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 2022  settembre 23 Venerdì calendario

Biografia di Marco Tardelli

Marco Tardelli, nato a Capanne di Careggine (Lucca) il 24 settembre 1954 (68 anni). Ex calciatore. «Per milioni di italiani, Marco Tardelli “è” il famoso urlo di sette secondi del Mundial ’82 a Madrid, il mitico secondo gol azzurro di Italia-Germania 3-1, un’icona mediatica non solo sportiva». Con la Juventus vinse cinque scudetti (1977, 1978, 1981, 1982, 1984), una Coppa Uefa (1977), una Coppa delle Coppe (1984), una Coppa dei Campioni (1985), con la Nazionale vinse il Mondiale dell’82 (in tutto 81 presenze e 6 gol). 15° nella classifica del Pallone d’oro 1982. Finì la carriera italiana nell’Inter, ultime partite in Svizzera col San Gallo. Da allenatore ha guidato la Nazionale under 21 al titolo europeo 2000, poi una disastrosa esperienza sulla panchina dell’Inter (2000-2001, nella storia un derby perso 6-0 contro il Milan del suo mentore Cesare Maldini). Dal 2006 al 2007 consigliere d’amministrazione della Juve (dimissioni in polemica con la nuova dirigenza), dal 2008 al 2013 assistant coach di Giovanni Trapattoni sulla panchina dell’Irlanda. Anche commentatore tv.
Titoli di testa «Per carità non chiamatemi anziano, al massimo diciamo che sono semplicemente un po’ cresciuto».
Vita Padre, di radici contadine, operaio all’Anas che nel tempo libero vendeva pecorino. «Mia madre faceva la casalinga e dava una mano nelle case degli altri» [a Paolo Conti, CdS] • Ultimo di quattro fratelli, a un anno con la sua famiglia si trasferisce a Pisa • «Io vengo dal calcio dell’oratorio e dall’Italia contadina, rubavo il pallone all’avversario e le susine dagli alberi del vicino. Il calcio per me era tutto. Anche se ho dovuto faticare per farlo capire in casa: ero magrolino, sudavo sempre, e mia madre, preoccupata, mi nascondeva le scarpe da gioco. Poi, un giorno, la professoressa di matematica le spiegò che non ero fatto per studiare, che non ne avevo voglia, anche se il diploma da geometra alla fine l’ho preso, e che insomma, era meglio lasciarmi fare altro. Solo allora lei si è convinta» (da un’intervista di Cesare Fiumi) • Dai 14 anni ai 18 d’estate arrotondava facendo il cameriere in un locale a Pisa e «al Ciocco, dove andava in ritiro il Napoli: Juliano, Cané, Altafini. E Zoff. Una volta gli portai il caffè». Quando poi divenne suo compagno alla Juve – Tardelli fu comprato per un miliardo – «Zoff si alzò in piedi e disse: ragazzi, abbiamo appena comprato un cameriere!» [ad Aldo Cazzullo, CdS] • Alla Juve arriva nel 1975, dopo aver giocato nel Pisa per 70mila lire e al Como. Subito Boniperti gli cambiò look: «Mi disse: tagliati i capelli, togli collanina e braccialetto, e poi torna da me» [Audisio, Rep]. «Mi tagliai i capelli, tolsi la catenina, levai il braccialetto. E capii cos’era la Juve» [Cazzullo, cit.] • «Inizialmente Tardelli svolge il ruolo di terzino di fascia per i bianconeri. Ma poi il suo raggio d’azione si sposta man mano sempre più verso il centro del campo. Con la Juventus si mette subito in mostra in maniera preponderante nel bene e nel male, come quando disputò la tristemente nota finale di Coppa dei Campioni nel 1985 contro il Liverpool, famosa più per le note vicende drammatiche dell’Heysel che per quello che accadde concretamente in campo. L’esperienza alla Juve gli frutta 34 gol in 259 partite, 5 campionati vinti, 2 Coppe Italia, 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa delle Coppe e 1 Coppa Uefa (decisa proprio all’andata da un gol di Marco all’Athletic Bilbao). È il primo centrocampista nella storia del calcio a vincere tutte le principali competizioni Uefa per club. Ma lui dice: “All’ Heysel non ho mai vinto la coppa dei campioni. Non era una vittoria è stata una sconfitta per tutti”. Nessuno aveva detto ai giocatori dei 39 morti: «Era impossibile rifiutarsi di giocare. Quando è stato deciso di scendere in campo non ci potevamo tirare indietro, e poi non conoscevamo bene quanto era avvenuto. Delle dimensioni della tragedia sono stato avvertito il giorno dopo quando, partendo con la nazionale per andare in Messico, sull’aereo ho potuto leggere i giornali”. E poi: “Non dovevamo esultare. Noi ci siamo sempre pentiti”» • «Lo chiamano “Schizzo”: è un fascio di nervi, un Fregoli del calcio, capacissimo di neutralizzare Keegan e di fare gol. Un purosangue. Ha accelerazioni superbe, recuperi straordinari. Con Furino e Benetti, cementa il centrocampo juventino. Calciatore totale in tutti i sensi, avrebbe fatto la sua figura nell’Ajax di Johann Cruijff» (La Stampa) • Con la Juve arriva anche la Nazionale: «Dal 1976 al 1986 il centrocampo italiano è praticamente suo. È il ct Enzo Beazort a lanciarlo titolare al Mondiale del ’78 in Argentina e all’Europeo del 1980 in casa. “Con la maglia bianconera realizzai finalmente i miei sogni, una soddisfazione che non è possibile esprimere a parole. D’altronde, degli scudetti vinti con la Juve e della mia stupenda esperienza in azzurro saprai già tutto, spero solo che tutto questo possa continuare a lungo. Perché Tardelli, che qualche anno fa giocava a fianco di Palla nel Pisa e non era nessuno, oggi gioca con Antognoni in Nazionale e, stando almeno a Bearzot, è uno dei migliori undici atleti d’Italia. Se torno indietro col pensiero, quasi non ci credo”» •Ma il ricordo più bello, indubbiamente, è legato al famosissimo gol segnato alla Germania Ovest nella finale del 1982 • «Quei 175 fotogrammi mi hanno regalato un posto nella storia del calcio e cancellato tutta la mia vita. Non c’è stato più un prima e non c’è stato un dopo. Tutti mi ricordano per quei sette secondi, un attimo di estasi racchiuso in un gesto irripetibile» • In quel momento: «Mi passò davanti tutta la mia vita. Almeno tutta la carriera calcistica. Subito ho pensato a mio padre. Un uomo buono, ma severo. Ho pensato ai miei tre fratelli, tutti fortissimi, che però non avevano potuto giocare a pallone» [Cazzullo, cit.] • «Quella notte tirai l’alba in albergo, a chiacchierare con Scirea e Cabrini. Per ultimo arrivò Zoff. Fu molto bello, e molto malinconico. Perché il sogno si era realizzato. Ed era finita l’avventura più bella della nostra vita. Vinto un Mondiale, cosa puoi fare? Vincerne un altro è molto difficile» [Cazzullo, cit.] • I Mondiali però non erano partiti bene. Nella sua pagella Gianni Brera aveva scritto di lui: «Tardelli ha le ruote sgonfie». Dopo diverse critiche la nazionale si chiude in silenzio stampa • Tardelli non dormiva mai prima dei grandi match, tanto che Enzo Bearzot l’aveva soprannominato “coyote”, il lupo che di notte vaga insonne per la prateria americana [Paolo Condò, La storia del calcio in 50 ritratti, Centauria 2019] • È vero che i compagni andava a disturbarli, quando in ritiro non riusciva a dormire? «Entravo nelle stanze. Parlavo, parlavo... All’inizio andavo da Zoff e Scirea. Poi si stufarono di me e chiusero a chiave. Così andavo da Bearzot». E Bearzot? «Mi ascoltava, mi calmava, mi faceva sentire il jazz. Poi si addormentava». E lei? «Tornavo in camera mia a leggere». Cosa leggeva Tardelli durante il Mundial? «Cent’anni di solitudine di García Márquez» [Cazzullo, cit.]• Pochi ricordano che l’urlo di Tardelli ha un precedente: il gol in spaccata all’Inghilterra, a Torino, agli Europei dell’80. «Lì avevo più spazio per correre: feci tutta la pista di atletica del Comunale» [Cazzullo, cit.] • Nel 1985 passa all’Inter in cambio di Aldo Serena, che fa il percorso inverso. Ci resta 2 anni, ma si fa notare soltanto per la doppietta messa a segno nel 1986 durante la semifinale d’andata di Coppa Uefa contro il Real Madrid. Unico lampo in 2 stagioni decisamente buie e poco soddisfacenti [campionicalcio.com] • Ai mondiali del 1986 non scende in campo: «Avevo la pubalgia. Bearzot mi risparmiò per la fase finale. Solo che non ci arrivammo, uscimmo agli ottavi con la Francia di Platini» [Cazzullo, cit.] • Nell’87/88 chiude la sua carriera nella svizzera San Gallo • Lei ha smesso a 34 anni e si è messo in fila. «All’ufficio postale per pagare le bollette. Prego Tardelli, passi avanti, mi diceva la gente, per farmi una gentilezza. Ma io non volevo, era ora di essere uno qualunque, di stare in coda. Quando smetti di giocare non devi recriminare: non meriti diritti speciali, nessuno ti deve niente. Conta anche avere amici veri che non ti illudono [a Emanuela Audisio, cit.] • «La più grande mezzala del nostro calcio è stata in seguito un allenatore migliore di quanto si pensi, perché ha portato a casa un titolo europeo Under 21 valorizzando Andrea Pirlo e si è in pratica ritirato – limitandosi a fare da vice a Trapattoni in Irlanda dopo l’unico vero flop, la stagione all’Inter. In un certo senso, è rimasto prigioniero di quell’urlo. Non ci pensa mai nessuno, ma fu anche il suo ultimo gol azzurro» [Condò, cit.] • In Irlanda «per cinque anni, mi sono trovato benissimo. Lì, e più in generale nel Regno Unito, la partita finisce al 90’. Noi forse siamo più professionisti, e abbiamo avuto difficoltà nel fare capire che anche se devi portare la moglie dal ginecologo, non puoi saltare l’allenamento. Ma stadi, pubblico, atmosfera restano di un altro pianeta. Ricordo Tevez che con il Manchester United giocava contro il West Ham, sua ex squadra. Per tutto il riscaldamento i tifosi del West Ham lo hanno applaudito, ma appena iniziata la partita l’hanno fischiato. Da quel momento era un avversario come gli altri. Mi brucia ancora la qualificazione al mondiale 2010. Vincevamo 1-0 sulla Francia ai supplementari quando Henry fece quel fallo di mano. Sono sicuro che se l’arbitro glielo avesse chiesto Henry l’avrebbe ammesso. Poi girò voce che l’Irlanda era stata ricompensata con 5 milioni di euro» [Audisio, cit.] • In Italia sulla panchina dei club non ha avuto fortuna. «Diciamo pure che ho preso delle sberle. Da allenatore dell’Inter [stagione 2000/2001] un 6-0 dal Milan per cui per settimane non mi sono fatto vedere in pubblico. Era l’anno dello scooter scaraventato giù dal secondo anello di San Siro. Però da tecnico lo ammetto: sbagliavo a dare confidenza ai giocatori, li consideravo miei ragazzi, non bisogna, è giusto avere un distacco. Ora l’ho capito» [ibid.] • Non eletto alla presidenza dell’Aic, l’Associazione italiana calciatori: «C’è chi mi ha considerato quello che “spaccava” l’associazione. Invece io volevo mettere la mia esperienza a disposizione dei calciatori di oggi, far ritornare l’Aic un vero sindacato, capace di lottare per tanti diritti. Ma l’ultima cosa che volevo era essere divisivo, perciò niente candidatura. Ho soltanto voglia di mettere me stesso a disposizione del calcio che amo» [Conti, cit.] • Nel 2020 ha ricevuto l’incarico di dirigere il nuovo centro tecnico della Federcalcio a Roma. «Sorgerà sui terreni del Salaria Sport Village, è un progetto che mi entusiasma perché nato e pensato al servizio dei giovani. Per me sarà un modo per indossare di nuovo la Maglia Azzurra, tra l’altro proprio su quei campi mi sono allenato più volte con la Nazionale di Bearzot. Come ha detto il presidente federale Gabriele Gravina, sarà la nuova casa delle Nazionali giovanili. Una prospettiva che mi entusiasma, mi sento molto felice, lo ammetto» [Conti, cit.] • Opinionista in diversi programmi televisivi è stato stroncato di recente da Aldo Grasso sul Corriere: «Marco Tardelli è una vita che si barcamena nei giudizi né carne né pesce»
Frasi «I miei valori sono sempre stati la disciplina, l’onestà, il rispetto delle regole. E imparare a saper perdere. Adesso perdere, per troppa gente, significa quasi morire» • «In Italia ti celebrano da morto, ma prima ti mettono da parte, soprattutto se sei ingombrante» [Audisio, cit.] • «Entravo pesante, e non mi lamentavo quando entravano su di me. Però ho sempre mirato il pallone; mai la gamba» [Cazzullo, cit.] • «In Argentina, i Mondiali [del 1978] dovevano immortalare l’immagine di un popolo felice e ordinato e di un’organizzazione efficiente. Insomma, erano uno spot per la dittatura militare di Jorge Rafael Videla. Da calciatore ho girato il mondo in lungo e in largo, ma avevo poco tempo per comprenderlo davvero. Noi vivevamo in una bolla, in una gabbia dorata ben separata dalla realtà. Io, in quel periodo, pensavo solo al calcio, al Mondiale. Poi, un giorno, mentre andavo all’allenamento, ho incrociato lo sguardo di un uomo con un bambino sulle spalle, forse erano padre e figlio: la folla intorno a loro si sbracciava per salutarci, per avere un autografo. Loro, invece, erano fermi, composti. Non ho mai dimenticato la tristezza di quegli occhi. È stata quella l’unica volta che in Argentina ho percepito il dolore della gente».
Curiosità A Dribbling (Raidue) Sara Tardelli conferma che il padre Marco era solito inserire un’immaginetta della Madonna nel calzettone, contro il parastinco. Domenico Marocchino da studio conferma anche lui: «Ma certo: io andavo da lui e gli dicevo: ma scusa, ti sembra rispettoso con tutti i calci che ti danno proprio lì?» [Dipollina, Rep] • Gioca a tennis e «cammino molto e tutti i giorni a passo veloce, niente più pallone per evitare il rischio di infortuni, alimentazione più sana possibile, mangio spesso al ristorante e mi contengo, un bicchiere di vino a pasto e tanta acqua. La notte ne bevo un litro e mezzo, il giorno sto attento a non sentirmi mai disidratato. La regola base è fare tutto in modo adeguato. È sbagliato praticare sport estremi» [a Margherita De Bac, CdS] • Qualche anno fa ha smesso di andare allo stadio: «Le ultime volte ho visto tanta violenza, tanta rabbia. Per troppa gente la vittoria di una squadra è un regolamento di conti con il collega di lavoro, con il vicino di casa, è una specie di rivincita personale a tutto campo. E non va bene. Un esercizio utile sarebbe prendere i figli di certi energumeni e far vedere cosa fanno i padri in tribuna durante le partite. I padri si vergognerebbero e i figli capirebbero cosa non si deve fare...» [Conti, cit.] • Carattere inquieto: «Mi placo solo veramente quando ho a che fare con la terra. Papà, quando tornava dal lavoro, si metteva a lavorare nell’orto. E lo stesso capita a me. Nella casa di Pantelleria ho piantato molti ulivi, per esempio, ne chiedo in regalo uno a chi viene a trovarci. E la terra mi aiutò molto a ritrovarmi quando decisi di smettere con il calcio. A un certo punto non ne potevo più di scendere in campo, di giocare. E smisi proprio volendolo, e senza rimpianti» [Conti, cit.] • Quest’estate, quand’è scoppiato l’incendio a Pantelleria lui e Myrta Merlino si sono rifugiati sulla barca di Giorgio Armani •
Vizi «Da calciatore fumavo sigarette nel mese di vacanza; poi smettevo. Ora solo sigari».
Religione «Prego, vado in chiesa; ma purtroppo solo quando ne ho bisogno» [Cazzullo, cit.].
Politica «Mio padre era un operaio che però si era staccato dal partito a seguito di alcune riunioni con i vertici, non ci credeva più. Lui era un comunista cattolico, io sono sempre stato solo un comunista» [La confessione] • Nel 2007 firma il manifesto del nascente Partito democratico. Alle elezioni europee del 2014 si parlò di una sua possibile candidatura con il Pd.
Amori «Sentimentalmente sono sempre stato un po’ birichino, vivace» • Dalla prima moglie Alessandra ha avuto la figlia Sara con cui nel 2016 ha scritto la sua autobiografia O tutto o niente / La mia storia • Una lunga storia con la giornalista Stella Pende dalla quale nasce Nicola, oggi analista finanziario. «Gli sarebbe piaciuto fare il calciatore solo che ha preso i piedi dalla madre e la testa del padre» • Poi, a 62 anni, s’è innamorato di Myrta Merlino, volto di La7: «È stata a lungo un’amica. Poi tutto è cambiato. È l’amore della mia vita: un legame molto profondo. Mai avuto un rapporto così maturo e consapevole. Myrta è una donna solida: mi ha aiutato a crescere. Detto alla mia età può far ridere, anche perché io sono più grande di lei, ma è così. Spero di aver fatto lo stesso con Myrta» • È nonno di due gemelli: Tancredi e Fiamma, figli di Sara «ma io non mi sento ancora nella parte di nonno» • Da giovane ha avuto una breve relazione con Moana Pozzi. È l’unico uomo ad aver ricevuto da lei un giudizio molto positivo nelle sue pagelle. Con lei fece l’amore sui sedili di una Mercedes in un parcheggio a Fiumicino. All’8 su 10 ricevuto dalla pornostar segue questo commento: «Trovavo eccitante il suo comportamento spontaneo e dolce come un ragazzo alle prime armi». Lui oggi dice: «Non rinnego niente ma non mi sembra più il caso di parlarne. È passato tantissimo tempo e poi lei non c’è più» [Cazzullo, cit].
Titoli di coda Anche Pertini, Bearzot, Scirea, Rossi non ci sono più. «E neppure Maldini, Vantaggiato, De Gaudio. Eppure, nel più smemorato dei Paesi, ancora adesso ci si ricorda dell’estate in cui eravamo campioni del mondo» [ibid].