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 2022  agosto 04 Giovedì calendario


Storia delle astensioni di Fratelli d’Italia sul Pnrr

BRUXELLES – Tenete a mente queste cinque date: 13 ottobre 2020, 15 dicembre 2020, 10 febbraio 2021, 24 marzo 2021 e 27 aprile 2021. Cosa sono? I giorni in cui Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, nelle aule di Camera e Senato e in quella del Parlamento europeo, ha evitato con cura di votare a favore del Recovery Fund. E del Pnrr predisposto dal governo Draghi. Voti di astensione accompagnati da critiche asperrime nel merito del progetto, nei confronti dell’Ue e della moneta unica, l’euro. Una visione del mondo e del Vecchio Continente che non risale a qualche nostalgico decennio fa, ma agli ultimi 21 mesi. Spesso in compagnia della Lega.Le perplessità, i dubbi e il pesante scetticismo della Commissione e della gran parte del Consiglio europeo si fondano su quei voti e non su pregiudizi. Perché ogni singolo atto ufficiale a Bruxelles e a Strasburgo pesa molto di più che nel catino di Montecitorio o Palazzo Madama. Nella politica italiana la memoria è sovente labile. Nei Palazzi europei si dimentica molto meno.Tutto, quindi, inizia il 13 ottobre del 2020. In carica ancora il secondo governo Conte. A Montecitorio e Palazzo Madama si compie il primo atto per ufficializzare il Recovery Fund. Dibattito e poi una risoluzione sulle linee programmatiche del NextGenerationEu e quindi sugli oltre 200 miliardi messi a disposizione dell’Italia. Alla Camera 276 favorevoli, 3 contrari e 219 astenuti. Al Senato 148 favorevoli, 122 astenuti e 2 contrari. Tra gli astenuti tutto il centrodestra (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia) che dunque in quel momento era compatto contro gli aiuti europei. E AndreaDe Bertoldi, incaricato di parlare al Senato a nome del gruppo “meloniano”, diceva: «Non arriverà un grande aiuto dall’Ue» e questo Recovery è «un manuale delle banalità». Dello stesso tenore le dichiarazioni di forzisti e leghisti che pochi mesi dopo, però, hanno ingranato la marcia indietro. Massimo Garavaglia, poi diventato ministro con Draghi, ironizzava: «È solo poesia». Mentre un altro leghista, il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, preconizzava: «Un cavallo di Troia per andare a mettere becco nella nostra politica di sicurezza». Due mesi dopo la scena si ripete. Ma il teatro non è più quello di Roma, bensì Strasburgo. Non si tratta esattamente del Recovery e del connesso Pnrr, ma del cosiddetto “React Eu”, il primo provvedimento europeo per provare a porre argine agli effetti della pandemia. È il 15 dicembre del 2020. E niente. Anche in quell’occasione, sotto l’albero di Natale, Fratelli d’Italia impacchetta un voto di astensione.A quel punto il gioco si fa duro. Nel nostro Paese si apre la crisi di governo. L’esecutivo giallorosso di Conte se ne va ed entra in scena l’unità nazionale guidata da Mario Draghi. Primo obiettivo: redigere un Piano di Ripresa e Resilienza credibile e metterlo in pratica. Nel frattempo il Recovery approda all’Europarlamento. Il 10 febbraio 2021 all’ordine del giorno il Regolamento che rende effettivo il Fondo. Viene approvato con 582 sì. La destra si spacca. La Lega, presente adesso nel Gabinetto Draghi, deve cambiare rotta e vota sì. Il partito di Giorgia Meloni insiste: non vota a favore. Ancora astensione. È Carlo Fidanza, allora capodelegazione di FdI poi indagato per corruzione, ad annunciare la decisione. Accompagnata da una serie di giudizi pesantissimi sul Recovery. Più che un’astensione sembrava un voto contrario: questo provvedimento, avvertiva con veemenza, porterà «un diluvio di tasse» e imporrà di nuovo «le regole dell’austerità».Passa un mese e mezzo. È il 24marzo 2021. A Palazzo Europa, sede del Parlamento europeo a Bruxelles, il ritornello non cambia. Stavolta si vota sulle cosiddette “risorse proprie”, ossia il meccanismo che finanzia anche il NextGenerationEu. Pure in quell’occasione il gruppo di Meloni si astiene. Ma, con una piccola giravolta, anche la Lega segue. La scusa di Salvini: il timore di nuove tasse. Che non ci sono mai state.Ma la prova del 9 risale a poco più di un anno fa. Nel Parlamento italiano si discute del Pnrr rivisto e messo a punto dal governo Draghi. Entro la fine del mese, infatti, scadeva il termine per consegnarlo alla Commissione europea. Data fondamentale per accedere ai soldi. Il premier interviene nelle assemblee di Montecitorio e Palazzo Madama. Vengono presentate le risoluzioni. Tra questa una di maggioranza e una di FdI, firmata dal capogruppo Francesco Lollobrigida. È il giorno dei “big”.E così alla Camera prende la parola la leader del partito. «Se votassimo questo documento si potrebbe dire che siamo seri? – chiede rivolgendosi al presidente del Consiglio lamentando il fatto che non c’è stato il tempo sufficiente per esaminare il Piano – Io francamente penso di no». E poi ancora con tono costantemente antieuropeista: «La bassa crescita in Italia non è stata colpa delle aziende italiane, ma della gestione di una moneta unica pessima». La risoluzione di Lollobrigida, poi, smaschera le intenzioni: «Il voto che il Parlamento si appresta a esprimere sarà riferito alle comunicazioni rese dal presidente del Consiglio e non al contenuto del Piano». Risultato: ancora astensione. Ma soprattutto un giudizio negativo sul Pnrr. Proprio quel programma di riforme che invece l’Ue si aspetta dall’Italia.In caso di vittoria del centrodestra, dopo il 25 settembre che fine farà allora il Pnrr? E gli altri 150 miliardi che Bruxelles dovrebbe erogare fino al 2026 ?