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 2022  settembre 22 Giovedì calendario


Putin scambia soldati e comandanti della brigata Azov, gl’impresentabili nazistoidi, per liberare il suo amico Medvedchuk

Kiev Tutti a casa. Nell’ora più drammatica, nella mobilitazione generale dei 300 mila russi, nella fuga da Mosca degli arruolabili, Vladimir Putin apre a sorpresa uno spiraglio. E nell’ora più buia, dopo sette mesi di «niet» su tutto, fa la prima concessione negoziale sui prigionieri di guerra: vengono liberati centinaia di uomini del Battaglione Azov, gl’impresentabili nazistoidi che dovevano essere processati per crimini di guerra, assieme a una decina di foreign fighters avviati a sicura condanna a morte. La clamorosa notizia su Azov la dà a mezzanotte Suspline, la radio ufficiale ucraina. Il capostaff della presidenza, Andrii Yermak, parla d’un accordo raggiunto fra Mosca e Kiev per rilasciare 215 «pow» (prisoners of war) ucraini in cambio di 55 russi e specialmente dell’oligarca filorusso Viktor Medvedchuk: l’amico fedelissimo di Putin, l’editore che Zelensky fece arrestare con l’accusa d’intelligenza col nemico e di propaganda pro-Cremlino sulle sue tv. Un anno prima dell’invasione, febbraio 2021, proprio una legge anti-Medvedchuk votata dal Parlamento di Kiev aveva fatto infuriare il leader del Cremlino, spingendolo a preparare la guerra e a schierare sul confine ucraino i primi tremila soldati. Vi ridiamo i nazisti. E noi vi ridiamo l’orribile Medvedchuk. Lo scambio era nell’aria e sabato era stato il braccio destro del presidente ucraino, Podolyak, a confermarci che i soli passi nel negoziato erano stati fatti proprio per i «pow». Nessuno però s’aspettava che in cima alla lista dei rilasciabili ci fossero praticamente tutti i combattenti di Azov, quelli che s’erano arresi a maggio dopo una lunga resistenza nei tunnel dell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Sui social compaiono le foto della cerimonia di consegna, in un luogo imprecisato dalle parti di Chernihiv: in una sala, si vedono in divisa il colonnello Denys «Redis» Prokopenko e il vice Svyatoslav «Kalyna» Palamar. Poi via via si vengono a sapere gli altri nomi, uno fra tutti: «l’eroico»(lo definisce così la radio ucraina) marine Sergiy Volynsky, il famoso comandante «Volyna» della 36esima Brigata Marines che guidò la resistenza dentro Azovstal. C’è pure Dmytro Kozatsky, il soldato che prima d’essere catturato postò le foto dell’assedio. È probabile che fra i rilasciati vi siano anche alcune delle 131 donne tenute prigioniere, due delle quali incinte: una è al nono mese.
I numeri
Secondo le autorità di Kiev sono stati rilasciati 215 ucraini
contro 55 russi
L’11 settembre scorso, i russi avevano promesso che sarebbe cominciato il processo ai soldati di Azov: il rinvio, ora è evidente, era dovuto alle trattative in corso. In segno di distensione, Mosca aveva anche diffuso il video della popolarissima soldatessa Kateryna Polishchuk, 21 anni, diventata famosa come «l’uccellino» (Ptashka) perché nei giorni dell’assedio era stata filmata mentre intonava canzoni nazionalistiche.
Che cosa significhi questa svolta improvvisa, è presto per dirlo. Nel pomeriggio – con altrettanta sorpresa e grazie alla mediazione dell’«impresentabile» principe saudita Mohammed bin Salman, il celebre Mbs —, i separatisti filorussi avevano liberato anche dieci mercenari (cinque inglesi, due americani, uno svedese, un marocchino e un croato) catturati la scorsa primavera. Fra di loro, già arrivati a Riad, ci sono Aiden Aslin, Shahun Pinner e Brahim Saadoun, i tre foreign fighters che a giugno erano stati ingabbiati e condannati a morte in un processo-show. «Non li libereremo mai», era stata la promessa. Ma le guerre cambiano vento, e le convinzioni anche.