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 2022  giugno 22 Mercoledì calendario


In morte di Patrizia Cavalli

Paolo Di Stefano, Corriere della Sera
Forse intorno a nessun poeta della sua generazione come intorno a Patrizia Cavalli si è alimentata l’aura della leggenda, una sorta di culto d’altri tempi anche presso il lettore comune, che ha mostrato di gradire la sua voce superando l’arcigna diffidenza attuale per la poesia. L’ha scritto giustamente Roberto Galaverni recensendo l’ultima sua raccolta, Vita meravigliosa (2020). Alfonso Berardinelli, un critico molto severo, per non dire impietoso, verso la confusa contemporaneità poetica ha sempre posto Patrizia Cavalli tra i valori più sicuri del nostro tempo: quasi un modello di «naturalezza espressiva» in un’epoca afflitta dalla posa dell’oscurità opaca e intellettualoide.
Disse di aver scritto le prime poesie a sei anni per Kim Novak, di cui era innamorata. Ma in effetti, fin dal libro d’esordio (Le mie poesie non cambieranno il mondo è del 1974), Patrizia Cavalli si distingue sia rispetto alla temperie ancora vitale (o già morente) dello sperimentalismo neoavanguardista sia dal cosiddetto neo-orfismo entro cui si iscrivevano tanti suoi coetanei. Si distingue per una spontaneità dall’andamento diaristico, colloquiale e ironico, nato e cresciuto sotto l’egida di Elsa Morante, cui è dedicato l’esordio e alla quale si deve l’imprinting e la benedizione a futura memoria: «Patrizia è la poesia», disse. Senza dimenticare l’accostamento frequente (e inevitabile) a Sandro Penna oltre che, naturalmente, alla poesia «onesta» di Umberto Saba.
Altri suoi estimatori entusiasti sin dalla prima ora sono Cesare Garboli, Alberto Asor Rosa e il filosofo Giorgio Agamben, che ha parlato di «poeta disincantato e quasi preistorico, maestro incomparabile dei metri e delle rime interne, sovranamente privo di scrupoli morali...». Per questi critici la fedeltà a sé stessa è una ammirevole coerenza estrema nel fondere disperazione e umorismo, mentre per altri è pura ripetizione e in sostanza deficit di ispirazione.
Non è escluso che tra gli inni e le eccessive diminuzioni, la lettura più corretta si trovi a dare ragione ora agli uni ora agli altri, oppure stia nel giusto mezzo. Per esempio quella di Enrico Testa, che riconosce nell’opera di Patrizia Cavalli un «arguto e feriale canzoniere d’amore» in cui si descrivono analiticamente gli opposti: la vicinanza e il distacco, la presenza e l’assenza, il desiderio e il tradimento, l’istinto e il raziocinio, soprattutto la sincerità e la finzione.
Nata nel 1947 a Todi, Patrizia Cavalli si trasferisce già nel 1968 a Roma, dove è morta ieri dopo lunga e feroce malattia. A Roma ha studiato, laureandosi in filosofia e dedicandosi poi alla traduzione di testi teatrali (per Carlo Cecchi tradusse l’Anfitrione di Molière nel 1981 e La tempesta di Shakespeare nel 1984, per il Teatro dell’Elfo di Milano nel 1988 Sogno di una notte di mezza estate). Ha collaborato per la Rai con due radiodrammi, La bella addormentata (1975) e Il guardiano dei porci (1977). Il cielo è la sua seconda raccolta poetica, che arriva solo nel 1981 e che verrà riunita con la prima in un volume antologico del 1992, con l’aggiunta di una terza tappa, L’io singolare proprio mio, dove risalta ancora di più la convivenza di costruzioni quasi labirintiche (anche sintatticamente) e di soluzioni fulminanti, arguzie epigrammatiche: «Penso che forse, a forza di pensarti/ potrò dimenticarti, amore mio».
Pur riconoscendo che «non c’è niente di naturale nella letteratura», distingueva, Patrizia Cavalli, tra la rapidità di alcuni suoi versi e il «ragionamento ispirato» di altri: «Io scientificamente mi domando/ come è stato creato il mio cervello,/ cosa ci faccio io con questo sbaglio./ Fingo di avere anima e pensieri…». In realtà, a volte sembra che la sua poesia voglia abbandonare il racconto di un io privatissimo, come in Sempre aperto teatro (1999), ma per ritornarvi quasi ossessivamente formando una sorta di commedia di «crudeltà e spavalderia» (Berardinelli) tutta interiore, che se gioca abilmente a cambiare le forme utilizzando la tradizione con grande consapevolezza e spingendosi sempre più verso il poemetto, lascia inalterati i motivi di fondo. La personale «stanza della tortura» di Patrizia Cavalli è fatta di rime e di endecasillabi ora facili ora angosciosi, da cui non si vede via d’uscita se non attraverso il gioco o l’acrobazia spettacolare delle parole: «Mi fingo morta, e sono già risorta. / Ma almeno per un po’ ti stupirai?».
Stupì nel 2019 pubblicando una raccolta di prose («una storia morale parallela, a rovescio»), intitolata Con passi giapponesi, con cui entrò nella cinquina del Campiello. Intervistata da Roberta Scorranese, due anni fa, disse: «Non scrivo da almeno quattro mesi. La malattia, dicono, al momento s’è ritirata ma queste maledette cure che ho fatto mi hanno portato via l’energia e la memoria. Come si fa a fare poesia senza memoria? La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere».

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Nadia Terranova, La Stampa
Di sé, Patrizia Cavalli ha scritto che in tutti i luoghi dove lei non era, «abitati dal furto, vertiginosi e irraggiungibili», i luoghi dove non sarebbe mai potuta entrare (c’è sempre un bando contro l’ingresso dei poeti affisso su qualche porta), i luoghi altri («l’altra casa, il segno di tutti gli esili»), i luoghi dei baci, delle stagioni, degli umori, dei pensieri di quella metà che si è staccata da noi in tempo immemorabile – in tutti quei luoghi lei si era trasferita per esserne ogni giorno ricacciata via. E di questa fuga-condanna, di questo volitivo andare incontro a una frustrazione necessaria, persino allegra, c’è traccia in molto di ciò che ci ha lasciato, a partire da quella sua straordinaria capacità di celebrare l’amore offerto e insistito, svagato e totalizzante, un amore che è illusione e strazio, che si consuma sprofondando su un divano e sciogliendosi dentro un bicchiere, un amore fatto più di sudore che di lacrime, più di disastri che di potere.
Quella pagina di autoesilio che tanto di lei racconta e dischiude, Patrizia Cavalli l’ha lasciata in un libro che è stato molto amato e poco capito, come può succedere ai libri sconvolgenti. Con passi giapponesi (Einaudi) – un insieme di testi rivelativi, di abbagli, valigie, lenzuola, collezioni di scarpe, amori, gatti e mal di testa – è stato il libro in prosa scritto dietro e dentro i suoi libri di poesia, entrò nella cinquina del premio Campiello 2020 e arrivò ultimo. Un risultato cui si potrebbe rispondere con alcuni versi della stessa poeta: «Avevo altre ambizioni, sognavo / altre giustizie, altre armonie: ripulse / superiori, predilezioni oscure, / d’immeritati amori regalíe».
Patrizia Cavalli, però, non era digiuna di premi, le poesie di Sempre aperto teatro avevano vinto il Viareggio-Repaci, quelle di Pigre divinità e pigra sorte il Dessì, ma se ragioniamo in termini di riconoscimenti, nel senso etimologico, è ad altre agnizioni che dobbiamo guardare. Essere riconosciute significa essere viste, e lei era stata vista dalla più grande di tutti: già negli Anni Settanta Elsa Morante l’aveva chiamata poeta, e così lei voleva essere definita. Nell’utilizzo ostinato di quella parola non c’era solo una dichiarazione di esilio e appartenenza, ma anche la custodia di un legame profondo, che non si era mai spezzato. Forse scriviamo sempre per gli occhi di chi ci ha visti per la prima volta; di sicuro ci sono versi di Cavalli che, pur essendo nati in altro contesto, valgono anche per quel battesimo: «Nascere ancora, molte volte, / ma non del tutto nata, / accanto a molte madri, nuove madri, / sicuramente già del tutto perdonata». Anche la reciproca, matrilineare riconoscenza è una forma d’amore. E quella parola, amore, nelle poesie di Patrizia Cavalli riusciva a venir fuori dappertutto, più o meno evocata, più o meno nominata, ma mai denigrata o irrisa, mai raggiunta per uno svicolare sinonimico. Anzi, sull’espatrio del termine, Cavalli si esprimeva con durezza: «Ecco i rozzi analfabeti dell’amore / che del tutto incapaci di narrare / sordi e privi come sono di parole / i loro amori li chiamano Storie».
Nelle sue pagine, noia e schiavitù, i cui campi semantici siamo abituati ad allontanare dall’amore, al contrario lo sostanziano, lo rendono vivo: «Così schiava. Che roba! Così meravigliosamente schiava. E dai!». Il corpo che ama è un corpo soggiogato, che si espone e si impigrisce, si affatica e si affama, cerca porte e chiavi, gioca e si arrende in un piacere sempre reinventabile, che si unisce all’ironia (mai al sarcasmo), alla felicità, al lutto, alla consapevolezza medianica di stare sempre, per metà, nel mondo dei morti. Soprattutto quando si è innamorati. «Andando dritti si va da qualche parte, / andare dritti dunque non conviene», leggiamo in Datura. Patrizia Cavalli ci ha fatto sembrare possibile la linearità nella circolarità, scendere e risalire le scale, far lavorare il cuore nella sua ritmicità senza direzione, senza obbligo: come può, oggi, quel cuore essersi fermato?
Lei, come tutti i grandi, ha scritto da sé il suo necrologio, anzi ne ha scritto più d’uno. Per trattenerla il più possibile, andiamo a cercarla tra le pagine di Morti perché si muore, dove si parla di cieli inutili, strade calde e sonno. Lì incontriamo la vita, la morte e persino una possibilità di resurrezione: «Ma siamo tutti morti e dunque allegri. / Si ricomincia, sì, ricominciamo / Dammi tre ore, per carità, ti supplico, / tre ore sole, amore, e poi… / si ricomincia, sì, ricominciamo». 

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Silvia Ronchey, la Repubblica
«La morte vorrei affrontarla ad armi pari / anche se so che infine dovrò perdere, / voglio uno scontro essendo tutta intera, / che non mi prenda di nascosto e lentamente».

Ad armi pari Patrizia Cavalli ha affrontato la morte, in un lungo duello ingaggiato e sostenuto da quel guerriero che era sempre stata e ancora era. La deroga che duellando ha spuntato alle pigre divinità e alla pigra sorte è durata sette anni, tanti quanti Odisseo trascorse nel tempo sospeso dell’isola di Calipso prima di rifiutare definitivamente l’immortalità e partire sulla sua zattera per il lungo viaggio. Per il suo viaggio Patrizia Cavalli è partita nel mezzogiorno del solstizio d’estate. L’onda della sua vita e della sua poesia, che si identificavano, si è alzata, è crollata, è rientrata nelle acque profonde «dove prepara attraverso i millenni / la sua prossima identica uscita / il suo prossimo identico crollo».
Tutta la vita l’aveva passata combattendo contro una diversa, ma non del tutto, malattia, quella contro cui lotta ogni poeta: la patologia del linguaggio, la sua originaria imperfezione, il disordine che gli è connaturato e in cui solo un’enorme fatica, un corpo a corpo di mente e psiche, può depurare la piaga dell’imprecisione. Solo una lotta serrata e continua per districare dal caos la purezza di ciò che chiamiamo poesia può guarirlo. Come ha scritto di lei Alfonso Berardinelli:«Quando una cosa è precisamente detta, la mente guarisce dal malessere, dalla malattia dell’imprecisione». La purezza della dizione era lo scopo per cui scriveva. Perché è questo a distinguere poesia e non poesia: raccogliere il massimo del significato nel minimo del significante, usare l’estrema economia. E così «la purezza non è altro che il risultato dell’energia e vitalità linguistica e l’energia è anche la possibilità di ottenere il massimo con la minima quantità di parole».
Nata a Todi nel 1945, approdata a Roma poco più che ventenne, nel fatale ’68, fu Elsa Morante, come lei stessa amava ricordare, «a farla poeta»: a riconoscere in lei la poesia. Da allora le sue raccolte di versi, quasi tutte pubblicate da Einaudi, hanno scandito la storia della letteratura e anche quella della cultura popolare italiana: Le mie poesie non cambieranno il mondo ( 1974), Il cielo( 1981),L’io singolare proprio mio(1992), riunite nello stesso anno inPoesie (1974-1992) . E po i Sempre aperto teatro (1999), La guardiana (2005, pubblicata da nottetempo),Pigre divinità e pigra sorte ( 2006), Datura ( 2013), Vita meravigliosa (2020), cui si aggiungono la raccolta di prose Con passi giapponesi (2019) e le traduzioni teatrali (Anfitrione di Molière, ilSogno di una notte di mezza estate
e l’ Otello di Shakespeare).
Traduceva l’indicibile in lingua, traduceva dall’una all’altra lingua, ma soprattutto volgeva in musica la lingua; e anche il contrario. Da bambina suonava il pianoforte. Nella canzone incisa con Diana Tejera (Al cuore fa bene far le scale )e in quella composta con Chiara Civello (E se )come nelle versioni jazz delle poesie di Emily Dickinson che cantava incantando gli amici, era strenuo il suo rapporto con la musica. Nell’immediatezza lessicale e sintattica del linguaggio quotidiano e contemporaneo in cui scriveva, nel suo uso ibrido della dizione letteraria e del parlato, le misure metriche classiche entravano, entrano, in modo così naturale da restare nascoste, quasi clandestine; salvo l’agguato, a tratti, dellerime. E anche per questo Patrizia Cavalli è stata, è, il massimo poeta italiano contemporaneo. Perché la sua poesia non è stata, non è, un esercizio fatto per sé, né tanto meno per essere analizzato dai critici, ma un’armoniosa medicina universale dispensata per curare tutti. A migliaia — di ogni età, sesso, mestiere, estrazione sociale, formazione culturale — hanno affollato le sue performance nei teatri e nelle sale da concerto. In migliaia conoscevano e conoscono e portano a memoria i suoi versi. Più numerosi delle foglie di qualunque corona d’alloro di poeta laureato sono i fogli fermati dagli scatti dei cellulari che cospargono la rete di sue singole poesie o singoli versi sottolineati dai lettori, postati senza commenti, come un farmaco collettivo messo silenziosamente in circolo: un segreto antidoto al dolore universale, «ai misteri di ciò che solo in apparenza è chiaro», in cui «le ragioni e le condizioni del piacere e del dolore, i mutamenti impercettibili e decisivi che confondono o che intensificano quello che sentiamo e siamo », per citare di nuovo il suo primo esegeta, sono sottratti all’ombra e arresi all’evidenza.
Perché il sentire e l’essere di Patrizia Cavalli si erano esercitati anzitutto in una vita pienamente e impavidamente vissuta. Giocava a poker da professionista, con grandi vincite e grandi perdite, così come in amore. Conosceva la verità sull’amore — che non esiste l’amore, esiste chi ami — ma anche il richiamo e la ragione di spogliarsi in fretta per riposare dentro l’accecante dolcezza di un corpo che ci aspetta. Scavalcava Catullo: ti odio perché non ti amo più, perché non posso perdonarti di non riuscire più ad amarti. Sapeva che sarebbe sopportabile ogni male se non ci fosse l’interpretazione: sarebbequel che è, non quel pugnale che uccide e vuole pure aver ragione. Cosa non doveva fare per togliersi di torno la sua nemica mente, ostilità perenne alla felice colpa di essere quel che era, al suo felice niente. Poteva rimanere a guardare come si scioglie una nuvola e come si scolora, come cammina un gatto per il tetto. Ascoltare i suoni ampi e lontani che non aprono il mattino, diversità del fuori, ma sono lo spavento del giorno e dei rumori. Annotare la sfusa felicità che assale le facce al sole, i gomiti e le giacche, le dolcezze sparse nel mercato sotto casa, la bellezza degli uomini e le donne. Andare dietro all’uno e guardare l’altra, sentire il profumo, inseguire la sua traccia, raggiungere il troppo; ma il troppo — diceva — non mi abbraccia.
Era una professionista della vita come della poesia, ed è l’indistinzione tra l’una e l’altra, alla fine, il vivere poetico. Essere testimoni di se stessi, sempre in propria compagnia, mai lasciati soli in leggerezza, doversi ascoltare sempre, in ogni avvenimento fisico, chimico, mentale, è questa la grande prova, l’espiazione, è questo il male.
Sapeva che ogni interruzione di abitudine è dolore, e che la morte lenta è un lento cambiamento di abitudine, lento dolore che si esercita all’evento. Che tutti i futuri morti sono già morti abbandonati e che noi stessi, presaghi della nostra morte, ci esercitiamo con largo anticipo all’abbandono. Ma prima di morire — si diceva — forse potrò capire la mia incerta e oscura condizione. Forse per non morire — sospettava — continuo a non capire, sicura in questa chiara confusione.
«E me ne devo andare via così?/ Non che mi aspetti il disegno compiuto / ciò che si vede alla fine del ricamo / quando si rompe con i denti il filo / dopo averlo su se stesso ricucito / perché non possa più sfilarsi se tirato. / Ma quel che ho visto si è tutto cancellato. / E quasi non avevo cominciato».

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Annalena Benini per Il Foglio
Io ho sempre scritto per essere amata, e adesso quindi, che faccio?”. Patrizia Cavalli lo ripeteva spesso negli ultimi anni, nell’ultimo tempo in cui a volte perdeva la memoria oppure scherzava sul fatto di perdere la memoria, in un gioco malizioso con il quale permetteva a chi era con lei di non rattristarsi, di sentirsi solo un po’ preso in giro, che è più consolante. Patrizia Cavalli, uno dei più grandi poeti contemporanei, una poeta, come per prima le disse Elsa Morante: “Patrizia, sono felice, sei una poeta”, detestava carnalmente la solitudine ed era disgustata dagli effetti della pandemia sulle persone (“nessuno mi invita più a mangiare insieme, questo Covid, che nome orribile, ha dato la scusa di non esistere e di non considerare l’esistenza altrui”). Ha affrontato la malattia anche dal punto di vista poetico, nei versi e in prosa, nei fogli e a voce, ma ha più di tutto celebrato il semplice fatto di vivere e incontrarsi, scambiarsi qualcosa dentro un momento terreno ma divino (Lei sa stellarsi gli occhi a piacimento. / Quando l’ho conosciuta faceva il firmamento). La sua opera ci ha offerto sempre la vita quotidiana con un realismo geniale e visionario, unico: l’innamoramento, la noia, i litigi, i sanpietrini di Roma, i bagagli per le vacanze, l’amore quando è stanco, le tasche che sono sempre troppo basse, i baci, una vendetta ma con nonchalance. I versi di Patrizia Cavalli hanno la sua voce, e la sua voce aveva proprio quei versi: una noncuranza molto precisa, fulminante, capace di nascondere l’intenzione letteraria perché niente deve mai suonare fasullo. Tutto è vero, anche le bugie, anche la desolazione. Anche questo nuovo smarrimento davanti agli anni che passano e all’amore che non ritorna, al furore e all’estasi che non abitano più la stessa casa: ma la casa è ancora la poesia ed è sempre il palco di un teatro. Questo teatro Patrizia Cavalli l’ha occupato sempre anche con le mani, lo sguardo, un sopracciglio che si alza e quella voce che sa dare a ogni verso l’intenzione reale: ridere, oppure disperarsi. Forse entrambe le cose, ma con leggerezza. Con l’umorismo lei ha costruito il ragionamento: dai suoi versi non abbiamo ricevuto soltanto l’impressione, il corpo, l’erotismo di un letto sfatto, l’idea di un mondo che ha senso solo se ci si tocca. C’è qualcos’altro che vola ma allo stesso tempo ragiona. Un pensiero che si sdraia sul divano e ha uso di mondo, di noia e di allegria, ma per nessun motivo rinuncia a manifestarsi, a dire quanta vertigine, quanta profondità e anche quanto dolore. Quanta paura di morire, di non essere più insieme. “Io ho sempre scritto per essere amata, e adesso quindi che faccio?”. Quando ha esordito con la prima raccolta di poesie nel 1974, Patrizia Cavalli aveva scritto quei versi appositamente, nel suo racconto leggendario, per continuare a essere amata da Elsa Morante. Per non perdere la sua amicizia. Le poesie che si scrivono per essere amati sono le poesie che si scrivono quando si ama, quando si freme di desiderio. Per l’umanità un po’ storta, per un pettegolezzo, per il piccione zoppo che poiché adesso è zoppo assomiglia a un essere umano, per le parole come signorine un po’ malfamate. “L’educazione permette di mangiare / con educazione e permette / altre cose; ma se vuoi volare / le ali si hanno o non si hanno”. Patrizia Cavalli temeva di avere perduto le sue ali e il suo desiderio di capire, e quindi di amare, il mondo. Ma bastava una parola, e di nuovo volava.