Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  novembre 26 Sabato calendario


Intervista a Vittorio Cecchi Gori

Guardando l’uomo che ha sussurrato alle più grandi star italiane e internazionali verrebbe spontaneo rubricare la sua storia nel genere commedia all’italiana. Salvo poi accorgersi che ai molti tratti che corrispondono al nostro impagabile Bel Paese, si aggiunge l’acre constatazione di trovarci di fronte a una tragedia in tono minore. Davanti, insomma, a un personaggio che sembra aver scritto una sceneggiatura sopra la propria pelle senza un lieto fine. Per Vittorio Cecchi Gori c’è una richiesta di grazia al presidente Mattarella. Ha compiuto pochi mesi fa ottant’anni, e dovendo riassumere la sua vita da imprenditore direi che tre cose hanno contato: il cinema, il calcio e le donne. Non è ancora del tutto uscito da vari cicloni giudiziari che le cronache hanno ampiamente illustrato. Qualcuno lo compatisce, c’è chi convintamente lo difende. Molti lo hanno attaccato, speculando e lucrando su un patrimonio stramiliardario.Che cosa ha rappresentato per lei la ricchezza?«Quando c’è sembra naturale servirsene. Non l’ho fatto in modo dissennato. Ho acquistato immobili importanti: una villa a Beverly Hills dove ho vissuto, un appartamento a New York, che era di Donald Trump, la casa di Palazzo Borghese. Spazi prestigiosi. Un lusso funzionale alla rappresentanza. Per ospiti importanti: attori, attrici, registi, scrittori. Un mondo su cui fare colpo, oltretutto frequentato da produttori cinematografici e imprenditori dellacomunicazione. Non potevo certo riceverli in un appartamento di tre camere e cucina». Oggi lei vive ai Parioli, nella casa che fu dei suoi genitori.«Mi sembra di essere tornato alle mie origini, agli anni in cui tutto ancora sembrava doversi fare e realizzare. È una costruzione degli anni Sessanta, concepita con quel fasto borghese un po’ prevedibile: grande salone, ampia terrazza, le camere da letto al piano superiore. Ci sto bene, mi sono adattato. Ho diversi cagnolini che amo, una giovane badante cubana. Non faccia caso alle bombole d’ossigeno: servono solo quando ho delle crisi respiratorie acute. E mi scusi se non mi alzo. Ho problemi di deambulazione. Ma la testa funziona. L’unica vera ricchezza che mi è rimasta sono i ricordi, quelli belli, naturalmente. Quelli brutti tendo non a rimuoverli ma a combatterli».E lei sta combattendo?«Ho varie cause in piedi. Una monstre con Telecom, ci sono in ballo 900 milioni di euro».Che cosa ne è stato del suo patrimonio?«Spolpato da gente senza scrupoli. Derubato perfino da alcuni avvocati che mi avrebbero dovuto difendere! Agli indici odierni quel patrimonio è calcolabile intorno a un paio di miliardi di euro». Da come ne parla sembra che lei non abbia colpe.«Guardi, di errori ne ho commessi tanti. Il più grave è che negli anni della bufera io non mi sono reso conto della gravità della cosa. Non capivo che si stavano mangiando il gruppo Cecchi Gori. Ripeto, ho le mie colpe, ma sono ben poca cosa rispetto a quello che ho subito». Mi scusi, lei ha avuto vari fallimenti per bancarotta, distrazione di fondi, le hanno perfino trovato dellacoca in cassaforte, l’hanno condannata in più occasioni. Tre arresti. Non è che sia proprio ben poca cosa.«Tutto quello che è accaduto dopo il Duemila descrive quello che lei ha riassunto. Ma le cose vanno lette. Veri i fallimenti, vera la bancarotta, vere le distrazioni. Ma cominciamo col dire che era come se io rubassi a me stesso». Erano soldi che passavano da una sua società a un’altra?«Esattamente. Riprovevole, non c’è dubbio, ma era diventato un meccanismo perverso. Il problema è come si fosse giunti a tutto questo». Prendiamoci un attimo di respiro. Chi vede in questa fase della vita?«Pochissime persone. Non è più come un tempo quando tutti mi cercavano. Di una cosa sono felice. Continua a venirmi a trovare Maria Grazia Buccella, la nostra è stata una grande storia d’amore. Lei ha un paio d’anni più di me. Ci teniamo la mano e ci sembra di essere tornati giovani».So che ha avuto molti innamoramenti.«La prima infatuazione la provai per Marina Vlady, bellissima. Io dodicenne la spiavo recitare sul set e me ne innamorai. La seguivo ovunque. Con la troupe che si faceva un sacco di risate. Ho avuto diverse storie importanti. Ma credo di non essere mai stato un donnaiolo».I rotocalchi direbbero il contrario.«Era soprattutto gossip». Si dice che fosse facile all’innamoramento. Come accadde con Ornella Muti.«Quella fu una cottarella. Brava attrice, scanzonata, bella. Piaceva a mia madre. Dopo un po’ capimmo che non eravamo nel giusto incastro».Si mormorò di una storia con Maryl Streep.«Siamo stati solo amici. Doveva girare un film per me, alla fine si tirò indietro, con il contratto già firmato, perché era incinta. Lei fu adorabile: disse che invece di chiederle la penale stappai una bottiglia di Champagne per il lieto evento». A proposito di America, nel 2018 ha coprodotto “The Irishman” con Martin Scorsese.«Laggiù ho ancora un nome e un certo credito. Mi hanno di recente conferito la presidenza onoraria di due società americane del mio Gruppo. Quanto a Scorsese, lo incontrai la prima volta a Cannes insieme a mio padre per i diritti diSilence. Abbiamo collaborato spesso. Sono stato anche amico di Sidney Pollack. Avremmo dovuto fare un film sulla vita di Ferrari. Era il 2004 o il 2005. Lo feci incontrare perfino con l’Avvocato Agnelli. Purtroppo Pollack si ammalò e il film è passato a Michael Mann. Dovrebbe uscire l’anno prossimo. Ho conosciuto e frequentato quasi tutti: da Richard Gere a Jack Nicholson, con cui andavo alle partite dei Lakers. Mi dispiace di non aver prodottoSeven, almeno nel nucleo iniziale era una mia idea. Scegliemmo Brad Pitt come protagonista, poi ebbi dei problemi societari in Italia, alcuni soci si tirarono indietro e di conseguenza dovetti rinunciare. Peccato. Però qualche anno dopo feci 300 e fu anche quello un grande successo. Ho conosciuto Mohammed Alì, ma era già malconcio. Sono stato amico di Gabriel García Márquez: volevo acquistare i diritti diCent’anni di solitudine. Ma non volle venderli».Perché?«Non pensava che fosse possibile trasformarlo in un film. Andai a trovarlo a Città del Messico con Giuseppe Tornatore. Ci disse: per qualunque altro mio romanzo vi cedo i diritti ma non per Cent’anni di solitudine. Ricordo che mi invitò all’Avana, dove credo avesse una cattedra di cinema, voleva chefacessi un paio di conferenze sul cinema italiano e poi farmi conoscere Fidel. Alla fine per impegni rinunciai ad andare a Cuba».Che cosa avrebbe detto del cinema italiano?«Che è stato un grande cinema e che mio padre Mario, e anche il sottoscritto, hanno contribuito a renderlo tale. Pensi che questa casa dove sono tornato a vivere fu acquistata dal babbo con i ricavi del Sorpasso. Ho vinto tre Oscar con Mediterraneo, Il postino eLa vita è bella,non so quanti Leoni d’Oro e David di Donatello. Il cinema è ancora la mia vita e la mia vita ha dato molto a questa arte popolare».Come ha fatto a perdere quasi tutto?«Ho avuto un padre e una madre che hanno lottato per emergere e ce l’hanno fatta. Dico anche mia madre, perché lei era dietro a molte decisioni del babbo. Da Firenze ci trasferimmo a Roma nel 1952. Il cinema si faceva qui e a Roma abbiamo posto le basi del gruppo. Quello che ho tentato di fare io è stato seguire la grande evoluzione tecnologica».Ci capiva qualcosa?«Beh, glielo racconto con un fatto che mi accadde alla fine del millennio. Fui invitato alla Sun Valley per un seminario ristretto sulle nuove tecnologie. Ero uno dei pochi produttori europei. C’erano Rupert Murdoch, con cui in seguito avrei fatto affari, e Bill Gates che tenne una lectio. Alla fine mi avvicinai a Gates e glidissi: tutto molto interessante quello che ha detto, ma che futuro vede per il cinema? Sarà inglobato da Internet, rispose. Parlò di fibre ottiche. Non capii quasi nulla. Mi sembravano delle assurdità. La cosa che mi fu chiara è che stavamo in mezzo a un cambiamento radicale e che il cinema doveva adeguarsi, rispondendo con i propri mezzi».Cosa intende dire?«Tornato in Italia ricordai a mio padre che avevamo una risorsa strategica: il magazzino dei nostri film. Gli dissi, tu l’hai sempre considerata una voce marginale del bilancio, in realtà è la più importante. Ballano miliardi relativi ai diritti cinematografici. Ma per mettere tutto questo in una direzione giusta occorreva allearsi con la televisione. Tener conto dei grandi player della comunicazione».Oppure acquistarla?«Già». Lei acquisì Tele Montecarlo che poi divenne la 7. Che cosa aveva esattamente in testa?«Creare una piattaforma i cui asset principali sarebbero stati i diritti cinematografici e i diritti del calcio». Fu con questo obiettivo che lei divenne anche presidente della Fiorentina calcio?«All’inizio no, tutta Firenze ci chiese di prendere in mano la squadra di calcio e lo facemmo volentieri. Fuun atto sentimentale. Tra l’altro il babbo e la mamma si erano conosciuti allo stadio durante una partita di Fiorentina Juventus. Il business dei diritti venne dopo. Avevo in mano le due cose più popolari in Italia: il cinema e il calcio. Era l’occasione per rendere il Gruppo Cecchi Gori protagonista».Si sentiva un visionario?«Nel senso buono sì, tra l’altro con Murdoch e Telecom avevamo creato Stream, che è il progenitore di Sky. La piattaforma digitale dove poter vedere on demand calcio e cinema. Fui praticamente estromesso con un aumento mostruoso di capitale deciso completamente fuori dagli accordi siglati precedentemente». Ha mai avuto la percezione che le stava crollando il mondo, il suo mondo?«Non mi sono accorto di nulla fino a quando le cose hanno cominciato a travolgermi. A quel punto ho avuto la certezza che il sistema economico finanziario e della comunicazione, che in quegli anni stava consolidando il proprio potere, aveva deciso di portarmi via tutto. È stato come sparare sulla Croce Rossa». Dal racconto lei ne esce più vittima sacrificale che responsabile. Non è un po’ poco?«Se si riferisce ai miei errori, beh ci sono stati e me ne assumo la responsabilità».Quali errori?«Aver agito con un eccesso di individualismo e poi essermi affidato a persone che mi hanno mal consigliato. Ci sono mie responsabilità oggettive, ma c’è stata una sproporzione tra gli errori commessi, la distrazione di alcune decine di milioni di euro, e la distruzione di un gruppo che valeva miliardi».Come ha vissuto gli anni della disfatta?«Sono finito in una brutta depressione». Suo padre Mario Cecchi Gori è morto circa trent’anni fa. Si è mai chiesto come avrebbe reagito a questa vicenda?«Non gli avrebbe fatto piacere, poco ma sicuro». C’è una foto che la ritrae con suo padre allo stadio di Firenze. Lei lo stringe da dietro poggiando la testa sulla sua spalla.«Mi emoziona ancora pensare alle volte in cui si andava insieme allo stadio».Tutto qui?«Ancora oggi non posso che immaginarmi come figlio. Lui mi ha sempre vissuto così. Non è mai stato prodigo di elogi. E per tutto il tempo che abbiamo lavorato assieme ho cercato quell’approvazione che mi mancava. Non sempre l’avrei meritata. Ma qualche volta sì. Qualche volta riesco a liberarmi del peso del passato».