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 2022  maggio 22 Domenica calendario


Biotexcom, a Kiev la fabbrica di bambini continua a lavorare

«Questa guerra non ha fermato Biotexcom». Non è solo la scritta che campeggia sul sito della principale clinica per la maternità surrogata dell’Ucraina e dell’Europa. È un dato di fatto. Per chi arriva a Kiev in treno – cioè quasi tutti, dato il blocco dell’aeroporto –, una delle prime immagini è spesso quella di uomini in paziente attesa lungo i binari con la scritta «Biotexcom» ben in mostra. Attraversando via terra il confine con la Polonia, la Moldavia, la Slovacchia o l’Ungheria, le coppie straniere sfidano il conflitto per proseguire i «programmi». Così gli addetti definiscono l’ampia gamma di servizi riproduttivi offerti dalla clinica, tra cui la fecondazione omologa ed eterologa e la gestazione per conto terzi. È soprattutto quest’ultima ad aver reso globalmente noto il nome di Biotexcom.
L’Ucraina è – insieme a Georgia e alcuni Stati Usa – tra i pochi luoghi al mondo in cui la pratica è consentita anche per fini commerciali (in tanti altri è “travestita” da solidale). Previo, cioè, pagamento. Almeno 39.900 euro, ma si tratta solo del prezzo base: i costi aumentano in base al caso. La tariffa, comunque, risulta nettamente inferiore – almeno un quarto – di quelle chieste nelle strutture statunitensi. Questo ha reso il Paese l’hub globale dell’utero in affitto, con un totale di 2.0002.500 nuovi nati l’anno. E Biotexcom il suo centro nevralgico. La «fabbrica dei bambini», la chiamano: tra i 500 e i 600 nel 2021. Più che a un capannone industriale, il quartier generale della clinica, nel distretto Tatarka della capitale, somiglia a un complesso residenziale. Un pesante cancello nasconde una serie di palazzine, immerse in un lussureggiante giardino. Accoglienza e accettazione si trovano in quella più alta, dalle pareti rosse su cui risalta la targa scura. Sotto una scritta in cirillico spunta l’intestazione «Biotexcom». Nel giorno numero 87 di guerra, nella sala d’aspetto non c’è una sola sedia libera. Donne di ogni età, con e senza pancione, chiacchierano nelle pause tra un esame e l’altro. «Sono le signore già in gravidanza, venute a fare i controlli periodici», spiega Nikolai Kokhan, manager e interprete, incaricato di gestire i clienti italiani. «Ho l’accento lombardo perché ho vissuto alcuni anni a Como. Le sembra che siano tante? Beh, prima erano molte di più. Avevamo perfino dovuto ricavare una seconda stanza, laggiù», aggiunge, indicando le scale.
Con l’inizio dell’offensiva russa, il piano inferiore – posto sotto il livello della strada – è stato trasformato in una sorta di bunker affinché personale, mamme surrogate e aspiranti potessero ripararsi dalle bombe. Una è caduta a poca distanza dalla clinica e ha sventrato un edificio, per fortuna ancora non abitato. Dentro vi era una sola persona, che è morta. Mentre infuriavano i combattimenti, le immagini del “luogo sicuro” sono state diffuse a ciclo continuo dal sito di Biotexcom per tranquillizzare i genitori, reali e potenziali, dall’altra parte del mondo. Rifugi analoghi erano stati predisposti anche negli appartamenti in cui, poco prima e poco dopo il parto, vivono le coppie – rigorosamente sposate, eterosessuali e dotate di un certificato medico che attesti l’impossibilità a procreare – mentre concludono le pratiche per portare via il bimbo. «In genere, venivano due mesi prima della nascita e si fermavamo circa un altro mese dopo – afferma Nikolai –. Il processo implica varie fasi: registrazione al Comune di Leopoli dopo la rinuncia della donna incaricata della gravidanza, trascrizione traduzione giurata per l’ambasciata a cui spetta l’atto finale». Un atto dovuto, in realtà: i genitori si presentano alla rappresentanza con il figlio già registrato come proprio. È la legge ucraina a consentirlo dal 2002, purché il parto sia avvenuto in territorio nazionale e la coppia sia fisicamente presente per l’attribuzione. «Devono venire per forza. Però, sia- mo riusciti a ridurre i tempi: si fa tutto in una settimana», sottolinea il manager. Tanto ci ha impiegato la coppia ripartita venerdì. Altre due sono in procinto di farlo. «Questa guerra non ha fermato Biotexcom», ripete Nikolai. Nei quasi tre mesi di conflitto, sono nati 19 bambini destinati a genitori italiani. «Ed è solo una piccola parte. Vengono da tutto il mondo. Al momento, ci sono 45 donne in gravidanza». Dal 10 aprile, inoltre, la clinica ha ricominciato la ricerca di aspiranti mamme in affitto. «Abbiamo tantissimi genitori all’estero che ci chiedono di entrare nel programma. Quindici famiglie italiane si sono già messe in lista. E abbiamo domande da Cina, Romania, Moldavia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Polonia e Turchia. Speriamo di poterle esaudire al più presto. Dipende dalla rapidità con cui troveremo le candidate».
Queste devono essere fra i 18 e i 43 anni, avere un altro figlio vivo e sano, ed essere in buona salute. «La ricerca sta andando bene, l’altro giorno si sono presentate in trenta», dice Nikolai. Non sorprende. La guerra ha ridotto ulteriormente le già magre risorse dei settori fragili, la maggioranza della popolazione. Offrirsi come ’gestante’ per conto terzi per tante è l’unico modo di andare avanti. Non a caso, anche di recente, il Parlamento Ue ha condannato l’utero in affitto in quanto sistema di «sfruttamento». «Alle donne spetta un minimo di 16mila euro. Ma possono guadagnare di più in base al numero dei programmi fatti». Cioè dei bambini portati in grembo e poi ceduti. Lara, il nome è di fantasia, è al secondo «programma». «L’ho fatto la prima volta nel 2019. Ho avuto due gemelle che ora vivono in Spagna. Aspetto di nuovo due femmine ma stavolta andranno in Cina», racconta mentre attende il controllo. La pancia è impercettibile. «Sono di sedici settimane, ho saputo di essere incinta poco prima della guerra. Sono venuta lo stesso da Dnipro, dove vivo, a 500 chilomentri di distanza, per gli esami. Sentivo gli aerei sopra la testa. Certo, avevo paura. Ma è importante che tutto vada bene, ora più di prima. Lavoro in un panificio e guadagno 8mila grivnie al mese, circa 250 euro. Mio marito è disoccupato e ho due figli, di 12 e 6 anni. È l’unica speranza di dare loro una casa. Sempre che una bomba non la distrugga. Che altro posso fare?».