Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  agosto 05 Venerdì calendario


“LUI È UN BULLO, UN CRETINO, UN PREPOTENTE” – IL SUOCERO DI GABRIELE BIANCHI, SALVATORE LADAGA, IMPRENDITORE E CONSIGLIERE DI FORZA ITALIA DALLE ORIGINI, PARLA DI UNO DEI FRATELLI CHE HA UCCISO WILLY MONTEIRO – “SIAMO TUTTE VITTIME COLLATERALI DEI FRATELLI BIANCHI. MIA FIGLIA È TORNATA STRAVOLTA DAI COLLOQUI IN CARCERE" - PERCHÉ NON HA MAI CHIESTO PERDONO ALLA FAMIGLIA DI WILLY MONTEIRO DUARTE? "SAREBBE STATO FRAINTESO”

«La verità? Ho scelto io il nome. Aureliano. Suona bene ed è poco usato. In ballo c’erano anche Ettore e Flavio. Non mi suonavano altrettanto. Aureliano. Sono nonno senza essere suocero. Suburra non c’entra, manco sapevo che fosse il nome di uno dei protagonisti della fiction, ma voi giornali avete cucito su misura ai Bianchi una verità tutta vostra» dice Salvatore Ladaga, imprenditore della sanità, consigliere di Forza Italia dalle origini, già socialista con simpatie per i radicali d’antan («Consideravo Pannella un amico» sorride) ma soprattutto affezionato cliente del vecchio ristorante «Da Benito al bosco» passerella per politici, da Blair a Gentiloni, nel cuore impervio di Velletri. Sua figlia è la compagna di Gabriele Bianchi, uno dei due fratelli - l’altro è Marco - condannati all’ergastolo per aver ucciso massacrandolo di botte Willy Monteiro Duarte.



«Davvero vi interessa com’è iniziata? — chiede lui nel viavai di camerieri accaldati — Era la fine del 2018 e mia figlia Silvia, bella, cocciuta, indipendente, però certo non abituata a vivere sulle barche come l’avete descritta voi...Insomma lei. Viene da me e mi dice: “Papà se devo fare un figlio è con lui che lo faccio” Lui era Gabriele Bianchi. Magari anche lei ha il complesso della crocerossina, vai a sapere. Le dico: “Ma cosa c’entra lui con noi, con te? E badate bene, non è questione di ceto, ci mancherebbe. Ma di modi. Lui è un bullo, un cretino, un prepotente. E lei: “Andiamo a vivere assieme” mi comunica. Appartamento pronto. Di lei si capisce. Scelgono i mobili e tutto. Mi metto in moto anch’io. Penso: “Ora devo aiutarli”. E allora gli do una mano ad aprire una frutteria. Certo, un bullo».



I fratelli Bianchi spacciavano droga, organizzavano spedizioni punitive, anche quella sera furono chiamati appositamente e poi Willy Monteiro è stato massacrato. Era il 6 settembre 2019. «Gabriele era lì. E non doveva. Era andato al cimitero (con delle amiche, ndr). E non va. Tutte cose che gli ho detto quando abbiamo parlato giorno fa dopo la sentenza (la condanna all’ergastolo avvenuta il 4 luglio scorso, ndr). Squilla il telefono a casa di mia figlia che, per inciso, abita con la mia ex moglie.

Appartamento comodo, agiato, in cui mio nipote viene viziato un giorno dopo l’altro...Squilla il telefono ed era lui da Rebibbia. E allora gliele ho cantate: “Caro mio qui si parla del fatto che se righi dritto forse domani potrai accompagnare tuo figlio all’università. A giorni alterni. Forse. Questo è il futuro che ci aspetta».

Quindi mostra una foto del bimbo. Lui in calzoncini extra small con una magliettina spugnosa che sorride a un pallone gigante, in alto su una seggiola. Continua: «Siamo tutte vittime collaterali dei fratelli Bianchi. Però questo qui di più. Lui che c’entra? Non era nato. Gli ultimi giorni sono stati devastanti. Mia figlia che torna stravolta dai colloqui in carcere: “Pa’ sono preoccupata per Gabriele”». Ladaga ha promesso alla figlia che non l’abbandonerà:

«Cambieremo avvocato, sceglieremo un tecnico che guardi perfino oltre la Cassazione, alla Corte europea se necessario, perché io neanche nell’appello ho fiducia. Troppa pressione, troppo battage». I fratelli Bianchi non hanno mai chiesto perdono alla famiglia di Willy, non lo hanno fatto nemmeno durante il processo. «Rispetto la dignità con la quale hanno affrontato un dolore così grande. Ma non era arrivato il momento. Sarebbe stato frainteso».