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 2022  agosto 04 Giovedì calendario


Intervista al fumettista Aleksandar Zograf

«Esordire negli Stati Uniti, mentre sopravvivevo nell’ex Jugoslavia disgregata dal conflitto fratricida degli anni Novanta, è stato incredibile. Il mio primo libro, Life under sanctions, è stato pubblicato oltreoceano da Fantagraphics, il più importante editore mondiale di fumetti». Il serbo Aleksandar Zograf, all’anagrafe Saa Rakezi, classe 1963, tra i più importanti autori e disegnatori a livello internazionale, artista del dialogo e della ricerca storica, è uno scrigno di vissuti appassionanti che racconta con grande umanità. Il suo percorso editoriale è davvero fuori dal comune: le opere pionieristiche di giornalismo grafico, che descrivono la deflagrazione e l’attuale implicazione delle guerre jugoslave, hanno costruito un inedito ponte culturale con l’altra riva dell’Atlantico.
Il quaderno di Radoslav e altre storie della II guerra mondiale è il nuovo graphic novel, pubblicato in Italia dalla casa editrice torinese 001 Edizioni, in cui restituisce i profondi stravolgimenti del conflitto per la penisola balcanica che si riverberano nel presente dell’Europa.
Lei ha preso le armi nella guerra nell’ex Jugoslavia?
«Ero giovane e rifiutai l’arruolamento militare, perché consideravo impossibile combattere in Croazia contro quella che consideravo parte della mia famiglia. Molte persone della mia generazione sono state mandate nel buco nero dell’assedio e della battaglia di Vukovar. Non avrei mai potuto partecipare a tutto ciò. Nei nascondigli avevo fame, ero lacerato intimamente, ma ho lavorato con la creatività per superare ciò che vivevo».
Riusciva a disegnare?
«Le riviste smisero di pubblicare i fumetti. Continuai a farlo con piccole fanzine in clandestinità, cercando una sponda all’estero».
Non ha mai lasciato Panevo, dove è nato, ma ha esordito negli Stati Uniti. Come ha fatto?
«Da bambino disegnavo su qualsiasi foglio di carta trovassi. Sono stato influenzato da mia madre che era una grande lettrice di fumetti, mentre mio padre suonava. A metà degli anni Ottanta collaboravo con riviste jugoslave. Da ragazzo mi impressionava la realtà americana del fumetto e senza la posta elettronica presi contatto con artisti che seguivo e mandai le mie storie illustrate negli Stati Uniti».
Chi le rispose?
«L’attenzione di un editore del livello mondiale di Fantagraphics è stata determinante. Il libro Life under sanctions uscì nel 1994, quando la guerra aveva fatto crollare tutto. Sopravvivevo grazie ai fumetti e dalla condizione d’isolamento aprii una finestra sul mondo».
Tra i fumettisti di livello internazionale la cercò il noto Chris Ware. Che cosa le chiese in particolare?
«Mi propose di realizzare delle strisce di fumetti settimanali per riflettere sulla situazione e fu coraggioso specialmente nel 1999».
Per quale ragione?
«Gli Stati Uniti, nell’ambito della Nato, guidarono l’azione militare contro la Serbia per fermare il presidente Miloevi. Forse per la prima volta un artista sottoposto ai bombardamenti pubblicava nel Paese da cui provenivano le bombe. L’indipendenza e libertà dai condizionamenti politici ci ha permesso di mantenere aperto il dialogo, mostrando tutti i punti di vista per non dimenticare che i civili sono le vittime principali di ogni guerra».
Che cosa significa essere un serbo senza confini?
«Non sono mai stato un cattivo ragazzo, nonostante sia serbo (sorride, ndr). Mi sono sempre identificato con l’ambiente libero dal nazionalismo che è tuttora uno dei fattori della crisi vissuta dalla regione. Ogni artista dovrebbe risultare scomodo al proprio governo nazionale».
Negli Stati Uniti si è sentito libero?
«Suonava particolare essere un fumettista americano dalla Serbia. Talvolta tutto viene presentato come bianco o nero, mentre ho colto lo spirito dell’underground culturale che mostra l’intera tavolozza dei colori».
La libertà s’impara?
«La lezione di mio nonno è stata significativa. Era un sindacalista socialista che diede protezione a chi resisteva contro i nazisti nel Regno di Jugoslavia. Nascose alcune famiglie di ebrei perseguitati dal regime di occupazione. Dopo la liberazione di Belgrado nel 1944, non condivise l’imposizione del nuovo potere e finì in quanto dissidente politico nel confino dell’isola di Goli Otok».
Nel suo ultimo graphic novel fa riemergere storie interessantissime. Chi era Veljko Kockar?
«Un fumettista di grande talento vissuto in un’epoca difficile. Creò un personaggio fortissimo: Kaktus Kid era la versione jugoslava di Mickey Mouse. Durante l’occupazione nazista molti artisti si compromisero con il regime. Lui no, ma fu lo stesso accusato di essere stato un collaborazionista e condannato a morte. Kokcar firmò sempre con coraggio i propri fumetti e voleva soltanto essere libero nel disegnare».
Qual è il sintomo delle nuove tensioni scoppiate tra il Kosovo e la Serbia?
«La verità è che nessun Paese dell’area si è ripreso dalla fine della Jugoslavia. Ognuno si professa vittima e prefigura di combattere nel vuoto di idee per il futuro e delle speculazioni di attori internazionali interessati alla destabilizzazione. L’esplosione della forma più barbara del nazionalismo aleggia tra noi».