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 2022  novembre 23 Mercoledì calendario


Il caso Weinstein e il giornalismo

È molto difficile dare un giudizio obiettivo su She said ,il primo film che affronta direttamente la caduta di Harvey Weinstein e la nascita del movimento #MeToo: l’intento è nobile, l’argomento di drammatica attualità e le interpretazioni di Carey Mulligan e Zoe Kazan ottime, ma la regia della tedesca Maria Schrader, che in passato si era messa in luce con la serie Unorthodox , è schematica e non mancano semplificazioni e omissioni.
Avanzando alcune riserve si rischia insomma di fare indirettamente il gioco di chi si è macchiato di colpe gravi e imperdonabili, mentre sposando fino in fondo la pellicola si mortifica il requisito della compiutezza estetica che dovrebbe appartenere a ogni opera cinematografica. È evidente che quest’ultimo elemento non rappresenta il fine ultimo di chi ha realizzato il film, ma in passato abbiamo visto opere ben più efficaci su indagini giornalistiche che hanno portato alla caduta di potenti, sia relative a vicende reali che immaginarie: alla prima categoria appartieneTutti gli uomini del presidentedi Alan J.Pakula, alla seconda
L’Ultima minaccia di Richard Brooks, che terminava con Humphrey Bogart che non si piegava alle minacce di un potente e gli faceva sentire il rumore delle rotative dicendogli una battuta passata alla storia: «È la stampa bellezza».
Nel caso odierno seguiamo l’indagine di Jodi Kantor e Megan Twohey, due giornaliste delNew York Times che conducono l’inchiesta con passione, coraggio, puntiglio e la pressione di arrivare alla pubblicazione prima dell’analogo reportage di Rowan Farrow per ilNew Yorker . She said parte da una prima indagine relativa a molestie sessuali da parte di Donald Trump, che come è noto non riuscì a ostacolarlo nella conquista della Casa Bianca. Il film ci consente di ascoltare l’autentica telefonata con cui l’ex presidente definisce “un essere umano disgustoso” la Kantor, la quale riceve in seguito una busta piena di escrementi. Quando Bill O’Reilly, giornalista ultra-conservatore della Fox News e consulente dello stesso Trump, viene travolto da uno scandalo sessuale, le due reporter intuiscono che è nel mondo del cinema che sono stati perpetrati i peggiori misfatti, ma il direttore del New York Times , Dean Baquet, si rifiuta di pubblicare fin quando le denunce non sono supportate da prove. Le vittime si limitano a fare mezze ammissioni o a rifiutarsi di autorizzare ogni tipo di pubblicazione, e le giornaliste si rendono conto che l’unico modo per convincerle è che denuncino tutte insieme quanto è successo: Weinstein aveva costruito un vero e proprio sistema per garantire la propria impunità, basato su minacce e accordi economici siglati da contratti aberranti quanto dettagliati. Questa sconcertante rivelazione porta le due reporter a lavorare con abnegazione maggiore, fin quando il coraggio di un’ex impiegata della Miramax fa crollare fragorosamente il muro di omertà: sono ben 82 le donne che hanno denunciato violenze da parte di Weinstein, il quale è attualmente in carcere con una condanna di 23 anni e deve ancora subirealtri due processi per stupro. Il film rispetta tutti i codici del genere con un crescendo incalzante, ma l’emozione rischia di scomparire con i titoli di testa, e un esame distaccato consente di individuare alcuni elementi discutibili: nella volontà di creare un’assonanza tra Trump e Weinstein si omette di ricordare che il produttore è un fervente liberal nonché finanziatore delle campagne di Obama e dei Clinton. Viene poi trattato con eccessiva velocità il fatto che abbia scelto cinicamente come avvocato Lisa Bloom, figlia di un’ammirata leader femminista e legale delle vittime di Bill O’Reilly e dello stesso Trump. Una controfigura lo immortala nel suo estremo tentativo di bloccare l’inchiesta con una visita a sorpresa al giornale, ma è sua la voce che giura “sui figli” di non aver commesso nulla di male, come la lettera aperta con cui ha tentato di attribuire pretestuosamente ogni suo misfatto alla cultura nella quale era cresciuto: anche in questo caso tutte le implicazioni di un tentativo deprecabile meritavano uno spessore e un’articolazione maggiore. L’appartenere culturalmente a un’altra tradizione sembra uno degli elementi che ha spinto la Schrader ad accentuare l’approccio militante, finendo per generare un paradosso: il modo in cui sono raffigurati i compagni delle due giornaliste, servizievoli, silenziosi, ancillari e sempre un passo indietro, rappresenta in chiave maschile quello che giustamente non viene più accettato per una donna.