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 2022  agosto 17 Mercoledì calendario


È morto l’ultimo playboy di Berlino, Rolf Eden

È morto l’ultimo playboy di Berlino, Rolf Eden, a 92 anni. Era insopportabile, e affascinante, un sopravvissuto al suo tempo. «Il berlinese più penoso», lo definì un giornale della capitale. «Lo ritengo un complimento», commentò dieci anni fa alla Berlinale, quando fu presentato un film della sua vita.



Si era lasciato dimenticare. Nell’era del me-too non avrebbe avuto vita facile. Si vantava d’aver conquistato tremila donne, ed ebbe sette figli da sette compagne diverse. Ma va ricordato, perché era un simbolo di Berlino e, a suo modo, d’Europa. Bambino ebreo sfuggito a Hitler, volle tornare nella sua città, e ai tempi della Cortina di ferro, nel cuore della opprimente Germania comunista, condusse una sua battaglia in difesa di una vita leggera, e allegra, un conforto per tutti i berlinesi, anche quanti non erano mai entrati nel suo locale, il Big Eden.

Era nato nel 1930, come Rolf Sigmund Sostheim. Quando aveva tre anni, all’avvento di Hitler, il padre fuggì con la famiglia a Tel Aviv. «Sono stato fortunato che fosse così intelligente da capire subito come sarebbe andata a finire», scrisse Rolf nelle memorie. A 18 anni combatté a fianco di Rabin nella prima guerra per la sopravvivenza di Israele. Il suo reparto aveva 1.200 uomini, alla fine i superstiti erano 400.


Negli anni ’50 se ne andò a Parigi, fece l’autista, il cameriere, il barista, il venditore di auto, lo chiamavano per particine in qualche film. Quando Berlino offrì 6 mila marchi a chi volesse tornare, decise di accogliere l’invito. «Ma non per i soldi», disse, «avevo il diritto di vivere dove ero nato». Iniziò come barista, portiere di notte, e riuscì ad aprire il primo night club sulla Kurfürstendamm, con il suo nome, nel viale simbolo del capitalismo, ma era la Berlino triste della guerra fredda, che sopravviveva come una zattera nel cuore della Ddr. Una sfida.

Divenne il re della vita notturna in una metropoli che sembrava ancora un paese di provincia. Il Big Eden si trovava vicino al Kempinski, il mio albergo e quello dei giornalisti. Vedevo sempre una fila in attesa all’ingresso, e non ci entrai mai, non si ha mai tempo quando si lavora. Riuscii a visitare il Bode Museum a Berlino Est solo tempo dopo la caduta del Muro.

In pieno centro un appartamento costava 80 mila marchi, da un giorno all’altro il settore occidentale rischiava di essere abbandonato ai comunisti dalle potenze alleate. In anticipo sui tempi, pochi anni dopo la guerra, in una città ancora in macerie, Eden offriva musica jazz e spettacoli di spogliarello, ben lontani da quelli di Sankt Pauli, il quartiere a luci rosse di Amburgo, e del Crazy Horse a Parigi. Organizzava elezioni di miss in bikini, quando quel costume era considerato un peccato. Da lui andarono i Rolling Stones ed Ella Fitzgerald.

Rolf Eden divenne un personaggio, per i suoi capelli biondo oro, le giacche di lino bianco e le cravatte rosa. Si vantava delle sue conquiste, «quando incontro una bella donna le porgo il mio biglietto da visita, se è intelligente, mi chiama». Sulla stampa popolare usciva la sua foto con battute da macho che oggi sarebbero insopportabili. Era un abile uomo d’affari, girava in Rolls Royce, ma investiva saggiamente comprando case a poco prezzo. Quando cadde il Muro nell’89, vendette il locale, e si ritirò nella sua villa, vivendo di rendita accanto a Brigitte, l’ultima compagna, di mezzo secolo più giovane. Gli è rimasta accanto e saggiamente ha rifiutato di sposarlo.

Sette figli, perse il conto dei nipoti, per mantenere le famiglie versava 30 mila euro di alimenti al mese: «Non devono chiamarmi papà o nonno, basta Rolf». Per la biografia, scelse il titolo Immer nur Glück gehabt, sempre solo avuto fortuna. Da bambino ebreo costretto alla fuga a uomo di successo, la sua ricetta era: credi in te stesso, e la sorte ti aiuterà. Un play boy, scrisse, è qualcuno che sa gustare ogni secondo della sua vita. Desiderava raggiungere i cento anni, ce l’ha quasi fatta.