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 2022  agosto 04 Giovedì calendario


I libri si sentono soli

Che fascino quella cover biondo tabacco, così ben conservata ma un po’ rovinata agli angoli, con la scritta Ulysse in francese blu cobalto e con stampato in basso il luogo e l’anno di pubblicazione: Paris 1929. Quell’edizione del capolavoro di James Joyce, così accattivante e rara, è il filo di Arianna con cui lo scrittore e giornalista Luigi Contu, nel suo splendido excursus I libri si sentono soli (La Nave di Teseo), ci conduce attraverso cento anni di cultura e politica italiana.Una vicenda singolare, questa narrata dal direttore dell’agenzia Ansa che ha anche guidato la redazione interni di la Repubblica: attraverso i tomi, le riviste, i giornali, i manoscritti inediti e rari (tutto questo materiale iconografico è esposto in mostra nella chiesa di Sant’Arcangelo, a Fano, fino al 7 agosto) collezionati da suo padre Ignazio e da suo nonno Rafaele, ripercorre la saga familiare dei Contu in parallelo alla storia d’Italia.L’avvio del libro è molto forte e drammatico: noto giornalista parlamentare, portavoce di Amintore Fanfani, Ignazio, in procinto di morire, consegna a Luigi una mappa della biblioteca di 15mila volumi in modo che si possa orientare in quella marea di carta. Il figlio la perde. Anni dopo cercherà di raccapezzarsi nel dedalo libresco proprio partendo dall’Ulisse, il romanzo che il nonno aveva scoperto nella Ville Lumière e che «aveva cambiato il mondo».La biblioteca di casa Contu, ci avverte Luigi, è una miniera di raffinate prime edizioni, come quella del 1914 di Zang Tumb tumb, il primo esemplare di testo paroliberista di Filippo Tommaso Marinetti, «più da guardare che da leggere, pari a un disegno di Sironi o di Balla».Questa gran massa di reperti ci illumina però soprattutto su un fenomeno ancora oggi sconosciuto e assai poco indagato: sul ruolo avuto in Italia da intellettuali come Rafaele e come Ignazio (con la sua attività di direttore editoriale della casa editrice Rusconi e di fondatore della rivista Tèlema), che credono nella funzione educatrice e militante della cultura, indipendentemente dalle convinzioni politiche: il nonno Contu, un’autorità culturale in epoca fascista, aveva capito (non a caso fu il curatore dell’edizione critica delle opere di Gabriele D’Annunzio, genio del marketing) che si stava formando un ampio pubblico di cultori di lirica, teatro, mostre e narrativa. Con le riviste da lui dirette darà così vita a un’estesa rete di devoti officianti delle arti che poi si rafforzerà nel Secondo dopoguerra e che ancora oggi costituisce lo zoccolo duro dei consumatori di cultura.Nato a Tortolì, in Sardegna, e morto nel 1952, Rafaele lavorò anche all’ufficio propaganda del ministero della Guerra e in primis fu intrigato dalla divulgazione scientifica. Laureato in ingegneria al Politecnico, scoprì il legame tra scienza e poesia: nel 1921 pubblicò un ritratto dell’ancora sconosciuto Albert Einstein per una rivista e l’anno successivo fece uscire da Hoepli la prima edizione italiana della teoria della relatività di Einstein volgarizzata dal fisico tedesco Harry Schmidt: Un’esposizione elementare alla portata di tutti, proclamava il sottotitolo. «La nostra fatica non è stata leggera: ci ha aiutato il proposito di offrire al lettore italiano – scriveva Rafaele – un libro che veramente schiuda a tutti le porte del mistero einsteiniano».Contu andava incontro al gusto del lettore più moderno con la traduzione di Eupalino o l’architetto di Paul Valéry del 1932 e con la direzione, assieme a Giuseppe Ungaretti, de I Quaderni di Novissima. Tra le lettere di Alvaro, Deledda, Cardarelli, Marinetti e Savinio spunta un inquietante biglietto che illustra la perenne rivalità tra Ungaretti e Montale: «Sono sempre del parere che Montale è m. E, se se ne può fare a meno, è tanto di guadagnato». Rafaele è indignato di fronte agli immotivati rancori di Ungaretti che, oltre al lirico ligure, vuole liquidare anche Umberto Saba dalle pagine della loro rivista: «Il resto, ha già detto lei, è merda. Ma io non sono dello stesso parere». Ecco apparire da un anfratto degli scaffali una stesura rimasta sconosciuta dell’Inno di Ungaretti che venne edita in cinquanta copie il 20 luglio del 1943 «da alcuni amici del poeta». Ecco poi la missiva con cui Montale cercò, tramite l’appoggio di Contu, di evitarsi il richiamo al servizio militare, ed ecco un altro biglietto con cui la mamma del pittore Renato Guttuso sollecitò l’esonero del figlio, che nel 1940 era in servizio presso il 49° reggimento fanteria di Ascoli Piceno (il pittore aveva cominciato a collaborare a Primato, diretto da Giuseppe Bottai, disegnandone le copertine belliche).Rafaele, il “tessitore” militante di cultura, dopo la caduta del regime inizia a fare ricerche nella biblioteca vaticana dove si è rifugiato. Ma anche nel dopoguerra non si arrende: dal 1947 dirige con Maria Luisa Astaldi Ulisse, una delle più belle pubblicazioni della Penisola nel periodo della ricostruzione, con inchieste all’avanguardia sull’Europa, le regioni, l’utilità del nucleare.La monumentale raccolta di volumi dei Contu lievita senza sosta, incrementata da Ignazio e da Luigi, che ora passa il testimone ai figli: ci racconta gli Anni di Piombo con rare edizioni, tramite le pagine di Sciascia ci riporta al terribile periodo del rapimento Moro e attraverso la recentissima testimonianza di Gemma Capra ricostruisce la vicenda della morte del commissario Calabresi. Il viaggio in compagnia dei libri è destinato a continuare.