Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  agosto 04 Giovedì calendario


Breve storia del Pd alla prova elettorale

L’apparentamento con Carlo Calenda ha oscurato per alcuni giorni la rottura operata da Enrico Letta con il partito di Giuseppe Conte. E l’ardita mossa compiuta con l’inserimento di Luigi Di Maio nelle liste del Pd. Scelte che vanno al di là dei personaggi (non stiamo parlando, cioè, del destino di Conte o di quello di Di Maio) e che assumono rilievo per il giudizio che implicano sulla fine dell’esecutivo presieduto da Mario Draghi. È evidente che il Pd attribuisce a Conte una responsabilità speciale nell’aver provocato la caduta del governo, e – alla luce di ciò – considera meritoria la scissione del M5S provocata dal ministro degli Esteri. Da quando è segretario del Pd, Letta ha gestito in modo impeccabile il rapporto con i grillini lasciatogli in eredità da Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini. Ha sempre trattato i Cinque Stelle come partner privilegiati, fingendo di non notare quando inciampavano nelle loro contraddizioni. Ma nell’ora della verità ha tagliato con loro in maniera così netta da provocare qualche trasalimento oltre che in Zingaretti e Bettini, anche in Bersani e Speranza, appena rientrati nel partito (pur se non è del tutto chiaro se siano davvero dentro o con un piede ancora fuori). Qualche sospiro si è avvertito altresì nell’area che fa capo al ministro Andrea Orlando.
Potevano le cose andare in un modo diverso? Pensiamo di sì. Probabilmente, era inevitabile che a un certo punto del loro tragitto Pd e M5S dovessero incontrarsi.
F orse però sarebbe stato meglio far nascere quel rapporto in prossimità di un voto, così da favorire un amalgama tra i rispettivi elettorati, e far battezzare dagli elettorati stessi un’eventuale successiva esperienza di governo. Una delle differenze tra destra e sinistra (in Italia) è data dalla scarsa sensibilità del Pd nei confronti di questo tema. Il cimento nelle urne per il principale partito della sinistra sarebbe sempre da evitare. A destra è diverso. Berlusconi, nel 1994, non solo portò alla ribalta il popolo del centrodestra, ma unificò quelle masse pur così diverse e da allora, pur tra mille peripezie, quella moltitudine è rimasta un insieme. Per i leader della sinistra invece, usato un qualche riguardo per i provenienti dal Pci e dalla sinistra Dc, ha contato prevalentemente l’aritmetica. Tutto poteva entrare o uscire dal calderone dei propri votanti: il popolo di Lamberto Dini, quello di Antonio Ingroia, di Romano Misserville, o di Beatrice Lorenzin, ma anche quello di Vittorio Cecchi Gori e di infiniti altri. Forse l’occasione adatta per provare qualcosa di diverso, cioè l’innesto tra il proprio elettorato e un altro meno disomogeneo e parimenti corposo, avrebbe potuto essere quella dell’agosto di tre anni fa. Nelle elezioni europee del maggio 2019 la Lega aveva appena conquistato il 34% dei voti e godeva del vento nelle vele. Ma la Meloni aveva superato di poco il 6 e Forza Italia, reduce dal voto in Europa a favore di Ursula von der Leyen, avrebbe sofferto non poco a mettersi nella scia di Salvini. In ogni caso la somma dei suffragi del centrodestra era stata alle europee del 48%. Sul fronte opposto Pd e M5S (dimezzato ma ancora in discreta salute) avevano avuto, assieme, il 40 %. Se ad essi si fossero aggiunti i voti delle altre formazioni di centro e di sinistra si sarebbe agevolmente oltrepassato il 47. La gara era dunque aperta (48 a 47) e le condizioni di partenza per le forze disponibili a contrastare la destra erano sicuramente migliori di quelle attuali.
Va ricordato, ad onor del vero, che per un attimo il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si pose il problema se non fosse meglio far celebrare dagli elettori il matrimonio tra il suo partito e il M5S. Poi però tentennò. A quel punto le astuzie di Renzi sommate al desiderio di tutti gli altri (piddini, bersaniani e pentastellati) di cimentarsi nei ministeri, ebbero la meglio. Fu così che in un clima eccessivamente festante nacque il Conte 2. I dubbiosi che si permisero di f ar presente i rischi di un’operazione così spregiudicata – e noi (purtroppo) non fummo tra loro – furono bastonati a dovere. Il prezzo pagato fu il taglio dei parlamentari senza alcuna contropartita riformatrice. Talché qualsiasi sorpresa dovesse sortire dalla suddetta amputazione andrà messa nel conto di quel delicato passaggio della nostra vita politica e del modo disinvolto con cui fu affrontato.
L’esperienza del Conte 2 andò poi come andò. Per certi versi, quantomeno nella fase pandemica, meglio di quel che ci si poteva attendere. Alla fine, l’esecutivo naufragò – malgrado gli sforzi del senatore Lello Ciampolillo e di altri suoi pari – nei modi che tutti ricordiamo. Per fortuna Sergio Mattarella aveva in serbo la carta Mario Draghi sul cui operato – dopo diciassette mesi di governo – il giudizio mondiale (eccezion fatta per quello russo) è stato unanime. Ora il capo del Pd si trova a dover gareggiare in una prova elettorale le cui condizioni di partenza sono pessime. Tre anni fa sarebbe stato giustificato che gli avversari di Salvini si fossero uniti per rispondere assieme alla sfida del leader leghista. Adesso la costruzione di un fronte disomogeneo contro una destra in compagnia della quale si è stati fino a ieri al governo, esporrebbe il centrosinistra a considerazioni ironiche. Se Letta avesse voluto fare il furbo – come gli consigliavano alcuni suoi collaboratori – avrebbe spalancato le porte a chiunque si fosse dichiarato disponibile ad allearsi con lui. Conte si sarebbe fatto vivo in un battibaleno e ne sarebbe uscito un aggregato forte solo in apparenza. Poi, però, Letta avrebbe potuto dire di aver fatto «tutto il possibile» per «vincere» e questa verità solo apparente sarebbe stata un’assicurazione per il dopo. Non lo ha fatto e gliene va dato atto. Adesso i conoscitori della storia del suo partito asseriscono di aver già individuato nome per nome coloro che, in caso di fiasco, sono pronti a disarcionarlo. Si tratta più o meno degli stessi che la fecero pagare a Walter Veltroni dopo l’insuccesso del 2008. Anche allora la sconfitta (peraltro onorevole) fu oggetto di singolari recriminazioni da parte di chi aveva fin lì condiviso ogni scelta. Ma il Pd – nei gruppi dirigenti – non ha ancora superato la fase primordiale del cannibalismo. Quantomeno per quel che riguarda i segretari.