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 2023  gennaio 24 Martedì calendario


L’insurrezione di Varsavia e il pianoforte di Chopin

ARTUR
SZKLENER
Centosessanta anni fa, nel settembre del 1863, durante l’insurrezione di gennaio, i russi demolirono il Palazzo Zamoyski di Varsavia, gettando dalla finestra dell’edificio il pianoforte situato al suo interno e che aveva suonato tempo addietro Fryderyk Chopin. Questo momento è passato alla storia. La musica di Fryderyk Chopin suscitava sentimenti patriottici ancor prima che le sue partiture uscissero dalle tipografie. Già da figlio del proprietario di una delle migliori pensioni di Varsavia, la sera improvvisava per i suoi amici su temi storici e gli ospiti del suo salotto a Parigi potevano ascoltare interi poemi, di cui riversava solo dei frammenti sulla carta. Il carattere nazionalista e patriottico del suo lavoro era evidente non solo ai polacchi. Se ne accorse già Robert Schumann, il primo recensore internazionale del giovane Chopin (fu Schumann a esclamare delle Variazioni op. 2 di Chopin: «Signori, giù il cappello, ecco un genio»). Nella sua recensione dei concerti per pianoforte, Chopin viene così descritto nel contesto dell’insurrezione di novembre: «Così si presentò, fornito della più profonda conoscenza della sua arte, consapevole della sua forza e quindi armato di coraggio, quando nel 1830 risuonò la potente voce dei popoli. Centinaia di giovani attendevano quel momento: ma Chopin fu il primo a salire sui bastioni (…). Il destino aveva preparato qualcos’altro per l’incontro con i nuovi tempi e le nuove relazioni: aveva individuato Chopin e lo aveva reso interessante attraverso la sua nazionalità espressiva e originale, quella polacca (…). Se l’onnipotente monarca [lo zar] sapesse quale pericoloso nemico lo minaccia nelle opere di Chopin, nelle semplici melodie delle sue mazurche, proibirebbe la sua musica. Le opere di Chopin sono cannoni celati nei fiori». Gli echi della canzone insurrezionale “Litwinka” (la Lituana) di Kurpiñski (Op. 49) o gli sviluppi “eroici” della polonaise (Op. 53) sono immediatamente chiari all’ascolto. Chopin stesso ha lasciato ampie testimonianze di impegno patriottico. Lo scoppio dell’insurrezione del 1830 divenne un momento di svolta nel suo stile musicale. Fu allora – quando gli amici gli impedirono quasi con la forza di tornare a combattere – che scrisse che di notte «tuonava al pianoforte», e fu allora che iniziò a introdurre toni cupi, contrasti violenti e numerosi cromatismi che rompevano la semplicità classica dello stile maggiore-minore. Fu allora che scrisse – secondo le testimonianze di famiglia – lo Studio in Do minore, detto il Rivoluzionario, o il violento Scherzo in Si minore, e persino un abbozzo del Preludio in Re minore, pubblicato molti anni dopo nel ciclo op. 28, facendo riferimento al Das Wohltemperierte Klavier di Bach.
Chopin era anche ben informato sulla situazione geopolitica, come dimostra una lettera a Julian Fontana dell’aprile 1848, in cui scrive, tra le altre cose: «Il nostro popolo si sta riunendo a Poznañ. Czartoryski è stato il primo ad andarci, ma Dio sa in quale direzione andrà tutto (…). Non mancheranno cose terribili, ma alla fine di tutto ciò c’è una eccezionale, grande Polonia, in una parola: la Polonia».
Quando, nel settembre del 1863 (14 anni dopo la morte del compositore), le truppe russe demolirono il Palazzo Zamoyski di Varsavia come rappresaglia per il tentativo fallito di assassinare il governatore Theodor Berg da parte dei partecipanti all’insurrezione di gennaio, nessuno probabilmente si rese conto che la distruzione del pianoforte lì collocato avrebbe acquisito una dimensione simbolica. Cyprian Kamil Norwid, che in gioventù aveva incontrato Chopin a Parigi, ha immortalato questo momento nella sua famosa poesia Il pianoforte di Chopin elevandolo a scontro di culture e sistemi di valori. Fu un importante atto di inclusione delle opere di Chopin nel discorso della lotta per l’indipendenza, che fu forse più chiaramente dimostrato da Ignacy Jan Paderewski nel suo famoso discorso di Lvov per il centenario della nascita del compositore (1910), discorso che aprì la strada dell’impegno politico al futuro primo ministro del governo polacco: «Chopin incarna tutto ciò che ci è stato negato: i mantelli colorati, le cinture a lettere d’oro (…), lo sferragliare delle sciabole dei nobili, il luccichìo delle falci dei nostri contadini, il lamento di un petto ferito, la ribellione di uno spirito legato (…), il dolore della schiavitù, il lutto della libertà, la maledizione dei tiranni e il canto gioioso della vittoria». È questo il motivo per cui le autorità di occupazione tedesche vietarono l’esecuzione dei suoi brani durante la Seconda guerra mondiale.
Oggi, nella Polonia del ventunesimo secolo, la musica di Chopin occupa tutt’ora un posto speciale. Ogni cinque anni milioni di polacchi seguono la competizione durante il Concorso internazionale Pianistico Fryderyk Chopin e Varsavia si riempie della sua musica, dalla sala della filarmonica ai taxi. Ma oggi comprendiamo anche lo straordinario universalismo dell’opera di Chopin che, attraverso il suo genio, raggiunge i cuori di tutto il mondo e contribuisce a costruire comunità internazionali di amanti della verità e della bellezza