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 2022  agosto 04 Giovedì calendario


In mostra a Francoforte gli oggetti degli ebrei perseguitati



Sei milioni di ebrei uccisi nella Shoah, un numero per valutare l’orrore. Al di là della nostra comprensione, un numero quasi astratto. Se conosciamo una sola delle vittime, allora sentiamo il dolore. È illogico, ma non possiamo controllare i nostri sentimenti. I nazisti erano precisi, con un’ossessione burocratica raccoglievano gli abiti, gli oggetti lasciati dei deportati, formavano dei cubi chiusi con del filo di ferro, su un’etichetta registravano il nome del proprietario, e l’indirizzo. Gli esseri umani non avevano valore, un paio di scarpe scalcagnate, un libro, gli occhiali, erano messi da parte. Chissà cosa speravano di ricavarne.




Una volta, in un libro, vidi la foto di uno di questi pacchi, con un paio di occhiali. Appartenevano a una signora che sarebbe stata mia vicina nel palazzo in cui abitavo a Berlino. E allora avvertii un dolore profondo. Anni dopo avevo cambiato casa, e condussi mia nipote adolescente a andare a trovare la signora con gli occhiali, la vicina nel passato. E lei comprese. Un paio di occhiali per sei milioni di vittime.


A Francoforte, all’Historischen Museum, è stata inaugurata la mostra Frankfurt und der NS (fino al 16 settembre) in cui sono esposti gli oggetti appartenuti agli ebrei, trucidati o che si misero in salvo. Un bauletto appartiene alla signora Renata Harris, una dei bambini che i genitori riuscirono a mandare appena in tempo in Gran Bretagna. Partì dalla stazione di Francoforte il 26 agosto del 1939, l’ultimo Kinderzug, il treno per bambini, diretto a Londra. Pochi giorni dopo i viaggi furono proibiti. Il primo settembre scoppiò la guerra. Suo padre Alfred Adler, un industriale che possedeva diverse fabbriche in città, si era già messo in salvo. Renata oggi ha 93 anni. Aveva dimenticato il bauletto in soffitta finché nel 2011 lesse che a Hook, in Olanda, avevano eretto un monumento per i bambini spediti da soli verso la salvezza. Allora decise di ricordare il passato, che aveva cercato di dimenticare. La sua storia è stata elaborata e raccontata per la mostra. Renata è coetanea di Anna Frank, anche lei nata a Francoforte, nel luglio del ’29.




La stazione centrale di Francoforte, e gli altri scali, divennero uno dei centri di smistamento principali per i deportati, e per la partenza dei soldati della Wehrmacht per il fronte, a oriente, o verso il sud, e l’occidente. Finché fu possibile, partirono in treno due terzi degli ebrei residenti in città. Nel novembre del 1941, un migliaio di ebrei fu deportato a Kowno, oggi in Lituania, e uccisi tre giorni dopo. Alcuni loro documenti di identità furono conservati e sono esposti alla mostra. Si ritiene che questo gruppo fu il primo a venire eliminato nella deportazione di massa, organizzata solo pochi mesi dopo nel febbraio del ’42 da Adolf Eichmann.


I bambini spediti in Inghilterra furono 600 circa. Adelaide Adler, la madre di Renata, riempì il bauletto con biancheria, qualche gonna, un paio di pullover. Inutilmente cercò di raggiungere la figlia e il marito a Londra. Nel 1942 fu deportata e uccisa a Auschwitz.


Accanto al bauletto della bambina, è esposta una sedia rivestita di seta rossa. Fabbricata nel 1900, apparteneva al giornalista economico Artur Lauinger, redattore della Frankfurter Zeitung. Dal 1933 era presidente della stampa cittadina. Riuscì a lavorare fino al 1937, ultimo giornalista ebreo in attività nel III Reich. Arrestato diverse volte dalla Gestapo, infine venne deportato a Buchenwald, liberato fuggì in Gran Bretagna. I suoi beni a Francoforte furono messi all’asta. Il figlio riuscì a salvarne alcuni mobili e li affidò a un amico, che li restituì al padre quando nel 1946 volle tornare a Francoforte, dove riprese a lavorare in un giornale. È morto nel 1961.


Alla mostra è esposta una macchina da scrivere Adler, verde oliva con i tasti marrone, di Henry Ormond, uno degli avvocati dell’accusa al processo per i crimini di Auschwitz nel 1963. La usò la moglie di Ormond per scrivere la requisitoria del marito. «Gli oggetti raccontano la storia e le storie», ha spiegato Jan Gerchow, direttore del museo (Saalhof 1; dalle 11 alle 18, da martedì a domenica).