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 2022  novembre 23 Mercoledì calendario


Parla la vittima più giovane di Unabomber

Il 13 marzo 2005 Greta Momesso aveva sei anni. Era nel Duomo di Motta di Livenza, in provincia di Treviso, assieme ai genitori, quando prese una candela che all’improvviso esplose danneggiandole per sempre la mano sinistra. Di quel giorno si ricorda «poco, ero troppo piccola», ma i segni sono rimasti. «A volte non riesco ad aprire un vasetto, a sollevare un bicchiere pesante, a preparare la moka per il caffè – confessa -: sono piccole cose che però fanno la differenza». Lei, oggi studentessa 24enne di neuroscienze a Trento, è la vittima più giovane di quello che è stato ribattezzato in 28 anni di indagini «Unabomber», il bombarolo – o bombaroli - di cui non si conosce l’identità, che tra il 1994 e il 2006 ha nascosto ordigni esplosivi tra il Friuli e il Veneto nei vasetti della Nutella e negli ovetti Kinder, mutilando bambini e adulti. Un incubo a cui forse, a 16 anni dall’ultimo attentato, si potrebbe mettere fine. Grazie alla tenacia del giornalista Marco Maisano – autore del podcast del gruppo Gedi «Fantasma-Il caso Unabomber» – la procura di Trieste ha riaperto le indagini. Maisano ha scavato tra i reperti custoditi nel porto di Trieste e ha trovato capelli e peli che, utilizzando la banca dati del Dna – operativa dal 2016 –, potrebbero ora raccontare una nuova storia.
Greta, l’indagine è stata riaperta. Come ha appreso la notizia?
«Ero su un volo di ritorno da Amsterdam e ha presente il momento in cui gli steward dicono di mettere il telefono in modalità aereo? Ecco, io stavo mettendo da parte il cellulare e mi sono ritrovata la chiamata di Marco Maisano. Mi ha preso in contropiede ma è stato bellissimo. Poi però avevo fretta di chiudere la telefonata eallacciarmi la cintura».
Anche Francesca Girardi, altra vittima di Unabomber, era in quella chiamata. Vi siete sentite quando è atterrata?
«Sono stata un’ora e venti con il cuore in gola. Poi, appena possibile, ci siamo sentite e lei è stata felice quanto me. Quando sono stata colpita dall’esplosione ero a conoscenza del fatto che c’era una bambina a cui era successa la stessa cosa tempo prima: lei aveva nove anni quando raccolse da terra un evidenziatore che esplose. Ha subìto perdite più ingenti di me, ha perso un occhio, era più grande quindi ha più ricordi di quel momento e si è fatta sicuramente più domande».
Cosa ricorda di quegli anni in cui i giornali titolavano «Attacco ai bambini»?
«Del giorno dell’attentato quasi nulla: ero troppo piccola e penso che lo choc abbia reso tutto più confuso. Sono nata quattro anni dopo l’inizio degli attacchi e ricordo la psicosi appositamente generata da Unabomber. Io l’ho vissuto quasi "dolcemente", se così si può dire. Ma i miei genitori, che hanno cercato di tenermi protetta, l’hanno vissuto in maniera più intensa».
Nel tempo Unabomber ha cambiato target, colpendo bambini e anziani. Voleva fare più scalpore?
«Trovo difficile cercare un movente e non è il mio ruolo, sicuramente voleva colpire la felicità delle persone facendo ancora più scalpore. È diventato sempre più professionale: ha cambiato metodo e tipo esplosivo, in maniera psicopatica. Mi viene in mente il titolo del libro di Hannah Arendt "La banalità del male": nel suo delirio Unabomber è stato superficiale».
L’attentato come ha influenzato la sua vita?
«Ho perso due falangi del dito medio della mano sinistra, due dell’indice e gran parte del pollice, ma la ricostruzione è stata certosina. Utilizzo la mano in maniera disinvolta, diciamo, ma certi movimenti, come alzare un bicchiere pesante o preparare la moka, mi sono più difficili. Piccole inezie che fanno la differenza».
Ha vissuto con paura?
«Più che un sentimento irrazionale, a me è rimasto l’amaro in bocca. E questo è stato uno dei motivi per cui ho accettato di rilasciare l’intervista a Marco Maisano e far parte del suo podcast: aveva l’intento di fare un’opera di indagine per riaprire questo cold case».
Così è stato. Ora qual è la speranza?
«Ho massima fiducia nella magistratura e credo sia giusto che venga dato un nome a un colpevole, perché non si può fare quello che si vuole nella vita e scamparla così. Io non ce l’ho con questa persona: credo che abbia sincero bisogno di aiuto».