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 2022  maggio 22 Domenica calendario


Intervista a Roberto Bolle

«Ero a Dubai per l’Expo e la guerra in Ucraina era scoppiata da una settimana. Avevo un palcoscenico internazionale e una diretta, non potevo perdere l’occasione di lanciare un grido di pace e sostenere Kiev». Sono passati più di due mesi e Roberto Bolle, al Salone del Libro di Torino, ricorda con emozione quei momenti, ospite dello stand de La Stampa. «Con me danzava Iana Salenko, star del Balletto di Berlino, ma originaria di Kiev, la sua famiglia vive lì. Abbiamo preso gli applausi con lei, avvolta nella sua bandiera, mentre un violinista suonava l’inno nazionale. Chiedere l’immediato stop dell’attacco russo era un gesto sentito e dovuto allo stesso tempo».
Il primo ballerino del Bolshoi ha lasciato Mosca. Lei avrebbe fatto la stessa cosa?
«Jacopo Tissi ha detto addio al Bolshoi, altri che conosco al Mariinskij di San Pietroburgo. Sì, sinceramente, avrei fatto lo stesso, perché la situazione è insostenibile. Ci sono ballerini ucraini che sono fuggiti, altri che hanno imbracciato il fucile per andare a combattere. Sono decisioni drammatiche, ma devo dire inevitabili. Non tutti lo possono fare, soprattutto gli artisti russi che lì vivono, hanno famiglie, legami, radici. Non vanno condannati perché non prendono una posizione contro il regime».
Andrebbe a Kiev a danzare?
«Io spero di andare. Sono in contatto con il ministro della Cultura: se realizzeremo presto questo progetto vorrà dire che le condizioni saranno migliorate. La danza e la cultura, l’arte in generale, possono essere un ponte. Un modo per portare la pace e far dialogare popoli diversi. Tutti gli scambi di questo genere sono momenti di apertura. Questo è il significato anche della danza, che eleva l’essere umano, ci rende persone migliori. Piccoli granelli che fanno bene alla nostra anima».
Prima la pandemia, poi la guerra. In modi diversi hanno messo in crisi il nostro senso di libertà.
«È il valore più alto, non riusciamo a concepire di esserne privati, perché l’abbiamo sempre dato per scontato, nessuno aveva preventivato che ci sarebbe stato tolto. E in maniera così violenta, in un contesto come quello europeo, dove i diritti e i rapporti fra i popoli ci parevano una situazione acquisita, di cui non bisognava più preoccuparsi. Siamo d’un tratto ripiombati in un’altra realtà. C’è un senso di grande smarrimento. Dopo il periodo più difficile della pandemia siamo entrati subito in un altro tunnel, molto buio. Spero, come tutti, di uscirne presto».
Per stare in tema con il Salone del Libro, l’hanno definita il «cuore selvaggio della danza»...
«Per tutto quello che ho fatto in questi anni, posso dire che per me essere un cuore selvaggio significa voler compiere dei passi che non sono nell’indirizzo canonico, nella strada segnata. Ho sempre voluto andare oltre: abbattere dei muri, essere qualcosa di più, qualcosa di diverso. Questo è il percorso che ho scelto: non essere solo ballerino su un palcoscenico, in un teatro. Ho voluto portare la danza in tanti luoghi diversi, in tante forme non consuete».
Come nel 2012 all’Arena di Verona: per questo la chiamano «Il Gladiatore»?
«Erano 20 anni che non si faceva un balletto lì, nessuno credeva che si potessero riempire mille posti. Ho detto: affittiamola noi. Il 20 luglio festeggeremo questo anniversario così importante. E lo faremo con la capienza al cento per cento, come a Caracalla, in piazza Santissima Annunziata a Firenze e in tante altre date».
Ma la vera sfida non è stata portare la bellezza della danza in televisione, avvicinarla a una platea molto più vasta?
«Posso dire che ne vado orgoglioso. La danza in prima serata, per due ore e mezza, davanti a un pubblico generalista. Lo facciamo da cinque anni il 1° di gennaio. Me lo sono preso come impegno: mostrare a chi ci guarda un’estetica, una bellezza, un gusto, un’arte raffinata. Anche in maniera pop, ma che parli veramente a tutti. Tante persone hanno cominciato a venire a teatro dopo per vedere spettacoli di balletto».
Con lo stesso spirito ha scritto anche il libro, uscito per Rizzoli, Parole che danzano?
«Contiene foto e parole importanti per me. Quelle che mi sono care, come bellezza, arte, sacrificio. E ci sono i valori che mi hanno trasmesso e fanno parte del mio essere. Sono il pretesto per raccontare degli episodi della mia vita. Alcune che paiono banali, come "telefono", che ricorda il momento in cui ne ho preso uno per chiamare casa e dire ai miei genitori, tra le lacrime, che inaspettatamente mi avevano promosso primo ballerino».
Gioie e dolori?
«Dolore è la parola che rappresenta il senso di dedizione, che è un’altra componente importante, perché essere ballerino e lavorare sul proprio corpo vuol dire raggiungere la bellezza, ma attraverso la sofferenza e la costanza, il lavoro quotidiano. Poi c’è anche divertimento, che è un altro aspetto fondamentale, perché in studio noi ci divertiamo e stiamo bene, perché è fondamentale trovare l’amicizia e condividere quei momenti nella maniera migliore».
Continua ad allenarsi sette ore al giorno?
«Ci provo. Sicuramente più ti alleni, più il tuo fisico risponde. È una macchina che va caricata, soprattutto in vista degli impegni più importanti».
Trova il tempo per leggere?
«Lo cerco. Mi piacciono soprattutto le autobiografie di personaggi. Sto leggendo quella di Martha Graham, che ha scritto Memoria di sangue, pagine attraverso cui capisci molto dell’artista ma anche della persona».
Continueremo a vederla in palcoscenico, ma ha già un’idea per il futuro?
«A 47 anni è inevitabile pensarci. Mi piace moltissimo insegnare. Anche quest’anno ai workshop di "On dance" darò lezione. Lo faccio ancora raramente, perché mi concentro al punto da non poter fare troppe cose contemporaneamente. Trovo giusto tramandare ai ragazzi quello che in tanti anni ho appreso».
Ha trovato il nuovo Roberto Bolle?
«Di ragazzi di talento ce ne sono tantissimi. Ma per arrivare bisogna avere una determinazione, una volontà davvero fuori dal comune. Io l’ho voluto con tutto me stesso e ci sono riuscito, anche a fare quelle cose "diverse" di cui parlavo. Il palcoscenico è la mia vita».