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 2022  novembre 26 Sabato calendario


Il desiderio di Isgrò


La lettura di questa vertiginosa e spericolata raccolta di sonetti di Emilio Isgrò, intitolata Sì alla notte, mi ha fatto venire in mente una definizione critica, quella di «manierismo», che è abbastanza pacifica nella storia dell’arte, e molto più problematica nel terreno della letteratura. Tutto sommato, a un occhio appena esercitato, è facile riconoscere un dipinto manierista, nella variante fiorentina o in quella padana: si tratta di un fenomeno stilistico abbastanza ben delimitato nel tempo, dotato di tratti inconfondibili, e di un apposito capitolo (tra Rinascimento e Barocco, a occhio e croce) in tutti i manuali di storia dell’arte.
Diverso è il caso del manierismo letterario: per prima cosa, il concetto stesso può essere equivocato come un’accusa, o addirittura un insulto. Si può anche aggiungere, per complicare ulteriormente il concetto, l’interpretazione patologica proposta dal grande psichiatra svizzero Ludwig Binswanger, che nel manierismo riconobbe una forma di «esistenza mancata» (assieme all’«esaltazione fissata» e alla «stramberia»). Insomma, si può tacciare uno scrittore di manierismo tanto quanto lo si può lodare.
Come certi suoi sulfurei confratelli (mi vengono in mente Lucio Piccolo e Giorgio Manganelli) Isgrò accetta spavaldamente la sfida: non cerca il consenso di tutti, ma spiriti affini, disposti al contagio. Una cosa è sicura: volenti o nolenti, i lettori di Sì alla notte, di sonetto in sonetto, sprofonderanno o ascenderanno in uno spazio visionario governato da leggi sconcertanti e illuminanti al tempo stesso. Il sonetto, nella forma canonica di quattordici versi o in quella «caudata» a cui volentieri Isgrò ricorre (la «coda» consistente qui in un supplemento formato da un verso o una o più coppie di versi rimati) è la forma ideale per cristallizzare le singole manifestazioni di un magma psichico in continua ebollizione. L’Io che ascoltiamo non smette mai di raccontarsi, ma questo parlare (preferibilmente a un «tu» femminile bramato e adorato) rifugge dalla continuità narrativa, come se ogni sonetto fosse il primo e l’ultimo nello stesso tempo, in una perenne provocazione alla morte.
Da questo punto di vista, Isgrò incarna alla perfezione una delle più importanti prerogative del poeta lirico: che è quella di riprendere sempre il discorso, come se fosse il dorso di un animale acquatico che riaffiora dal mare del silenzio in cui però rapidamente, così come è apparso, si inabissa di nuovo. E non è mai sfuggito agli storici della poesia quanto il mirabile congegno verbale del sonetto, autentico prodotto di oreficeria letteraria italiana, è il veicolo più consono a questo gioco in cui la manifestazione e la sparizione vanno sempre insieme, come la sistole e la diastole del cuore.
Ho detto prodotto italiano, ma sarebbe più giusto definirlo siciliano, come sa bene il siciliano Isgrò. Non a caso, a un certo punto del suo libro spunta anche un venerabile fantasma, quello di Jacopo da Lentini, il Notaio per antonomasia (in Dante «Notaro»), supremo talento lirico di inizio Duecento vissuto alla corte del lungimirante, poliedrico, ambizioso Federico II di Svevia. Secondo una vetusta tradizione, che potrebbe tutto sommato essere anche veritiera, fu questo illustre notaio/poeta a inventare il sonetto, così come altri hanno inventato la lampadina o il barometro. Comunque sia andata, il Notaio compose molti sonetti notevoli, canonicamente dedicati a un amore impossibile e struggente. Il ritratto che ne fa Isgrò è geniale, puntando dritto al nodo centrale della lirica amorosa di ogni tempo, il cui motore è l’ostacolo, l’impossibilità di conseguire, che spesso si accompagnano alla totale indifferenza dell’amata/o, che nemmeno se ne accorge, delle sofferenze del poeta.
Ed eccolo qui, il povero Notaro di Isgrò, che da Lentini arriva a Palermo con «dieci casse» di sonetti e la vana speranza di conquistare una ragazza «troppo sposata», che nemmeno lo vede, mentre pure la luna «deride/le tormentate stanze del poeta» («stanze» nel senso di «strofe»).
L’epigono Isgrò, pure lui siciliano e pure lui ben esperto delle infinite sofferenze del desiderio, ne cava una morale adatta al poeta medievale come a quello d’oggi, e la affida, come impone la rigorosa architettura del sonetto, che è sempre una specie di sillogismo rimato, alla terzina conclusiva: «Tutto questo succede perché lieta/non è la sorte di chi condivide/la vita con la morte che la vieta». L’abilità e la memorabilità delle conclusioni del resto è una delle grandi virtù poetiche di Isgrò, che —s’è detto – spesso si concede il supplemento della «coda» se il giro dei quattordici versi non gli ha concesso la necessaria precipitazione, l’epigramma memorabile (come tutte le forme brevi, il sonetto è tiranneggiato dalla chiusa, e il suo significato sembra procedere in modo retrogrado, dalla fine all’inizio).
Isgrò, che oltre a essere uno dei più grandi artisti contemporanei scrive libri poetici dal 1956, conosce a fondo tutti i trucchi di questo impervio e bizantino mestiere in cui una sillaba in più o in meno o un accento fuori posto sono capaci di far crollare i più ambiziosi castelli di carte. Vorrei solo citare l’uso sapientissimo della rima interna, capace di cementare il dettato e generare improvvisi supplementi di senso. Un esempio tra mille pescato in questa raccolta non poco corposa: «Tutto si rompe, niente/si trasforma. Meglio morir d’amore/che vivere una vita senza forma».
E in queste così felici nozze della retorica più stagionata e della più sfacciata intimità emerge, di pagina in pagina, una percezione febbrile della natura del desiderio e dei suoi rischi più abissali. La sua è insomma poesia d’amore, ma anche poesia del tempo, e dunque dell’invecchiamento e della corruzione. Da vero manierista, Isgrò sa bene che dove c’è Venere, c’è anche Saturno: tutto sta nell’imparare a onorarli entrambi.