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 2022  giugno 23 Giovedì calendario


Russia, chi ci lavora e chi è andato via

A indicare che non tutto il mondo ha abbandonato la Russia non sono solo i voti alle assemblee delle Nazioni Unite o le decisioni di parecchi Paesi di non partecipare alle sanzioni contro Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. A segnalare che l’Occidente e i suoi alleati non sempre convincono il resto del mondo è anche il numero di imprese rimaste in Russia nonostante la guerra iniziata da Putin il 24 febbraio scorso. Uno studio pubblicato dalla società di consulenza McKinsey indica che, delle imprese della lista Fortune 500, nel Paese ne operavano 281: di queste, quasi il 70% l’ha ora abbandonato o vi ha ridotto le proprie attività. La scelta è stata fatta dall’85% delle società che hanno la loro base negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Europa. Di quelle con il quartier generale in altre regioni lo ha fatto solo il 40%. Tra i gruppi industriali (compresa l’auto) occidentali, 28 hanno lasciato la Russia o diminuito l’attività mentre quattro hanno continuato come prima. Tra i gruppi non occidentali dello stesso settore, 20 sono rimaste e 20 hanno chiuso o ridimensionato. Nei servizi finanziari e immobiliari, 26 gruppi americani, britannici o europei sono usciti dal mercato russo (del tutto o parzialmente) mentre sette continuano l’attività; tra i non occidentali, 11 sono rimasti, otto hanno rallentato l’attività o hanno chiuso. Nel settore fondamentale dell’energia e delle materie prime, su 26 imprese occidentali solo tre hanno mantenuto la stessa attività; tra le 27 non occidentali, solo sette hanno lasciato il Paese o ridotto l’attività. Le società di Telecom, Media e Tecnologia occidentali rimaste a piena attività sono quattro su 26 mentre quelle di altre regioni sono dieci su 16. E così via per altri settori, dai beni di consumo al farmaceutico. Nonostante queste differenze, l’invasione dell’Ucraina e le sanzioni alla Russia che ne sono seguite hanno cambiato profondamente la percezione che le imprese hanno dei rischi. Il McKinsey Global Survey condotto su migliaia di executives indica che nel dicembre 2021 l’instabilità geopolitica era considerata un rischio potenziale da poco più del 15% degli interpellati; nel marzo 2022, la quota era salita al 57%: in assoluto il pericolo maggiormente percepito, più dell’inflazione (38%) e della volatilità dei prezzi dell’energia (33%). Ciò nonostante, qualcuno tiene ancora le sue uova nel cestino di Putin.