi indispensabile.
Si dice che i bambini nati prematuri abbiano una forza segreta, una capacità nascosta di superare le avversità. I gemelli Alfred e Anne Herrhausen, venuti alla luce il 30 gennaio 1930 con due mesi d’anticipo rispetto al previsto, pesavano appena un chilo ciascuno. Per la madre Hella i primi tempi furono particolarmente gravosi in una Essen, la capitale della Ruhr, annientata dalla disoccupazione di massa provocata dalla Grande Depressione del 1929, che in pochissimo tempo aveva colpito tutta l’Europa e in particolare la Germania.
La famiglia, di religione cattolica, era convinta che la borghesia fosse predestinata a essere classe dirigente, istruita e preparata. Dopo aver frequentato i primi anni di scuola nella sua città natale, il giovane Alfred fu iscritto nel 1942, per decisione famigliare, in un famoso internato nazista: la Reichsschule Feldafing der Nsdap, in Baviera, dedicata alla formazione delle élite del regime. Lo stile era casermesco, con la sveglia fissata alle 5 e 30.
«C’era a Feldafing – disse un giorno il banchiere – un’atmosfera di disciplina, di successo, di agonismo, di amicizia. In quei tre anni assorbii molte delle grandi virtù prussiane che nella vita tanto mi hanno aiutato». Di quel periodo ereditò anche il portamento elegante, l’amore per lo sport e la passione per la letteratura. Ma quando arrivò il momento di decidere se optare per la filosofia o per una materia scientifica, la scelta in una Germania in piena ripresa fu inevitabile. Studiò economia a Colonia e iniziò la sua carriera, in pieno Wirtschaftswunder (miracolo economico), non nel mondo bancario, ma nel settore elettrico.
Fu chiamato alla Deutsche Bank da Friedrich Wilhelm Christians solo nel 1969. L’allora presidente dell’istituto di credito fu attirato da un uomo eclettico che dietro al piglio energico del manager nascondeva una passione per la filosofia. Nel suo ufficio, all’indomani della morte, fu trovata un’opera appena pubblicata e intitolata Grandi correnti della filosofia moderna, due volumi, 600 pagine dense di appunti e di note a margine. Con l’arrivo alla Deutsche Bank, il destino di Herrhausen era segnato: la grande banca tedesca sarebbe diventata per il Kind des Ruhrgebietes, il ragazzo della Ruhr, il suo palcoscenico, ma anche la ragione della sua fine prematura.
Fu tra i primi banchieri al mondo a introdurre piani strategici e obiettivi numerici che andassero oltre la semplice massimizzazione dei profitti. La strategia era di trasformare Deutsche Bank in «un grande gruppo multinazionale di servizi finanziari». Al banchiere di Essen, diventato co-presidente nel 1986 e unico presidente nel 1988, si devono in pochi anni alcune grandi acquisizioni tra cui quella della Banca d’America e d’Italia. Colui che più di altri ha contribuito a svecchiare la Germania post-hitleriana, imponendole le regole dei consigli di amministrazione non dei salotti mondani, aveva capito che il mondo stava cambiando: l’Europa di Jacques Delors aveva scelto la strada di una maggiore integrazione economica; l’informatica aveva messo radice nel mondo della finanza e stava entrando nella vita quotidiana; la cortina di ferro – alla guida dell’Urss era Michail Gorbaciov – mostrava le prime incrinature.
«Lieber Alfred», Caro Alfred gli scriveva ai tempi l’amico-cancelliere Helmut Kohl, dandogli pubblicamente del Du superando quel Sie, distante e freddo, che appena vent’anni prima segnava il rapporto tra i loro due rispettivi predecessori, Hermann Josef Abs e Konrad Adenauer. Eppure il presidente della Deutsche Bank era un personaggio controverso, al crocevia della potenza industriale e finanziaria della Repubblica di Bonn. Negli anni 80 i dirigenti di Deutsche Bank sedevano in oltre 400 consigli di sorveglianza in tutta la Germania.
«Certo che le banche sono potenti – disse in un discorso del 1989, a pochi mesi dal suo assassinio, mentre scoppiavano le polemiche sullo strapotere delle banche”. Chi dovesse negarlo mente. Ma avere potere non significa automaticamente abusarne». Peraltro, Herrhausen non amava l’aggressività della finanza americana e definiva le scalate ostili un esempio di “capitalismo traviato”. Ciò non gli impedì di essere un’eminenza grigia dell’economia tedesca.
Voleva modellare non solo la finanza, ma anche l’industria, da moderno tecnocrate non da ricco ereditiero: «Il suo modello era il Miti, l’onnipotente ministero dell’industria e del commercio in Giappone», ricorda il suo amico Hans-Olaf Henkel, ex presidente del’associazione imprenditoriale Bdi. Manovrò per consentire a Edzard Reuter di diventare presidente di Daimler-Benz nel 1987, e orchestrò la trasformazione dell’azienda da casa automobilistica a conglomerato industriale.
La stella di Herrhausen comunque brillava soprattutto all’esterno, assiduo partecipante ai primi talk-show televisivi di quel periodo. In Deutsche Bank, in compenso, aveva seri problemi di leadership tanto che si dice che quel 30 novembre 1989 avesse lasciato la sua residenza, sul massiccio del Taunus, pronto a dare le dimissioni se i suoi colleghi nel consiglio di gestione non avessero avvallato alcune sue iniziative.
Divorziato dalla prima moglie e risposato con un’elegante signora austriaca, Herrhausen subì in un primo momento l’ostracismo della Francoforte bene. Nella capitale finanziaria tedesca degli anni 70, il divorzio era causa di imbarazzo. Per un certo periodo il banchiere, ormai membro del consiglio di gestione, non ricevette inviti mondani, tanto che mise la famiglia prima del lavoro e propose clamorosamente le dimissioni. Furono respinte con sdegno; e fu presto riammesso nei salotti.
Troppo intelligente, e magari troppo affascinante per non provocare invidia? probabile, anche se a contribuire alle tensioni interne furono due scelte controverse che oggi appaiono probabili errori: la strategia di perseguire un modello Allfinanz e l’idea di trasformare Daimler-Benz in un gruppo industriale diversificato. Nei due casi la storia gli ha dato torto: la banque-assurance e il conglomerato sono per molti versi miti decaduti. Ma chi lo conosceva è convinto che Herrhausen avrebbe accettato di buon grado di smantellare il reticolato di partecipazioni incrociate.
«Era il 1972 – ricorda Roland Berger, il consulente d’impresa -. Mi occupavo di un fabbricante di cioccolato, Stollwerck, in acque difficili e nel quale Deutsche Bank aveva un’importante partecipazione. Un giorno Herrhausen, allora presidente del consiglio di sorveglianza, mi chiese come si poteva salvare l’azienda: cambiando azionista, trovando qualcuno che conosca il business, gli risposi. Da un giorno all’altro la banca uscì dal capitale: i suoi legami con la Deutschland AG erano piuttosto razionali».
L’ambizione del regista non era una semplice esibizione di potere, attento com’era alla responsabilità sociale della Deutsche Bank. Colui che un giorno il settimanale «Der Spiegel» definì «il signore del denaro» rifiutava «l’etichetta dell’arrogante, del freddo, dell’ambizioso, avido di potere». «L’idea che io possa essere diverso è inconcepibile», diceva dispiaciuto un uomo che fin dagli anni 70, minacciato dal terrorismo, custodiva nel comodino una lettera in cui spiegava che in caso di suo rapimento le autorità non dovevano cedere al ricatto.
Per lui, un istituto di credito era uno strumento dello sviluppo economico, a disposizione delle imprese e delle famiglie. Tanto che fu tra i primi a incoraggiare gli investimenti nell’ormai ex Ddr e appena dodici ore dopo la caduta del Muro la sua banca garantiva ai tedeschi dell’Est il cambio 1 a 10 con il Deutschemark. D’altro canto era nato in una città, Essen, dove i Krupp costruirono all’inizio del 900 per le loro maestranze uno straordinario quartiere residenziale, il Margarethenhöhe.
Peraltro, Herrhausen aveva intravisto il pericolo dell’opacità nel mondo degli affari. «Il capitalismo ha bisogno di una fase di glasnost, di trasparenza», ammise un giorno, poco prima di morire. E aggiunse: «Dobbiamo dire ciò che pensiamo. Dobbiamo fare ciò che diciamo. Dobbiamo essere ciò che facciamo». L’impegno era solenne, non sufficiente però a convincere i suoi nemici che si preparavano a uccidere “un patriota”, come lo definì l’ex cancelliere Kohl, proprio mentre sulla Guerra Fredda calava il sipario.
Beda Romano
DATE CRUCIALI
1930
Alfred Herrhausen nasce a Essen il 30 gennaio
1954
Termina gli studi di economia a Colonia
1970
Herrhausen entra nel consiglio di gestione di Deutsche Bank
1986
Diventa co-presidente della banca e dal 1988 unico presidente
1989
Il banchiere è assassinato a Bad Homburg, alla periferia di Francoforte, il 30 novembre
•
Le due Germanie
1989
Alfred Herrhausen, nel 1980, contribuì alla creazione nella Ruhr della prima università privata tedesca: la Universität Witten-Herdecke. Il cancelliere democristiano Helmut Kohl (nella foto durante i festeggiamenti ufficiali per la caduta del Muro di Berlino, nel dicembre 1989) ha detto di lui: «Era un sostenitore dell’economia sociale di mercato»
La scuola del Reich
1933
La Reichsschule Feldafing fu fondata dal regime nazista il 1° aprile 1933, pochi mesi dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler (nella foto una manifestazione della gioventù hitleriana). La scuola, con sede sul lago di Starnberg in Baviera, era dedicata alla formazione delle élite, sotto l’autorità diretta del Partito nazista. Alfred Herrhausen frequentò il collegio tra il ’42 e il ’45, che alla fine del conflitto fu chiuso dagli alleati
Il miracolo economico
Anni 50 e 60
La Germania è in piena ricostruzione dopo il lungo periodo bellico. L’economia sociale di mercato, voluta da Ludwig Erhard (nella foto), garantisce al Paese stabilità monetaria e un quadro giuridico in cui le imprese possono crescere liberamente. Negli anni 50 e 60 l’incremento del Pil è del 6-7% all’anno quando nello stesso periodo la Gran Bretagna cresce di appena il 2,5 per cento. La Germania registra un lungo periodo di piena occupazione. Nel 1969 Alfred Herrhausen lascia la Vew, una società produttrice di energia elettrica, e passa alla Deutsche Bank
Il collocamento delle azioni Fiat
1986
La Deutsche Bank ha spesso avuto rapporti d’affari con la Fiat, fin da quando negli anni 60 partecipò a un collocamento in Borsa della società italiana. Nel 1986, quando Herrhausen divenne co-presidente, la banca ebbe un ruolo cruciale nel riacquisto del pacchetto di azioni (pari al 10% del capitale) della casa automobilistica allora posseduto dalla Libia di Gheddafi (nella foto). Deutsche Bank fu accusata dalle altre banche partecipanti al collocamento di aver negoziato con troppa generosità il prezzo finale
Le acquisizioni e l’attentato
1989
Tre furono le acquisizioni con cui alla fine degli anni 80 Deutsche Bank iniziò il processo d’internazionalizzazione: Banca d’America e d’Italia, Banco Comercial Transatlántico e Morgan Grenfell. Nell’89, con Herrhausen alla guida, il numero dei dipendenti all’estero arrivò a 11mila. Il 30 novembre dello stesso anno una bomba fece saltare in aria la Mercedes-Benz su cui il banchiere stava viaggiando (nella foto). L’indagine sull’omicidio non si è mai conclusa: i sospetti ricadono sul gruppo radicale Rote Armee Fraktion, ma l’accusa è stata archiviata