Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2022  giugno 22 Mercoledì calendario


Intervista a Mario Martone

Larghi applausi, lunghi fischi: il pubblico alla Scala è più eccitato che a San Siro. Mario Martone, come ha vissuto questa bagarre alla prima del Rigoletto, di cui è regista?
È stata una serata combattuta, una grande battaglia, di quelle che si tramandano nei libri di storia. Ma era nel conto: nella lirica c’è una divisione forte tra i tradizionalisti e chi invece ama il teatro più contemporaneo. Questo mi piace moltissimo dell’opera: un pubblico vivo, che si divide e si scontra.
Nella prosa non accade…
Lì non c’è una tradizione così forte, legata alla cultura e all’antropologia del Paese. Il melodramma era lo spettacolo popolare per eccellenza: appartiene al nostro dna. Chi ripropone Verdi o Mozart in chiave contemporanea sente quanto quegli autori volessero fare teatro. Con il tempo, la musica ha preso il sopravvento sull’allestimento, ma ora si ricomincia a guardare le opere sotto il profilo teatrale.
Anche a Verdi, e prima di lui all’ispiratore Hugo, il Rigoletto creò problemi…
Il re si diverte di Hugo è stato uno dei drammi più violenti dell’800 contro il cinismo del re e lo sfruttamento delle classi povere. Uno scandalo: al debutto fu impossibile andare avanti. Verdi, a distanza di anni, decise di farci un’opera. Questo ci dice tutto di lui: era un grande artista politico, immerso nelle questioni sociali, un simbolo del Risorgimento. Intellettuali come lui e Mazzini pensavano sì all’unità d’Italia, ma come mezzo del progresso sociale. Ho voluto riproporre il Rigoletto in tutta la sua durezza e denuncia.
Oggi non ci sono re e cortigiani: chi è la “vil razza dannata”? La politica, l’imprenditoria da bere dei festini e degli stupri?
Il duca e la corte sono un club di ricchi sfruttatori. Il mio Rigoletto è un pusher perché così oggi si fanno divertire i potenti: la cocaina è come il cappello coi campanellini del buffone gobbo dell’800. Si fa di tutto per intrattenere i vip: la droga e il sesso si procacciano tra gli ultimi; perciò ho pensato a Parasite, laddove ricchi e poveri coabitano. Ogni riferimento al nostro tempo è naturale. La sperequazione sociale è ovunque.
SPOILER: nel finale fa morire tutti. Questo strappo alla trama – da giustiziere – le è stato ispirato dalla cancel culture?
No, io lavoro sempre con grande rispetto del testo. Ma, ad esempio, nel mio recente Otello al San Carlo non ho potuto far finta di niente in un momento in cui il femminicidio è un allarme sociale. Non è una questione di politicamente corretto, di cui non mi frega nulla: è un fatto. Un artista vive nel suo tempo: non può non vederlo. Così ho riconsiderato la figura di Desdemona (una guerriera, non la solita gatta morta, ndr), come nel Rigoletto Gilda: le donne di Verdi sono forti, bellissime, commoventi; bisogna sottrarle a una certa canonizzazione patriarcale.
La donna è mobile non è un manifesto femminista.
Certo, ma poi segue Bella figlia dell’amore: queste arie non si possono estrapolare dal contesto, che è uno dei più cupi dell’opera. Al centro c’è sempre la sofferenza di Gilda.
Non ha mai pensato di non far morire la povera eroina, come va di moda?
No, Gilda muore, come è scritto. Comunque, in arte si può fare tutto. Io non ho mai cambiato un libretto. Se voglio inventare qualcosa, giro un film. Qui mi sono solo preso la libertà di immaginare diversamente i 30 secondi finali. Ho empatizzato con Rigoletto, pur essendo ambiguo e colluso col potere. “Vendetta, tremenda vendetta”: ho avuto anche io voglia di vendicarlo, per una volta.
C’è chi vorrebbe epurare l’arte dai cattivoni…
La cancel culture è una piaga del nostro tempo: non si può più parlare di complessità, sennò si viene derisi. Bisogna schierarsi: questa radicalizzazione del pensiero è un passo indietro mostruoso per la capacità umana di capire. Certo, il politicamente corretto nasce da istanze più che serie, non sono capricci, ma diventano assurdità anche violente quando invocano la cancellazione, la semplificazione, l’epurazione.
Come fa a lavorare così tanto su materiali diversi?
Ho iniziato giovane, a 17 anni, nel clima delle avanguardie degli anni 70: un contesto di contaminazioni. Uno dei miei primi spettacoli, nell’82, fu proprio una performance ispirata all’Otello di Verdi. Poi si sono dipanati i fili: prima il teatro, poi il cinema e infine la lirica.
Cosa la spinge a scegliere un linguaggio o un altro?
Sono tre lingue diverse con regole differenti: ogni volta mi si attivano aree molto distanti del cervello. Per me è bello alternare. Nonostante il mio aspetto perbene, sono un irrequieto.
Si sente più regista di teatro, cinema o lirica?
Ho smesso di pormi questa domanda molto tempo fa.
E da spettatore cosa ama?
Il teatro è più impegnativo: se un lavoro non ti piace, la serata diventa faticosa. Ma se lo spettacolo ti prende, è impagabile. Il cinema è tutt’altra cosa: si può anche andar via dalla sala con facilità. Il teatro ha un peso, ed è il suo bello: è l’esperienza più antica che si possa fare, che ci ricollega con gli esseri umani di millenni fa.