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 2022  giugno 22 Mercoledì calendario


Un magistrato del Po


L’Italia boccheggia, il Po diventa un rigagnolo, la siccità sta per concretizzare una biblica tragedia nazionale. Non ci sono misure immediate disponibili per ovviare alla mancanza d’acqua né per l’agricoltura, né per gli impianti industriali, né per gli usi civici. Certo, dirà qualcuno, era impossibile prevedere un’evoluzione così drammatica, una così lunga mancanza di precipitazioni atmosferiche che dura dall’inverno scorso. Ma occorre dire, per la verità, che la cicala italiana, quella politica ha le sue imperdonabili colpe.

In principio fu il 1951 con la grande alluvione. C’era stata una guerra ed era terminata da 6 anni soltanto, ma era del tutto mancata una visione complessiva della gestione del fiume Po, a causa della parcellizzazione delle funzioni: tanti provveditorati alle opere pubbliche, tanti uffici del Genio civile, ma non una visione unitaria. Ci vollero alcuni anni di dibattiti, di commissioni parlamentari per arrivare alla costituzione del Magistrato per il Po con competenze idrauliche – e i connessi poteri amministrativi -. Perché «Magistrato»?
Perché rispetto alle acque ci sono migliaia di interessi contrastanti ed era quindi necessaria la costituzione di un’autorità regolatoria nella quale concentrare la pianificazione e la realizzazione di tutte le opere idrauliche riguardanti l’asta del fiume Po e dei principali affluenti, nonché l’attuazione coordinate delle opere idraulico-forestali che interessano le parti collinari e montane dei bacini imbriferi. E nella quale porre il potere dei poteri, il potere da Armageddon quello che era stato consegnato nelle mani del presidente di questo Magistrato: il potere-dovere di disporre il taglio degli argini. La scelta cioè delle zone allagabili, in caso di piena, nelle quali l’acqua avrebbe prodotto meno danni di quanti ne avrebbe potuti arrecare inondando altre zone, altre golene, altri campi.

Sono stato, dal 25 ottobre 1971 al 5 aprile del 1973, vicepresidente del Magistrato per il Po e per un paio di mesi, in sede vacante, ho svolto le funzioni di presidente. Ho collaborato, per qualche settimana, con il prof. Rossetti, un’autorità internazionale in materia di idraulica fluviale. In gioventù era stato ingaggiato dalle autorità coloniali francesi per studiare e progettare lavori di regimazione al fiume Mekong (Indocina) e, successivamente, lo stato francese l’aveva inserito nel team di progettazione dei lavori di messa in sicurezza e di navigabilità del fiume Rodano, anello di congiunzione continentale tra il mare Mediterraneo e il mare del Nord.
Il lavoro di Rossetti s’era concentrato quindi sulle esigenze del fiume Po, realizzando un ipotesi-piano di cosiddetta bacinizzazione: un sistema di interventi che, mediante la realizzazione di pennelli, avrebbe reso il corso del fiume particolarmente sinuoso, così sinuoso da rallentare lo scorrimento delle acque e da garantire una diversa portata, tale da renderlo navigabile per un numero di giorni/anni in modo da far diventare conveniente il traffico commerciale fluviale.

Una ipotesi progettuale, quella di Rossetti, esaminata e approvata, dopo adeguati approfondimenti, cui aveva partecipato la facoltà di ingegneria, istituto di idraulica dell’Università di Bologna, diretta dal prof. Supino (altra autorità internazionale), dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, a quei tempi massimo organo tecnico ingegneristico dello Stato italiano, in stretta cooperazione con le università del Paese. Nel 1971 il bilancio del Magistrato per il Po si aggirava sui 3 miliardi di lire l’anno (1 milione e mezzo di euro), cifra del tutto insufficiente per attuare lotti significativi del piano.Il modello che il progetto presupponeva era quello della Tennessee Valley Authority, l’organo dello stato federale americano, costituito dopo una devastante alluvione, che sommava in sé tutti i poteri di gestione territoriale necessari per prevenire le piene e per rilanciare le attività economiche della zona: fu ed è un grande successo.
Il Magistrato per il Po non piaceva alla politica politicante nazionale. Le spinte dei singoli parlamentari volte a ottenere interventi piccoli e insignificanti (in senso tecnico) ma molto significanti in termini politico-elettorali, venivano posposte a quelle che i tecnici consideravano le imprescindibili esigenze del grande fiume. Lo smantellamento iniziò nel 1970 con la costituzione delle regioni e la spinta a regionalizzare la gestione di parti del fiume. Il passo successivo avvenne con la costituzione di un’Autorità di bacino sovraordinata al Magistrato per il Po: in concreto un soggetto, coamministrato dagli assessori delle regioni padane che avrebbe dovuto definire i piani che il Magistrato avrebbe dovuto eseguire. Ed è facile immaginare quali interessi e spinte prevalessero: di certo non quelle tecniche. Del resto, nel frattempo, il piano di bacinizzazione era stato abbandonato e, con esso, ogni ipotesi di navigabilità economicamente funzionale.
L’apoteosi è arrivata con lo scioglimento-abolizione del Magistrato e la costituzione di una agenzia interregionale priva dei poteri e della missione originaria dell’organo sorto dopo il 1951. Quanto accade in queste settimane e in questi giorni sarebbe stato in gran parte evitato o attutito dalla realizzazione di quel piano, che anno dopo anno sarebbe stato ampiamente completato. Niente da dire su coloro che si occupano del problema (Aipo, Azienda interregionale fiume Po) che hanno trovato un pacchetto mal confezionato dalla politica nazionale e regionale, per incuria e interessi particolari.