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 2022  maggio 22 Domenica calendario


Intervista a Werner Herzog

Il maestro delle esperienze estreme vorrebbe andare nello spazio da poeta. Werner Herzog è stato del cuore della giungla, nell’Amazzonia più profonda, nel centro del deserto. Ha animato l’ossessione di Fitzcarraldo e nutrito la paura di Nosferatu, ha raccontato la solitudine di Onoda, protagonista del suo libro Il crepuscolo del mondo (Feltrinelli). Sarebbe una storia nota: il soldato giapponese Hiroo Onoda, per 29 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, difende una piccola isola delle Filippine, convinto che il conflitto con gli americani sia ancora vivo. Solo che Herzog non lo definisce soldato e neanche alienato o posseduto dai propri incubi. Lo trova quotidiano, «simile a tutti noi».
Crede che la propagando abbia distorto il suo pensiero?
«No, non guardiamolo attraverso la guerra attuale. Lui costruisce un sistema di pensieri molto elaborati su delle prove concrete. Ha motivo di credere che gli americani siano ancora lì. Sopravvive a 111 imboscate, i suoi compagni muoiono. Non è un folle».
Perché Onoda la affascina?
«Perché tutti ci costruiamo convinzioni. Viviamo in modo performativo: in chiesa ci comportiamo in un dato modo e così a un matrimonio o in presenza di bambini piccoli. È nella natura umana, mentre pretenderci sempre veri non lo è.
Cinque anni fa ha girato Herzog incontra Gorbaciov dove lei invita a capire la cultura russa.
«Oggi, per quanto utile, sarebbe un invito irricevibile. Se ora penso a Gorbaciov mi fa star male vedere quante occasioni si siano mancate da tutte le parti. Quanti legami ignorati: lui stesso ha spostato soldati e carri armati dalla Polonia e nessuno nella Nato ne ha preso atto. Persino il Putin degli inizi definiva l’Europa "dal Portogallo agli Urali", ora è impensabile considerare le sfumature, servono parole semplici e chiare. Gorbaciov era una rock star e io gli devo la riunificazione del mio Paese, la Germania».
La Germania dell’Est non esiste più e non provoca nostalgie. L’Unione sovietica è ancora un concetto presente.
«Nessuno in Russia rivuole l’Unione sovietica. È propaganda tanto quella di Putin».
Fitzcarraldo in ottobre compie 40 anni. Oggi rivederlo che effetto le fa?
«Sempre lo stesso, è un mio film ed è amato, è anche stato uno dei più faticosi. Non riesco neanche a pensare a un anniversario: si è preso tre anni ed è inciampato in delle vere catastrofi, non può essere legato a una data. Due disastri aerei, ogni genere di malattia sul set, Kinsky non era il protagonista all’inizio. A metà film sono ripartito da capo, con lui».
Perché mettersi in posizioni così complicate?
«La vera natura del cinema è la complessità. Essere un regista significa affrontare ostacoli di ogni natura e dimostrarsi così brillante da superarli».
Gli attori quante difficoltà le hanno creato?
«Nessuna. Né quelli che non erano attori professione né divi. A Christian Bale o Nicolas Cage o Nicole Kidman ho detto: non sarete le star del film ma sarete regali».
Come mai ci sono così poche donne protagoniste nei suoi film?
«È vero solo come dato statistico e io non sono interessato ai numeri».
Come attore che voto si dà?
«Mi viene facile e non mi tocca l’indecenza delle audizioni, mi invitano. So di riuscire bene come cattivo, sul set di Jack Reacher mi hanno chiamato mostro ed era pura interpretazione. Mia moglie Lena può testimoniare che sono un marito tenero. E si capisce a chilometri di distanza».
I suoi film sono immersi nella natura più incontaminata. Che cosa pensa dei movimenti ambientalisti?
«Non ha senso chiedere alla politica di trovare soluzioni. Possiamo fare molto di più come singoli individui: sbraniamo risorse, sprechiamo energia e cibo. Il 40% del cibo viene buttato negli Usa. Io gestisco il mio frigo, controllo che l’insalata non marcisca, uso l’auto molto meno di 20 anni fa».
Basta la volontà di ognuno per contrastare il riscaldamento globale?
«Se ognuno riducesse i propri consumi avremmo risultati evidenti. Le nuove generazioni protestano, ma chiedono ai politici la rivoluzione che tocca a ognuno noi. Greta Thunberg però ha dato un bell’esempio: quasi sempre con gli stessi vestiti, è arrivata negli Usa via nave, è consapevole delle singole responsabilità».
La natura è la vera protagonista di ogni suo lavoro ma lei vive a Los Angeles. Non è una contraddizione?
«È la città con più sostanza al mondo. Non parlo del glamour, quella è superficie: l’innovazione è costante, internet è nata lì, scrittori e artisti non vivono più a New York ma a LA, c’è la comunità del cinema di cui non mi sento parte, c’è anche la stupidità. Le folli classi di yoga per bambini di 5 anni. C’è un’intensità unica, forse solo Shanghai è tanto vivace».
Nel 1974 ha girato La grande estasi dell’intagliatore Steiner, sul salto con gli sci segue ancora questo sport?
«Sì, oggi siamo agli anni sintetici, fatti di tecnologia, l’epoca selvaggia è finita. È come il rock’n’roll più ribelle contro la techno che si ripete, digitale e prevedibile: non puoi controllare Mick Jagger e lo so perché ho lavorato con lui. Guardo ancora gli sciatori saltare perché ho sempre trovato ingiusto che l’uomo non possa volare».
Ora l’uomo è pronto ad andare su Marte. O così si dice
«Ci sarà solo qualche esploratore: Marte è ostile, tossico. Chi si siederebbe in un forno a microonde? Sarebbe più facile stabilirsi in fondo all’oceano».
Chi vende viaggi spaziali mente o si illude?
«Testosterone e marketing. Ho conosciuto Elon Musk e lui non crede affatto alla colonia, si dà solo l’aura del visionario: è un’etichetta che rende e lui la usa benissimo. Io vorrei essere da solo su Marte a fare riprese. Ma non ci andremo mai».
E lei non girerà mai un film nello spazio?
«Vorrei, se potessi andarci per conto mio e lo farei anche se rischiassi di non tornare. Ho provato a entrare in una missione come poeta, peccato che prendano solo ingegneri».