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 2022  settembre 23 Venerdì calendario

Fenomenologia di Arbasino

Le giacche e le camicie curatissime, i pantaloni chiari, le macchine spider, l’opera lirica, le contesse
Mai ascrivibile a qualsiasi corrente: inimitabile in ogni caso
È come ereditare uno scintillio, un brillio. Qualcosa di impalpabile. Qualcosa che, per l’appunto, non si eredita. Si può tentare di essere “arbasiniani”? Sì, a proprio rischio e pericolo. Perché il vogherese Alberto, «self-made man di origine umile e decadente», buttata via una carriera di giurista e baroncino, aveva scelto la pista individualissima che lo portò a essere non ascrivibile ad alcunché. Non al Gruppo che nei primi anni Sessanta rinverdisce le avanguardie, e di cui lui sembra – sembra – fare parte (resta praticamente l’unico leggibile di quell’intera esperienza letteraria), non a partiti e aree di influenza, a clan, a salotti, salvo quelli inarrivabili per gli scrittori comuni. D’altra parte, se lo scrittore italiano medio veste male, Arbasino vestiva bene, benissimo. Le giacche e le camicie curatissime, i pantaloni chiari, le macchine spider, l’opera lirica, le contesse. Dunque, inimitabile in ogni caso.
Ma c’è una questione meno esteriore, che riguarda lo stile – sulla pagina e non nel guardaroba: un marchio, un timbro che, nei suoi pezzi per i giornali, lunghissimi o brevissimi a seconda, nelle pagine folgoranti da ritrattista, nel fluviale e più volte riscritto Fratelli d’Italia (la consonanza odierna con la prima forza politica del Paese lo farebbe sorridere prima che inorridire), somiglia alle iniziali cucite sulle camicie di cui sopra, o stampate sul citofono di casa: A.A. Un modo solo suo, sincopato e tuttavia armonico, di procedere per lampi, per frammenti, componendo materiali spuri in un collage verbale che ingloba tutto l’inglobabile.
La citazione colta, la tessera di memoir offerta con elegante distacco, la nota acidula del moralista che, sapendo di esserlo, scavalca a destra e a sinistra i finti moralisti invecchiati bacchettoni, l’interiezione, l’esclamazione giocosamente snob, il falsetto e il canto pieno, quasi elegiaco – ma per poco, per il tempo esatto affinché non diventi sentimentalismo. E più di tutto: la chiacchiera, la conversazione, nobilissima o greve non importa. Nelle pagine di Arbasino non si fa che parlare, parlare, parlare; e sembra di parlare perfino a chi si limita a leggere: fino a quasi a seccarsi la gola. Nella parola parlata c’è la grazia dell’attimo, la verità effimera che non si pretende durevole perché non lo è; la scoria gergale in cui si annida un refolo di spirito dei tempi. O spiritello, spiritino, per stare a quei diminutivi-vezzeggiativi con cui il supremo stilista Arbasino addomesticava il Sublime.
Era novecentesco? Forse anche un po’ sette-ottocentesco, ma a quel modo lieve dei “minori” e non marmoreo dei maggiori: Opera mista a un po’ di follia che la scompiglia, operetta e divano di casa De Goncourt, “marivaudage” e fischiettio con le mani in tasca. Non si lascia mai stanare nell’inquietudine scoperta, nell’accesso doloroso, men che meno nel pianto; mette tra virgolette i sentimenti e se la cava così: nipotino di Gadda, come si diceva (forse sbagliando), però senza le cupezze dell’avo; non spiffera i segreti suoi, magari gli altrui sì, non si confessa, non si denuda, perché troverebbe inelegante perfino farsi trovare in mutande (salvo che non si possieda «eccezionale bellezza»). L’avresti potuto quindi dire uomo di un’altra epoca, con anni sempre portati benissimo, ma in realtà – a differenza di tutti i suoi coetanei (era del ’30, come Pietro Citati) – riusciva ad abitare e ad afferrare l’oggi, quello che il suo editore Calasso chiamava l’Innominabile Attuale, con rara disinvoltura. E soprattutto con occhio e orecchio finissimo per le novità, i cambiamenti, i tic linguistici, le più aggiornate nevrosi pubbliche.
Mi sono chiesto spesso, leggendolo, dove fosse il cuore di Arbasino nelle sue pagine scintillanti e comunque non fredde, prensili, frenetiche, vitalissime e vitalistiche senza bisogno di attingere a d’Annunzio (una mostra, un convegno, una “conferenzina”, una prima teatrale, una cena, una corsa in macchina da qualche parte. Ah già! Un aperitivo a St-Moritz!). E forse l’ho trovato palpitare solo in quel libro d’esordio – bello e piuttosto diverso dagli altri – che si chiamaLe piccole vacanze. Per il resto, mi pareva lo nascondesse così bene da dare l’impressione di poterne fare a meno: di potere usare gli altri organi e gli altri sensi e farseli bastare, per diventare Arbasino come una maestosa e appunto inimitabile Alternativa. A Moravia, che pure gli stava simpatico, a Pasolini soprattutto, a Calvino – troppo capzioso per lui, troppo “concentrato”. Meglio svagarsi, girare il mondo, godere del Bello e dell’amicizia di qualche aristocratico, di qualche «marchese coglione», che almeno però sa l’inglese: e meglio, notava Arbasino, di qualunque critico letterario italiano. Indifferente? Cinico? No. Basta leggere Un paese senza e certi geniali rap (sic) “civili” degli anni tardi.
In un libro (commovente ma, à la Arbasino, senza mai darlo a vedere) intitolato Stile Alberto (Quodlibet), Michele Masneri parla di “metodo Arbasino”: il suo essere diventato un «brand di massimo lusso» della scrittura senza parenti prossimi, senza veri compagni di strada. Ma una nidiata di imitatori, di epigoni si è comunque formata, e ha infiltrato – più che i romanzi “impuri” e spesso mal riusciti di giovani e meno giovani narratori – un certo “giornalismo narrativo” italiano fra il tardo Novecento questo lungo opaco angosciante inizio secolo. Brillante sì, ma come per effetto del Vetril: prova a essere anti-sentimentale ma finisce con l’essere cinico; sincopato, ritmato, veloce, ma con il rischio di risultare nevrotico.
Non è facile fare Arbasino senza esserlo. Perfino quel tocco di frivolezza, che un po’ mi irritava e che però negli altri è solo vacuità, in lui aveva (si può dire?) un fondo proustiano. Non a caso, un temuto critico dell’Espresso come Paolo Milano – rimproverando a un giovane Arbasino proprio la frivolezza – tirava in ballo una frase dell’autore dellaRecherche. Sibillina, quasi indecifrabile, magnetica: «La frivolezza è uno stato violento».