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 2022  giugno 22 Mercoledì calendario


Trionfi, liti e agonia dei vecchi grillini

A cercare nella memoria del telefono, emergono pezzi di Storia. Con la esse maiuscola, non si tratta di un refuso. Perché stiamo parlando del partito che stravinse le elezioni del 2018, che è stato il principale azionista di un curioso esperimento giallo-verde, e del governo che ha affrontato un evento unico e speriamo irripetibile come la pandemia. Adesso che tocca scrivere dello sfacelo, del crollo ormai definitivo di una casa che ha sempre avuto il problema di essere ogni volta costruita dal tetto, da qualche parte bisognerà pur cominciare. 
Lo facciamo da uno scambio di sms che risale a qualche settimana dopo quel trionfo di cui sopra. «Ma tu lo conosci questo Conte?» venne chiesto all’anonimo parlamentare all’epoca fedelissimo dell’allora eroe dei due mondi Luigi Di Maio, vincitore dell’odiato Pd di Matteo Renzi, oggi transfuga dall’altra parte della barricata. «Ma chi c... sarebbe?» fu la risposta. L’attuale ministro degli Esteri e l’ex premier non hanno in comune solo grisaglie, ma anche un destino comune da corpi estranei, mai completamente parte dello sfuggevole Dna pentastellato, spesso accettati per convenienza quando il vento soffiava a favore, mai amati. 
«Chiamatemi Luigi per favore». Invece non si muoveva una foglia, sotto al palco di Rimini dove Di Maio era stato appena eletto capo politico del M5S. Solo caldo e polvere. Un gruppo di militanti calabresi si allungava oltre le transenne per abbracciarlo, «Gigi, sei grande Gigi» gridavano eccitati. Lui allungò il braccio destro per intero, piegandosi in avanti, quasi a evitare quegli abbracci sudati, e chiese per cortesia che il suo nome non venisse sottoposto a diminutivi. Quanta differenza con la leadership fisica di Beppe Grillo, che presentando la prima lista del suo Movimento si era fatto trasportare su un canotto dalle mani di migliaia di militanti fino al palco di piazza Maggiore a Bologna, e che durante i comizi più ispirati dello storico Tsunami Tour del 2013 si buttava tra la folla. 
Sembra che sia passata un’era geologica. Quella kermesse riminese ideata per il passaggio di consegne tra vecchio e nuovo M5S conteneva già gli ingredienti principali di questo romanzo populista che sembra trascinarsi verso la fine. Beppe Grillo aveva già cominciato a fare il pendolo. Andava e veniva ripetendo sempre di essere stanco, e celebrò senza entusiasmo l’incoronazione a freddo di quello che chiamava «il deputatino di Pomigliano d’Arco». Roberto Fico stava in disparte e dava appuntamento nella hall del suo hotel, dove recitava la consueta parte dell’offeso, del grillino originario che sopravvive in quanto tale e si lamenta, ma tanto alla fine basta dargli un contentino e digerisce tutto, anche il governo con la Lega. Mancava Alessandro Di Battista, che proprio in quella occasione, tramite uno struggente messaggio video, inaugurò la sua carriera Erasmus di politico senza politica, di quello che sta fuori perché è diverso ma anche un po’ dentro perché non si sa mai, intanto gira il mondo e gli studi televisivi come indignato speciale. 
Venne l’incredibile risultato del 2018, e con esso ci fu l’avvento di uno sconosciuto avvocato pugliese, introdotto a Grillo e a Davide Casaleggio proprio da Di Maio quando c’era da trovare la quadra per un governo che sembrava impossibile. Saltiamo a piè pari i rovesci elettorali che portarono alle dimissioni di Di Maio. Va citata per dovere di cronaca la favolosa trasferta parigina della ricostituita coppia Di Maio-Dibba, i prescelti. Quel febbraio 2019 era una fase di sondaggi calanti. Loro pensarono bene di andare a Parigi in auto per rendere omaggio ai Gilet gialli che all’epoca paralizzavano la Francia incitando alla guerra civile, e rifarsi così una verginità antisistema. Il tutto mentre erano al governo in Italia. La bussola non è stata certo smarrita l’altro ieri. 
Da allora, gli addetti ai Cinque Stelle non hanno fatto altro che raccontare un’agonia consapevole. Anche qui viene in soccorso l’archivio di WhatsApp e la corrispondenza con attuali parlamentari delle varie fazioni. «Siamo finiti». «Ormai non rimane più nulla». «Tutti a casa». Un Movimento esausto, prigioniero dei dilemmi esistenziali del fondatore, torno o non torno, mi riprendo tutto oppure abbandono definitivamente. Quello con Giuseppe Conte è stato un matrimonio di convenienza, nato male per via di appuntamenti mancati che avevano fatto imbestialire Grillo, per via dell’oggettiva difficoltà dell’ex presidente del Consiglio, che ancora oggi si muove come fosse in casa d’altri, recitando slogan che non appartengono alla figura che si è creato con la permanenza a Palazzo Chigi. 
Da due debolezze non nasce mai una forza. Non è un caso che lo strappo più definitivo avvenga sulla politica estera. Fino a che era vivo Casaleggio padre, atlantista convinto, uno che quando gli si chiedeva se esistevano alternative alla Nato ti fulminava con lo sguardo, era roba sua. Dopo, tutto e il contrario di tutto. Quel terreno è diventato la prova dell’assenza di ogni direzione comune, di ogni identità, vecchia o nuova che sia. Guardando indietro, rimane da chiedersi come sia stato possibile quel 32,7% del 2018. Bisognerebbe chiederlo a quelli che ieri nell’aula di Montecitorio hanno celebrato la morte del M5S sostenendo giustamente che la politica estera è una cosa seria. Ieri si sono dimenticati di dirlo. Sarà per la prossima volta, forse.