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 2023  marzo 20 Lunedì calendario

Catalogo delle rivolte in corso nel mondo

Un mondo intero che protesta. Ma non è il mondo che protesta, sono tanti gruppi che manifestano nei singoli paesi per i motivi più disparati o anche disperati, dal fallimento della rappresentanza politica alla corruzione, dalle ingiustizie economiche ai provvedimenti che colpiscono i cosiddetti diritti acquisiti, specie in Europa; dalla difesa dei diritti civili dei nativi o delle minoranze fino alla reazione alle misure "green" per le quali si è manifestato finora e che ora mordono economicamente certe categorie o popolazioni, gli agricoltori olandesi come i pastori Sámi in Norvegia. Fino alle proteste puntuali come l’ultima, commovente, dei ragazzini di Bristol che hanno sfilato mascherati da tigri e leoni contro la chiusura del loro storico zoo, o il corteo dei neri di Atlanta contro il mega-progetto di Cop City ("Città della polizia").
LA RIVOLTA COLLETTIVA
Il think tank di Washington "Carnegie Endowment for International Peace" traccia le rivolte in tutto il globo e ne conta 400, dal 2017, anti-governative, in più di 132 Paesi. Quasi una su quattro è durata più di tre mesi e in 135 casi a muovere le masse sono state le motivazioni economiche. A guardare la mappa interattiva spicca l’Europa, per la sua vocazione democratica, e balzano in evidenza le situazioni dell’Asia centrale e poi quelle dell’America Latina. Una ricerca recente ha messo in evidenza che le proteste colpiscono per lo più nazioni con reddito medio o alto e coinvolgono principalmente la classe media. La classificazione di quasi 200 metodi di protesta di Gene Sharpe del 1973 si è arricchita ora di cinquanta nuovi metodi, compreso quello dell’attivismo digitale attraverso i social network. Ma solo un quinto sfocia in aperta violenza. Il campionario non conosce frontiere. Partiamo dall’Europa con la più tipica delle rivolte, quella contro la riforma delle pensioni in Francia per l’aumento da 62 a 64 anni dell’età pensionabile e la cancellazione del regime speciale per certe categorie di lavoratori. A ferro e fuoco le vie parigine.
IL FRONTE EUROPEO
In Portogallo, la miscela esplosiva è l’incremento dei prezzi unito alla stagnazione degli stipendi. La protesta è partita lo scorso gennaio, punta di diamante i maestri di scuola. Da novembre, in Spagna il bersaglio dei manifestanti a Madrid è il presunto smantellamento del servizio sanitario pubblico da parte del governo regionale. Altro tema da social welfare non più sostenibile. Nel Regno Unito, la presentazione della legge di bilancio ha trascinato una coda di scioperi cui hanno aderito a centinaia di migliaia, dagli insegnanti e docenti universitari ai giovani medici e agli autisti della metropolitana, senza contare l’affare Lineker, col blocco dei programmi sportivi BBC per la sospensione del conduttore più pop della rete contro le misure del governo sull’immigrazione illegale. Gli effetti devastanti della Brexit si uniscono agli scontri ideologici di sempre. In Grecia, alle vecchie dimostrazioni indette dai sindacati contro la riforma del lavoro e delle pensioni si sono aggiunte quelle, di massa, che invocano giustizia e sicurezza dopo l’incidente ferroviario di Tebi, il 28 febbraio, che ha provocato 57 morti. In Olanda, sono gli agricoltori a manifestare contro l’annunciato piano del governo per ridurre le emissioni di ossidi di azoto e ammoniaca, entrambi bioprodotti dei processi agricoli. In Ungheria tornano protagonisti gli insegnanti, dopo che alcuni sono stati licenziati per aver chiesto stipendi più alti. In Norvegia insorgono i pastori Sámi contro il "colonialismo verde": la diffusione delle pale eoliche che intercettano il vento disturba gli allevatori di renne per i quali è proprio il vento a guidare le mandrie nelle rotte migratorie. In Serbia, 30 associazioni ambientaliste si sono scagliate contro lo sviluppo di una miniera di litio.
DAL MEDIO ORIENTE ALL’ASIA
Allo spazio delle democrazie "europee" va ascritto Israele, attraversato da ondate mai viste di protesta, anche da parte di militari e agenti del Mossad, contro la riforma della Giustizia con la quale Netanyahu vorrebbe ridurre i poteri della Corte Suprema rispetto a quelli del Parlamento. Ma proteste ci sono anche nei Territori e a Gaza. Spostandoci in America Latina, ci imbattiamo nelle centomila persone che hanno protestato a Città del Messico contro la riforma elettorale del presidente, Andrés Manuel Lopez Obrador, che vuol tagliare il personale dell’Istituto nazionale elettorale. Un modo, secondo i critici, per controllare lo spoglio dei voti nelle elezioni. E, ancora, nelle migliaia di rivoltosi che nella regione di Puno hanno attaccato le stazioni di polizia, mentre a Lima hanno provocato la distruzione di un palazzo storico. Oltre sessanta le vittime, inclusi i sei soldati annegati mentre cercavano di sfuggire a un linciaggio. Il nodo è lo scontro fra l’attuale presidente, Dina Boluarte, e il predecessore Pedro Castillo, inseguito dai giudici e agli arresti per tentato golpe. Ma la Boluarte, da parte sua, si rifiuta di indire nuove elezioni. Proteste anche in Colombia e a Panama, per via della crisi economica. Di natura politica le manifestazioni e gli scontri in Sri Lanka, in Pakistan dove i sostenitori dell’ex presidente, Imran Khan, condannato per corruzione, hanno cercato di impedirne l’arresto, e nella Tunisia post-primavera che si avvia verso un sistema iper-presidenziale in cui Kais Saied accentra progressivamente su di sé tutti i poteri. In Georgia, invece, siamo già nell’orbita delle turbolenze legate alla guerra in Ucraina, con la folla pro-Unione Europea che tenta di bloccare le proposte di legge contro gli "agenti stranieri" che ricalcano quelle di Putin, anti-Occidente.