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 2022  novembre 26 Sabato calendario


Biografia di Ricky Gianco raccontato da lui stesso

«L’errore più grande della mia vita? Aver rifiutato di fare da supporter ai Beatles in Italia». Parola di Ricky Gianco. «Correva l’anno 1964. L’impresario italiano Leo Wachter mi aveva chiamato per suonare durante il loro tour. Così fu organizzato un incontro fra me e i Beatles all’Astoria Theatre. Vidi lo spettacolo e decisi che non avrei fatto il supporter. Decisione molto stupida. Lo spettacolo era troppo bello. Una regia alla Hitchcock. Una tensione espressiva inimitabile. Fra il primo e il secondo tempo a sipario chiuso riapparivano travestiti con abiti medioevali. Si lasciavano desiderare. Poi atterravano da un elicottero di legno, buttavano giù una scaletta. Sbarcavano prima il capitano, poi il pilota, lo steward, le hostess. Alla fine loro, che rientravano vestiti da Beatles... Io piangevo dall’emozione. Sono stato stupido, tremendamente stupido. Durante l’incontro – ricorda Gianco – chiesi a Lennon se lui e Paul componevano assieme o se accadeva che uno scrivesse da solo, salvo confrontarsi in tempi successivi. Lennon, che era arguto, mi disse: “No, sempre assieme. Però può succedere che io scriva un pezzo qui a Abbey Road mentre Paul è in bagno... (pausa)... a Liverpool”. Un modo elegante per dire che creavano non sempre assieme e che erano simbiotici fino a un certo punto».
Gianco, 79 anni, icona del rock italiano.
«No, no. Invecchio e basta, ma non sono un’icona. Ho scritto e collaborato con tanti colleghi ma se mi guardo alla specchio non vedo nessuna icona. Però faccio parte della storia della musica italiana. Non mi sono mai preso troppo sul serio. Mai prigioniero delle luci della ribalta».
A che età ha cominciato a comporre?
«A 17 anni. A 11 anni ho cantato in pubblico. A Varazze vinsi un concorso per dilettanti. Dirigeva don Marino Barreto, un grande. A 16 anni la prima incisione discografica».
Lei è nato a Lodi.
«Sì, per caso. La mamma era sfollata a Casalpusterlengo da Milano bombardata. Così andò all’ospedale di Lodi. Abito a Milano quasi accanto alla sede del Corriere. Sono sposato dal ’77 con Gabriella, detta Gabi. Una delle mie fortune. Lavorava da Lorenz in via Monte Napoleone».
Celentano?
«È il terzo evento della mia vita. A 16 anni i primi dischi, a 17 Gianfranco Reverberi scopre il sottoscritto Ricky Sanna grazie alla canzone “Ciao ti dirò”. E mi presenta alla Ricordi. Li conosco artisti chiamati “genovesi” sebbene non tutti fossero di Genova. Bindi, Paoli e Gaber erano i più conosciuti. Poi c’eravamo noi, gli sfigati, ovvero Tenco, Endrigo, Jannacci ed io. Io avevo 17 anni ed ero la mascotte del gruppo. A 18 anni l’incontro con Adriano Celentano. Mi sente cantare all’Alcione (o allo Smeraldo). “Oe tu sei forte mi dice... Come ti chiami? Ricky? Peccato che non hai la erre”. Già, era un grave problema. Non mettevo la lingua correttamente fra i denti. Ne parlai con mia madre che mi mandò a lezione di dizione. E nel giro di qualche mese, mettendoci molto impegno, la erre riapparve. Tempo dopo incontro Celentano che mi dice subito “ma tu sei quello che non aveva la erre, come hai fatto?”. E io mentii. “Ho un papà ricco e me l’ha comprata lui”. A questo punto Celentano mi parlò del Clan e il primo disco fu il mio Vedrai che passerà e Non c’è pietà (cover di Unchain my heart portata al successo da Ray Charles nel ’61) che inaugurò questa etichetta discografica anomala».
I suoi rapporti con i colleghi?
«Con Paoli grande intesa fin dall’inizio. Era il mio fratello maggiore e lo è ancora. Io ero un fanatico del rock and roll ma anche di tutto il resto, a cominciare dall’opera lirica. La radio non trasmetteva rock e dischi non venivano importati. Così alla sera andavo al Castello Sforzesco con una radiolina portatile e ascoltavo in onde medie Radio Lussemburgo. Io le canzoni le ho imparate così, senza uno straccio di spartito o di testo. Avrei voluto cantare in duetto e con un testo italiano un brano degli Everly Brothers. Chiesi a Gino di scrivermi una versione italiana. Ma lui faceva orecchie da mercante. Finché non scoprì che il brano originale era francese, Je t’appartiens di Gilbert Becaud. A questo punto l’incredulo del rock cedette. Il titolo italiano era “Come un bambino”. E la cantammo insieme ma per ragioni contrattuali Paoli non figurava. Era firmato “Ricky e un altro”. In quel gruppo l’unico che amava il rock oltre a me era Luigi Tenco».
Che rapporti aveva con lui?
«Lui non era quello che appariva. Le descrizioni che lo riguardavano erano spesso fuorvianti. Lui non si vendeva, era simpatico, allegro. Non era un introverso... giocava forse a fare il James Dean».
La sua tragica fine?
«Non credo al suicidio di Tenco... Forse un gioco strano. Che spiegherebbe il messaggio. La calligrafia è sua ma il testo è troppo stupido. E lui non era stupido».
Torniamo all’apprendistato su Radio Luxembourg.
«Quando ascoltai Stand by me rimasi folgorato. Poi scoprii che in un negozio di Lugano si trovavano i dischi originali importati dall’America. Così lo comprai e registrai una versione italiana. Celentano la sentì e disse: “La registro io e venderò almeno un milione di copie”. Già e io? “Tu farai il seguito. Se la gente vuol sapere come va a finire la storia dovrà comprare anche il disco cantato da te”. Insomma Pregherò e Tu vedrai diventano due successi. Primo esempio di disco a puntate. Adriano era machiavellico. Come un film: primo tempo Pregherò, secondo tempo Tu vedrai».
Jannacci?
«I primi dischi per la Ricordi li ho fatti con lui che era un bravissimo pianista. A un certo punto mettemmo su una orchestrina. Firmammo un contratto di un mese alla Villa Romana di Alassio. Io alla chitarra, Enzo al piano e altri fra cui uno zio di Fabio Concato. Jannacci era imprevedibile anche per se stesso. In scena scattavano dei meccanismi incredibili. Lui era formidabile. Poco prima che morisse ci siamo raccontati delle barzellette. Io non capivo le sue perché lui mangiava le parole. Sono contento che gli abbiano dedicato un rifugio per i senzatetto».
E Gaber?
«L’ho frequentato poco, aveva già una sua vita e anche famiglia. Tutti ci trovavamo in Galleria del Corso. Lui no. Mi venne presentato in una sala di registrazione nella zona di piazza Piola. Gentile. Dopo pochi minuti dalla presentazione duettiamo con Ready Teddy, un classico cantato da Little Richard. Allora Giorgio era ancora un rockettaro. Poi si è spostato al pop con brani come Non arrossire. Non aveva ancora imboccato la strada teatrale con Luporini. A proposito di rock: quando scrissi Sei rimasta sola pensavo a Fats Domino, a un ballabile invece è diventata una specie di coro degli alpini. Niente da fare. Noi abbiamo il melodramma nel sangue. Infatti quando l’ho registrata a Los Angeles con i Toto è diventato uno slow rock».
Bindi?
«L’ho conosciuto che avevo 17 anni. Sempre gentile. Arrivava da Genova su un’auto guidata da un autista che lui presentava come un cugino. Una volta accompagnai Bindi in una gioielleria. Comperò un anello e spese quasi 2 milioni del ’63. Tempo dopo notai che l’autista aveva quell’anello al dito. Raccontai l’episodio a mia madre. Con freddezza disse: «Non ti interessare della cosa, non sono affari tuoi. Pensa ad altro. La mamma aveva capito. Io no”».
Com’era il Cantagiro?
«Bella esperienza. Celentano nella tappa di Siena finse una caduta e si fece sostituire da me. E io, a sorpresa, vinsi la tappa. Ci fu una specie di rivolta di Teddy Reno, Claudio Villa e Luciano Tajoli. Sconfitti da un pivellino».
È ancora in contatto con Celentano?
«Sono riuscito a sentirlo un paio di anni fa... ma è difficile. Lui e la Mori vivono chiusi anche per gli amici storici».
Come vive il tempo che passa?
«I 100 metri non li fai più. Siamo in mezzo a un cambiamento drammatico, troppo veloce. Dalle candele alla lampadina, dai piccioni viaggiatori al telefono. È mancato il tempo per assimilare. Il mondo ora non mi piace e non mi interessa perché comanda l’economia. Io ho due figli acquisiti e cinque nipoti. Sono contento che, diversamente da loro, non vedrò certe cose».
È mai andato in crisi?
«Alla fine degli anni Sessanta non volevo più scrivere. La storia aveva messo troppa carne al fuoco, c’erano Bob Dylan, le rivolte in California, il Vietnam mentre io componevo canzoni d’amore con Gian Pieretti e mi permettevo di spaziare nel rock jazz col gruppo Albero Motore. Soprattutto, davo la voce alla versione italiana di Braccio di ferro. Poi è nata l’etichetta l’Ultima spiaggia. Ho ritrovato la voglia di scrivere e cantare e ho avuto la fortuna di conoscere Gianfranco Manfredi».
Vi beccaste una denuncia per vilipendio alla religione nello spettacolo «1992: Zombie di tutto il mondo unitevi a Nervi».
«No. Fummo censurati a un festival di Democrazia Proletaria. Da loro non me lo sarei mai aspettato».
Rapporti con Mina?
«Mina è un genio musicale. Non è solo brava di voce. Intuisce subito le possibilità di un brano. Avevo scritto una canzone con Manfredi intitolata Io non ci credo. Nelle sue mani è diventata Un cucchiaino di zucchero nel thè. Senza inciso. Capisce a pelle che le regole ogni tanto vanno violate».
Un consiglio ai giovani?
«Studiarsi bene la storia del secolo scorso. Viviamo una quasi democrazia. Ma questa non ci è stata regalata. I nostri nonni non vivevano liberi come noi oggi. È molto facile perdere la democrazia. E poi consiglio loro di fare quel che desiderano. Anche se non rende, dà piacere».