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 2023  gennaio 24 Martedì calendario


Un saggio su Salvemini


La «campagna» di Gaetano Salvemini contro Giovanni Giolitti durò una ventina d’anni e anche oltre. Coinvolse il «Corriere della Sera» di Luigi Albertini, la «Voce» di Giuseppe Prezzolini e il fior fiore degli intellettuali italiani. Contro Giolitti, Salvemini scrisse un libro che fece epoca: Il ministro della mala vita. Poi con l’avvento del regime mussoliniano, Salvemini fondò il primo periodico antifascista, «Non mollare», firmò il manifesto promosso da Benedetto Croce (1925), lasciò l’università ed espatriò. A Parigi fu, assieme a Carlo Rosselli, tra i fondatori di Giustizia e Libertà. Emigrò poi negli Stati Uniti dove restò, alternando l’attivismo politico all’insegnamento universitario, fino alla seconda metà degli anni Quaranta. Di questa sua complessa attività offre adesso un eccellente profilo Sergio Bucchi in La filosofia di un non filosofo. Le idee e gli ideali di Gaetano Salvemini che sta per essere pubblicato da Bollati Boringhieri.
Il rientro di Salvemini in Italia nel dopoguerra non fu trionfale come ci si sarebbe potuto attendere in considerazione dei suoi meriti. La sua riammissione all’Università di Firenze fu lenta, assai tribolata. E quando finalmente riuscì a tornare, l’accoglienza fu entusiasta tra i suoi seguaci, ma ci fu qualche segno di ostilità da parte di Benedetto Croce e di Palmiro Togliatti. Forse per quella lontana polemica antigiolittiana. Forse anche per qualcos’altro.
Ma facciamo un passo indietro e torniamo a quando Salvemini era ancora negli Stati Uniti. Nel 1943 le Lezioni di Harvard (ripubblicate poi da Feltrinelli con il titolo Le origini del fascismo in Italia) fornirono a Salvemini, scrive Bucchi, «la cornice in cui formulare da storico il giudizio espresso da tempo nell’aspra requisitoria del Ministro della mala vita». Salvemini accusava ancora l’ex presidente del Consiglio liberale di esser stato «un tenace conservatore che voleva comprare l’appoggio riformista col minimo di concessioni possibili». E di aver ereditato dai suoi predecessori «il costume di “manipolare” le elezioni». Gli riconosceva però – e in termini espliciti – di esser stato «il primo statista italiano a considerare i sindacati come associazioni legali, lo sciopero un diritto dei lavoratori e non un delitto della lotta di classe». Il primo «a sostenere che nei conflitti del lavoro il governo doveva rimanere neutrale».
In quello stesso 1943 Salvemini accettò di scrivere la prefazione a un libro di Arcangelo William Salomone, giovane storico americano di origini italiane allievo dell’orientalista Giorgio Levi della Vida, anche lui fuoruscito, espulso dall’università italiana per aver rifiutato nel 1931 di prestare giuramento al regime fascista. Il libro, Italian Democracy in the Making (pubblicato poi nel 1949 in Italia dall’editore De Silva con il titolo L’età giolittiana), riprendeva una considerazione di Piero Gobetti secondo il quale quella contro Giolitti era stata una «crociata» a cui Salvemini aveva preso parte «con l’entusiasmo dell’apostolo». Riportando il passo gobettiano, Salomone tradusse «crociata» con crusade e «apostolo» con crusader. Un crusader, che si opponeva al capo del governo, secondo Salomone, per una forma di «incompatibilità psicologica tra il tipo dell’italiano ispirato da alti scopi morali e da ideali disinteressati e il tipo realistico rappresentato al meglio da Giolitti mosso essenzialmente da moventi politici». «Crociato» era però un termine che non giovò a Salvemini. Coloro «che per ovvi motivi erano rimasti all’oscuro degli sviluppi del pensiero di Salvemini nei venticinque anni dell’esilio», scrive Bucchi, «accolsero la sua introduzione come un atto di pentimento e di ripudio delle posizioni assunte un tempo».
Nel 1949 – quando il libro di Salomone fu dato alle stampe in Italia con la prefazione salveminiana – uscì in libreria anche Il ministro della buona vita (Longanesi) di un celebre giornalista: Giovanni Ansaldo. Si trattava di un pamphlet nel quale si tessevano le lodi dell’uomo che aveva guidato l’Italia negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale. «Dall’alto del suo storicismo», ricostruisce Bucchi, Ansaldo rimproverò a Salvemini di «non aver saputo cogliere “tutto l’elemento di necessità” che caratterizzò l’azione di Giolitti, motivo per cui la condanna dei metodi giolittiani non fu altro che un “fervore di giustizia” che lo spinse a “travedere e farneticare”». Si accusava in sostanza Salvemini di essersi scagliato contro Giolitti sulla base di una sorta di impazzimento «provocato dall’ aver perso nel 1912 il lume della ragione per la malaugurate elezioni di Molfetta». Ansaldo secondo Bucchi dimostrava «di non aver neppure letto il libro salveminiano di cui si apprestava a fare il controcanto». E si lasciò sfuggire gravissime inesattezze: la campagna salveminiana contro Giolitti era iniziata nel 1902, molti anni prima dell’insuccesso elettorale di cui parla Ansaldo; l’8 marzo del 1909 Salvemini aveva pubblicato sull’«Avanti!» un articolo, I misfatti del governo a Gioia del Colle, in cui si denunciavano le sopraffazioni di un esponente giolittiano, Vito De Bellis, nelle elezioni del 1909; Il ministro della mala vita era stato poi pubblicato del 1910 (e si basava su considerazioni riferite alle suddette elezioni del 1909); Salvemini, infine, si candidò a Molfetta nel 1913 e dichiarò fin da principio d’esser sceso in lizza per poter meglio denunciare i «metodi giolittiani», mai pensando di poter essere eletto. Era sufficiente tenere a mente questi dati incontrovertibili per escludere che Il ministro della mala vita fosse stato scritto per il risentimento di un Salvemini trombato alle elezioni.
In ogni caso, le malignità di Ansaldo sarebbero forse passate pressoché inosservate se Benedetto Croce – che di Giolitti era stato ministro – nel salutare «acidamente» (scrive Bucchi) l’uscita del libro di Salomone non avesse rilanciato le insinuazioni di cui si è detto. Avvalorando la tesi secondo cui quello definito da Croce il «violento libello» salveminiano altro non era che il frutto avvelenato della sconfitta di Salvemini all’elezione di Molfetta. E adesso, secondo Croce, «dopo una quarantina d’anni», con quella prefazione al libro di Salomone il «crociato» Salvemini era costretto a «riconoscere d’avere sbagliato».
I rapporti tra Croce e Salvemini erano improntati da oltre un decennio alla reciproca diffidenza. Eugenio di Rienzo – in Benedetto Croce. Gli anni dello scontento 1943-1948 (Rubbettino) – ricorda quella volta in cui, incontrandosi a Parigi in casa Rosselli, Salvemini chiese a Croce di promuovere una raccolta di fondi presso gli industriali italiani per finanziare il movimento Giustizia e Libertà. Croce sostenne d’essere il meno adatto per un compito del genere e Salvemini reagì dicendogli: «Allora la borghesia merita di andare in fondo ad un pozzo!». Croce ne restò turbato e avrebbe ricordato in seguito: «Io per Salvemini ero diventato l’esponente della borghesia meridionale meritevole di affogamento!». Il banchiere amico di Croce Anton Dante Coda – nelle memorie dal titolo Un malinconico leggero pessimismo. Diario di politica e di banca (1946-1952) pubblicate nei Quaderni dell’Archivio Storico della Compagnia di San Paolo – riferisce che in uno di quegli incontri parigini Salvemini disse a Croce: «Se alla vostra libertà non unite qualcosa di concreto, nessuno vi capirà». Croce avrebbe reagito con parole gelide: «La libertà è un principio morale e non la fetta di pane di un sandwich a cui bisogna aggiungere il prosciutto e il formaggio». Secondo Coda, Salvemini imputava a Croce di essere rimasto in Italia e di non aver preso la via dell’esilio perché «amante dei suoi libri e del dialetto napoletano». Nel 1946, in un opuscolo dal titolo Che cosa è un liberale italiano (assai elogiato da Norberto Bobbio), Salvemini scrisse che Croce era diventato «il nume indigete del liberalismo italiano» e i liberali nient’altro che i «conservatori italiani» i quali portavano in giro Croce in Italia e all’estero «come se fosse il santissimo sacramento».
In una lunga assai celebre lettera inviata da Cambridge nel Massachusetts il 10 aprile del 1947 a Ernesto Rossi – che si può leggere nel carteggio tra i due dal titolo Dall’esilio alla Repubblica (Bollati Boringhieri) – Salvemini tornò ad accusare lo statista liberale: «Giolitti ai suoi tempi diceva che il popolo italiano era gobbo e lui non poteva fare a un gobbo che un abito da gobbo. E, certo il popolo italiano era gobbo. Ma Giolitti lo rese più gobbo che non fosse prima, invece di fare quanto sarebbe stato possibile per farne non dico un bel tipo diritto come un fuso, ma un gobbo meno gobbo di quello che egli aveva trovato». Per poi aggiungere parole amare sui propri compatrioti: «Sissignori, il popolo italiano non era famoso sotto Giolitti, diventò peggiore sotto Mussolini, ed è diventato peggiore in questi quattro anni di regime postfascista». Negli anni intercorsi tra il 1943 e il ’47 gli italiani sarebbero dunque peggiorati rispetto a quel che erano stati nel ventennio precedente. Un giudizio ancor più severo andava a colpire l’Italia liberale, il cinquantennio che aveva preceduto la Prima guerra mondiale.
Ad assestare un ulteriore colpo a Salvemini fu un intervento del segretario del Pci Palmiro Togliatti (a Torino il 30 aprile 1950). Sergio Bucchi se ne era già occupato curando – sempre per Bollati Boringhieri – la riedizione del Ministro della mala vita. Il nodo essenziale per Togliatti, secondo Bucchi, «non risiedeva nella veridicità o meno dei fatti denunciati da Salvemini, vale a dire nella condotta elettorale giolittiana, quanto piuttosto nel comprendere come la contraddizione tra quella politica sostanzialmente democratica di Giolitti rivelasse il tratto specifico non di un uomo ma di un tempo e di un sistema». Ma, a conclusione del ragionamento, Togliatti non aveva rinunciato a colpire Salvemini parlando di «inconsistenza delle condanne dettate da pura ispirazione moralistica». Una stoccata destinata a lasciare il segno.
Anche con Togliatti Salvemini aveva un conto aperto. Innanzitutto, per essere stato e rimasto uno dei pochi ad essere ad un tempo antifascista e anticomunista. Poi per un fatto specifico. Tornato ad insegnare nell’Università di Firenze, nel discorso inaugurale per l’anno accademico 1949-1950, Salvemini ricordò d’aver avuto in quello stesso ateneo come «alunni ed amici» Nello Rosselli e Camillo Berneri: «il primo con suo fratello Carlo doveva essere assassinato nel 1937 da sicari francesi per mandato italiano… il secondo doveva essere soppresso in Spagna dai comunisti nel 1937». Su «Rinascita» Togliatti, con lo pseudonimo Roderigo di Castiglia, accusò Salvemini di aver divulgato una «tra le più infamanti calunnie della libellistica anticomunista».
In tempi successivi Pier Carlo Masini nel saggio Il caso Berneri, in appendice al libro dello stesso Berneri Pietrogrado 1917-Barcellona 1937 (Sugar) e Mimmo Franzinelli in una nota al libro di Salvemini Dai ricordi di un fuoruscito 1922-1933 (Bollati Boringhieri) hanno dato torto a Togliatti e ragione alla ricostruzione salveminiana. All’epoca però tutti (o quasi) gli intellettuali progressisti non dissero una parola in difesa di Salvemini.
Salvemini, secondo Gaetano Arfé all’epoca impegnato ad aiutarlo a raccogliere gli scritti sulla questione meridionale, non restò indifferente alle parole di Croce e Togliatti. Disse, riferì Arfé, che «in un Paese dove anche i comunisti diventavano, in veste di storici, crociani e giolittiani in politica, l’antigiolittismo era sempre attuale e andava propinato in dosi massicce». Sostenne nel 1952 Gaetano Salvemini che se tra Giolitti e Mussolini poteva esser rilevata una differenza, questa era stata «in quantità e non in qualità». «Giolitti fu per Mussolini quel che Giovanni il battezzatore fu per Cristo: gli preparò la strada». Fu Giolitti – sempre secondo Salvemini – a ridurre le elezioni a quel che Mussolini avrebbe definito «ludi cartacei». Poi Salvemini provò a dividere Croce da Togliatti: «Chi accetta le istituzioni rappresentative – se le accetta sul serio – non ha il diritto, come fa Benedetto Croce, di passare innanzi ai metodi con cui Giolitti faceva a suo tempo le elezioni ignorandoli o negandoli… La posizione di Togliatti è logica, quella di Benedetto Croce è assurda: peggio che assurda, è equivoca».
Sostanzialmente Salvemini aveva tutte le ragioni nel rintuzzare le ricostruzioni dei fatti di Gioia del Colle di Ansaldo e Croce. Ma, rianalizzata alcuni decenni dopo, la sua tesi – che tra Giolitti e Mussolini ci fosse stata una differenza «di quantità» e non «di qualità» – non regge. Altrettanto lunare è la tesi per cui, quattro anni dopo la caduta del fascismo (e due dopo la fine della guerra), il popolo italiano fosse peggiorato. È un limite di molti intellettuali italiani quello di voler difendere, al di là di ogni evidenza, tesi che hanno sostenuto in passato. Accadde a Salvemini tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta. Era capitato ad altri prima di lui. Capiterà ancora.