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 2022  maggio 22 Domenica calendario


I corridoi del grano

Non potevano essere più chiare né più allarmanti le parole del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres durante la riunione dei leader mondiali convocata per discutere dell’escalation della crisi della sicurezza alimentare: «I livelli della fame nel mondo - ha detto - stanno per toccare un nuovo picco massimo».
La guerra, ha aggiunto, «minaccia di spingere decine di milioni di persone in una condizione di malnutrizione e carestie, aggravando una crisi che rischia di durare anni». Guterres parte dai numeri che lasciano poco spazio alle ambiguità. In meno di due anni il numero di persone che affrontano una grave insicurezza alimentare è raddoppiato, erano 135 milioni prima della pandemia e sono 276 milioni oggi. Una crisi iniziata per effetto dell’epidemia globale e aggravata dal conflitto in Ucraina. «C’è cibo a sufficienza per tutti nel mondo - ha detto Guterres -. Il problema è la distribuzione ed è profondamente legato alla guerra in Ucraina». La guerra nel granaio del mondo e la crisi alimentare che peggiora in Paesi già attraversati da instabilità politiche, economiche, sociali sono intrecciate, le conseguenze del conflitto in Ucraina si stanno irradiando verso l’esterno, innescando un’ondata di fame che si sta diffondendo in tutto il mondo. È l’effetto farfalla dell’invasione russa e della strategia del Cremlino - che appare sempre più chiara col passare delle settimane - di colpire al cuore l’economia ucraina e, a caduta, provocare conseguenze allarmanti nei Paesi in via di sviluppo che dipendono dalle esportazioni di grano del Paese.
Ma andiamo con ordine, partendo dalle cifre della più grande organizzazione umanitaria al mondo, il Programma Alimentare Mondiale, cioè l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare e opera in 81 Paesi. L’agenzia stima che se il conflitto si protrarrà, il numero di persone che vivono in fame acuta aumenterà di 47 milioni, significa quasi il 20% in più dei livelli precedenti alla guerra. Il conflitto in Ucraina ha provocato sconvolgimenti nei mercati alimentari ed energetici globali e l’impennata dei prezzi di cibo e carburante sta mettendo milioni di persone a rischio di non vedere garantita l’alimentazione di base. È aumentato il prezzo del cibo, il prezzo del carburante, aumentata di conseguenza l’inflazione e i costi dell’energia e questo influenza la capacità del Programma Alimentare Mondiale di raggiungere i destinatario degli aiuti, l’aumento dei prezzi di cibo e petrolio sta facendo aumentare i costi operativi mensili dell’organizzazione fino a 71 milioni al mese. Aumenti che - nella gestione quotidiana degli aiuti - significano non poter operare e servire i bisognosi, perché 70 milioni di costi vivi - trasporto, carburante - equivalgono alle razioni alimentari fornite a quattro milioni di persone.
Tradotto, vuol dire che quanto più la guerra continua a provocare un’impennata di prezzo di gas e petrolio, tanto più le organizzazioni umanitarie dovranno decidere con quale priorità sfamare le persone. Precedenze e gravità che David Beasley, direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale, ha sintetizzato nella frase «togliamo il cibo agli affamati per darlo a chi muore di fame».
In conseguenza della guerra, più di 20 milioni di tonnellate di grano sono bloccate nei silos ucraini, perché i blocchi russi impediscono alle navi con grano, mais e altre esportazioni di salpare. Insieme, Russia e Ucraina rappresentano più di un quarto delle forniture globali di grano, secondo stime delle Nazioni Unite, nel mondo sono 36 gli Stati che dipendono dall’Ucraina e dalla Russia per oltre la metà delle loro importazioni di grano. Nella lista figurano alcuni Paesi come Repubblica democratica del Congo, Libano, Somalia, Siria e Yemen, tra le popolazioni più vulnerabili del mondo, aprendo scenari terribili per il futuro. «Se le persone non possono sfamare i loro figli e le loro famiglie, dobbiamo aspettarci sconvolgimenti politici», ha detto il direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale David Beasley avvertendo del potenziale di «rivolte, carestia, destabilizzazione e quindi migrazione di massa per necessità». È proprio per cercare di arginare, prevenire la crisi e cercare una mediazione con la Russia che la scorsa settimana si sono tenuti colloqui alle Nazioni Unite. Lo scopo era far sì che la Russia consentisse l’apertura di corridoi terrestri, ferroviari o marittimi in modo che le esportazioni dell’Ucraina potessero raggiungere le loro destinazioni il più velocemente possibile. Ha detto Beasley, a margine dell’incontro alle Nazioni Unite «chiedo al presidente Putin, se ha un po’ di cuore, di aprire questi porti, per sfamare i più poveri tra i poveri ed evitare la carestia, come abbiamo fatto in passato, quando le nazioni in questa stanza si sono fatte avanti insieme». Cerca la mediazione guardando alla geopolitica. Libano e Tunisia importano metà dei cereali di cui hanno bisogno da Russia e Ucraina, Libia e Egitto i due terzi. Non trovare una soluzione al blocco dei porti significa accelerare il ritorno di uno spettro del passato. Era il 2010 e fu proprio la crisi del prezzo del grano ad alimentare le rivolte che trascinarono in piazza milioni di persone, dando vita alla stagione delle Primavere Arabe e di conflitti - come quello siriano - che dopo undici anni ancora miete vittime.
Per questo, riuniti con lo scopo comune di far fronte all’emergenza, i leader mondiali e i rappresentanti delle Nazioni Unite hanno convenuto che da questa crisi non si esca da soli. Guterres ha invitato i Paesi a donare di più alle organizzazioni umanitarie e a coloro che dispongono di significative riserve di grano e fertilizzanti di farsi avanti rapidamente. I russi, però, hanno respinto le richieste. Secondo l’ambasciatore di Mosca alle Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, l’aumento del prezzo del cibo è stato causato dalle sanzioni occidentali contro la Russia e non dalla guerra in Ucraina. La Russia non ha accettato nessuna proposta di negoziato per facilitare la spedizione di grano né dal porto di Odessa né da altri porti ucraini. Il Wall Street Journal ha riportato che Guterres e i funzionari statunitensi stanno esplorando una rotta alternativa per le esportazioni di grano dall’Ucraina che passi da Nord con la ferrovia che dalla Bielorussia raggiunge il porto lituano di Klaipeda. In gioco uno dei più fedeli alleati di Putin, il leader bielorusso Alexander Lukashenko, per cui i funzionari stanno valutando un incentivo: una rinuncia di sei mesi alle sanzioni contro l’industria dei fertilizzanti di potassio del paese. Tuttavia, dicono gli esperti, anche se andasse in porto la trattativa con Lukashenko, le rotte terrestri e fluviali non sarebbero sufficienti per spostare i milioni di tonnellate di grano esportati dall’Ucraina ogni anno. Cibo come arma, dunque. Cibo come leva diplomatica. È l’ultima tappa, la più estrema, che segue le decine di attacchi a magazzini di cibo, centri di stoccaggio merci, aziende di surgelati, campi coltivati, silos. Sono stati, spesso, tra i primi luoghi ad essere colpiti nelle città accerchiate dai russi. A dimostrazione che la fame non sia conseguenza della guerra, ma parte della strategia bellica.