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 2022  maggio 22 Domenica calendario


Biografia di Leonardo Del Vecchio

È domenica 11 settembre 1949, finalmente una splendida giornata di sole. Mezza Italia conta i danni del maltempo. Quello che torna a casa non è più lo spaurito bimbo che aveva varcato il portone di Via Pitteri sette anni prima, ma un ragazzo che ha imparato un mestiere e non vede l’ora di mettersi alla prova. Leonardo torna nell’abitazione in Via Forze Armate dove vivono ancora la mamma, che adesso fa l’orlatrice, il fratello ventunenne, argentiere, e la sorella, diciannove anni, ricamatrice. Vivono tutti nei due locali al secondo piano delle case minime. Alla mamma e ai fratelli maggiori chiede solo una cosa per cominciare la sua avventura nell’età adulta. «Compratemi una bicicletta: vedrete, mi servirà a far soldi».
RAGAZZO INTRAPRENDENTE
Pedala svelto Leonardo in una città che ha voglia di rinascere dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale. I bombardamenti hanno distrutto un terzo del patrimonio edilizio di Milano: quattordicimila palazzi rasi al suolo, undicimila gravemente danneggiati, tra cui Palazzo Marino, il Castello Sforzesco, la Galleria Vittorio Emanuele. Duecentocinquantamila edifici sono da ricostruire. L’imperativo assoluto dell’immediato dopoguerra è lo sgombero dei detriti e il ripristino delle attività. Del Vecchio è un ragazzo intraprendente che si trova al momento giusto nel posto giusto. «Io di scuola ne ho fatta molto poca, a quattordici anni sono andato subito a lavorare». La sua generazione è quella in cui nascono gli imprenditori protagonisti del capitalismo famigliare italiano che caratterizza il nostro Paese nella seconda metà del Novecento: dagli anni Sessanta del miracolo economico fino alla pioggia di schei nel Nordest vent’anni dopo. Non è un caso se i patriarchi di alcune delle aziende più iconiche del made in Italy sono sostanzialmente coetanei: Giorgio Armani è del 1934, Del Vecchio e Luciano Benetton del 1935, Silvio Berlusconi del 1936.
ANNI INDIMENTICABILI
Armani, che con Del Vecchio instaura negli anni Ottanta un sodalizio che trasforma il mondo dell’ottica in un settore fashion, mi racconta l’energia di quel periodo. «La nostra generazione ha vissuto momenti duri che l’hanno temprata: gli anni della guerra e della ricostruzione. A un certo punto non c’era nulla e bisognava ripartire da zero, e questo scenario offriva molte possibilità», spiega. «I ricordi che ho della Milano dei miei inizi li paragonerei a un foglio bianco sul quale ognuno di noi poteva scrivere un paragrafo o un’intera storia. Furono anni indimenticabili, pieni di energia». Ragazzini del dopoguerra che hanno trovato nel boom economico l’humus adatto per realizzare i loro grandi sogni. Uomini ossessionati dalle proprie aziende, molto più di un luogo di lavoro, autentiche creature plasmate a loro immagine e somiglianza, imprenditori che non hanno alcuna intenzione di mollare le redini, anche quando hanno da tempo superato gli ottanta.
«Dovete diventare qualcuno!». L’esortazione che Philip Roth ha immaginato per i compagni del liceo in Pastorale americana, potrebbe essere traslata al di qua dell’Atlantico in una Pastorale meneghina per i bimbi degli anni Trenta. Ognuno cerca la sua ragion d’essere, il giovane Del Vecchio la trova nel lavoro. Ogni mattina, dall’estrema periferia ovest si sposta in centro, per fare il garzone alla Johnson di Porta Nuova. Quasi dieci chilometri in bicicletta, attraverso Parco Sempione, sino alla fabbrica, passando davanti alle ville dei sciuri prima della Triennale, senza neanche sognare che una delle più belle sarebbe diventata sua cinquant’anni dopo.
LA PRIMA PAGA
Vede il primo stipendio, guadagna «trecento lire alla decade come apprendista incisore e disegnatore». Poca roba, la paga di un operaio è sulle 2.000 lire al mese, ma intanto intasca i suoi primi dané. Leonardo parte dal basso, dall’ultimo gradino della scala sociale. «Una volta non era mica come adesso, che quando uno va a lavorare trova subito un ambiente rispettoso», spiega schivo in un video sul sito aziendale, in cui ripercorre le tappe della sua carriera. «All’epoca non sapevano neanche il tuo nome, manco mi chiamavano per nome quando avevano bisogno di me». Fioeu, lo chiamavano sbrigativamente, e lui correva a dare una mano agli altri operai della Johnson. È un inizio senza sconti, in cui bisogna tener duro e mangiare la polvere.
LE PROVOCAZIONI
Alla Johnson, Del Vecchio studia come si fanno gli stampi per le medaglie. È l’ultimo arrivato di otto operai, il giovane apprendista a cui si può chiedere qualsiasi cosa. I suoi colleghi lo mandano tutti i giorni a comprare il pranzo. «Ma non per me», ricorda in una delle rare interviste. «Io allora non potevo permettermi il pane con la mortadella e mia madre tutte le mattine mi preparava una schiscetta con il cavolo bollito: è stato il mio pranzo per anni». L’odore era inconfondibile. Non esistevano frigoriferi e il cavolo fermentava nella schiscetta sino all’ora di pranzo. Il garzone ha l’occhio lungo e impara alla svelta. Ingoia il rospo, non risponde alle provocazioni dei colleghi più esperti. «Facevo il garzone a otto incisori, molto pretenziosi e molto cattivi», racconta a Enzo Biagi, che lo intervista per la Rai. Fa buon viso a cattivo gioco. Quando torna con il pranzo per gli altri operai, si ferma a ogni singola postazione e guarda, studia. Cerca di carpire i segreti delle varie lavorazioni, i modi in cui i più esperti eseguono le singole fasi, i piccoli grandi segreti degli artigiani. Diventa un abilissimo incisore e stampatore, sviluppando quelle capacità che porterà con sé quando deciderà di passare dalle medaglie agli stampi per l’industria, sino ad approdare alle montature per occhiali.
LA FORMAZIONE
Impara sul campo e la sera studia all’Accademia di Brera, dove i padroni della Johnson, viste le sue capacità, lo iscrivono ai corsi di disegno e incisione. Del Vecchio, con la licenza di quinta elementare, entra nel tempio milanese dell’arte, dove si vede e si respira cultura e bellezza. Sono proprio quei tre anni e mezzo alla scuola di Brera a cambiarne il destino.
Appena vede una possibilità di crescita, prende e va. «Mi ero stancato di fare il garzone e mi licenziai, anche perché mi era stata offerta la possibilità di diventare operaio». È il momento di partire, lasciare Milano e trasferirsi al Nordest. Leonardo ha dalla sua l’abilità di artigiano e un’ormai acquisita sicurezza nei propri mezzi. «Mi sono accorto di essere bravo perché quando consegnavo il mio lavoro finito ricevevo subito nuove commesse e non dovevo mai apportare modifiche», racconta. Fare bene il proprio mestiere, qualsiasi esso sia, essere il migliore. È uno dei cardini della filosofia di vita del futuro Mister Luxottica, un pensiero lineare senza troppi fronzoli, di quelli che ti rimangono impressi nella memoria come i dialoghi asciutti dei personaggi dei romanzi di Cesare Pavese, scritti proprio in quegli anni.