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 2022  maggio 22 Domenica calendario


Petrolio, paradosso Italia

È il paradosso delle sanzioni contro la Russia, che da un lato hanno condotto al blocco di tutte le linee di credito della mega raffineria Lukoil di Priolo e dall’altro, in assenza di alternative, portano questo impianto a rifornirsi esclusivamente dalla casa madre in modo da poter restare in attività. Il risultato, segnalava ieri in prima pagina il Financial Times, è che questo mese (proprio mentre l’Europa discute e si divide sul possibile embargo al greggio venduto da Mosca) le esportazioni di petrolio russo verso l’Italia hanno toccato quota 450 mila barili al giorno, ovvero il quadruplo rispetto a febbraio (tant’è che abbiamo superato i Paesi Bassi) ed il quantitativo più alto mai toccato dal 2013. Al governo queste stime sembra non risultino, ma da ieri è stato acceso un nuovo faro su Priolo.
L’impianto siciliano, uno dei più grandi d’Italia, passato nel 2008 dalla Erg alla Litasco (una società svizzera controllata dalla Lukoil) è in grado di lavorare sino al 22% del greggio che arriva in Italia servendo il mercato nazionale ma esportando poi il prodotto finito in tutto il mondo. Prima che le banche italiane e internazionali chiudessero i loro rubinetti per effetto delle sanzioni conto Putin circa il 30% del greggio che arrivava a Priolo era di provenienza russa, ora è al 100% perché solo la casa madre fa credito alla raffineria siciliana.
Ma non c’è solo l’Isab a spingere l’import dalla Russia: circa i due terzi del greggio che importiamo da Mosca, stando ai dati citati dall’Ft e raccolti da Kpler, una delle più importanti società che raccoglie dati in questo campo, transita dal porto siciliano di Augusta; il resto arriva a Trieste e da qui attraverso gli oleodotti raggiunge la Germania per rifornire altre due raffinerie, in questo caso controllate dall’altro gigante russo del petrolio, Rosneft.
Il nostro governo appoggia senza incertezza la proposta di embargo sul petrolio russo, ma in attesa che il sesto pacchetto di sanzioni ottenga semaforo verde da tutti i 27, l’aumento delle forniture russe all’Isab consente di prendere tempo rispetto ad un problema che a palazzo Chigi hanno già ben inquadrato ma su cui al momento non sono previsti interventi particolari: ci si limita a monitorare l’evoluzione della situazione.
L’impianto Isab di Priolo ed il suo indotto sono infatti la principale fonte di occupazione della provincia di Siracusa: in tutto tra occupati diretti ed indotto e attività portuali si parla di oltre 10 mila posti rischio e con loro ben il 51% del Pil provinciale.
Il ministero dello Sviluppo economico sta studiando la questione, ma nelle scorse settimane ha smentito la possibilità di nazionalizzare la società per mettere in sicurezza questo importante asset. L’allarme tra i sindacati però è grande e anche il governatore siciliano Musumeci è intervenuto sul governo per chiedere che si faccia di tutto per mantenere aperto lo stabilimento.
La Russia, terzo produttore mondiale di petrolio, l’anno passato al pari dell’Arabia Saudita assicurava al nostro Paese circa il 10% delle forniture alle spalle di Azerbaigian (22,3%), Libia (18,5%) e Iraq (14,7%).
Stando agli ultimi dati ufficiali comunicati a inizio maggio dall’Unione energie per la mobilità (l’ex Unione petrolifera), già nei primi tre mesi dell’anno, quindi ben prima che scoppiasse la guerra, la quota di greggio importato dalla Russia era salito del 99,4 raggiungendo una quota del 13,5 per cento (1,798 milioni di tonnellate su 13,356) evidenziando però un calo progressivo: dalle 895.200 tonnellate di gennaio si è infatti scesi a 522.400 a febbraio e a 380.400 a marzo. Ancor meglio della Russia, però, nel primo trimestre ha fatto il Kazakistan le cui importazioni solo salite del 274%, portando la sua quota sul totale al 6,8%, e gli Usa (+374,6% e 9,8% di quota).
Se e quando scatteranno le nuove sanzioni sul greggio Mosca dovrà trovare altri compratori per il suo petrolio: per questo sta già trattando un aumento delle forniture all’India, che in parallelo potrebbe ridurre il suo import dagli Usa, e soprattutto con la Cina. Che è già il primo importatore mondiale di petrolio russo e che questo mese ha incrementato del 75% l’import di energia versando a Mosca più di 6 miliardi di dollari.